Sì o no nel referendum? La risposta non è tecnica ma politica

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Il grande filosofo Abelardo compose, circa nel 1121, un libello avente il titolo “Sic et non” nel quale metteva in luce come la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa sostenessero su punti cruciali della dottrina delle tesi contrapposte. Sosteneva che le questioni controverse fossero dirimibili andando oltre le questioni meramente verbali e una interpretazione rigidamente letterale dei testi, per cercare invece di coglierne il senso profondo e complessivo, che si armonizzasse con lo spirito della religione cristiana.

Qualcosa di simile è forse necessario oggi fare nel discutere la riforma della giustizia e le ragioni del Sì e del No. Infatti, nell’argomentare pro o contro, si dice spesso che non bisogna fare discorsi ideologici, ma stare al merito, valutandone i caratteri ed entrando nelle technicalities che essa contiene. E ciascuno porta in merito i pareri di illustri auctoritates, quali quelle messe a confronto da Abelardo: giuristi e costituzionalisti che adducono ragioni o in favore del No o del Sì, ritenendo che quelle da lui riportate siano le ragioni ultimative, indiscutibili, assolutamente irrefragabili, davanti alle quali ciascuno deve, da incompetente, inchinarsi. Non ci si rende conto che per ogni “esperto” sostenitore del Sì, si possono citare altrettanti “esperti” sostenitori del No; e che a decidere su quale sia il più “esperto”, quello che detiene di sicuro la chiave del Vero, spetta proprio a quella incompetente testa dell’uomo comune, che annuisce e si inchina a sì autorevole sapienza (a meno di non fare una bella “valutazione comparativa”, un vero e proprio “concorso” in stile universitario, per scegliere il migliore tra gli esperti!). Sicché è in fondo proprio questa testa – per quanto sia incompetente e digiuna di giurisprudenza e di politica costituzionale, quella testa propria alla grande maggioranza della popolazione italiana – a decidere in sostanza quale di questi pareri è quello più “vero”.

Ma come fa essa a decidere? Non certo perché è più competente (lo abbiamo escluso), ma solo in base a precedenti informazioni e concezioni che si è fatto lungo la sua vita, leggendo, e in sostanza informandosi su certi organi di stampa a preferenza di altri, così sposandone le tesi, ma credendo sempre di “pensare con la propria testa”. È dunque in ultima istanza grazie a un quadro complessivo della realtà, già in mente, che si giunge a scegliere per il Sì o per il No, cercando di capire in che modo tale scelta si armonizzi o meno ad esso (escludendo ovviamente il caso delle dissonanze cognitive). E allora la questione si capovolge: non è l’esame delle caratteristiche intrinseche della riforma ad essere il fattore decisivo per decidere, ma la valutazione del suo senso complessivo – definito dal contesto politico, dalle forze politiche che la propongono e sostengono, dalla recente storia politica-istituzionale – e il giudizio se esso è congruente o meno con la visione del mondo da ciascuno posseduta.

La domanda così si sposta e articola in tutta una serie di rilevanti considerazioni: perché una maggioranza di centro destra tiene così tanto a tale riforma? Quali sono state le posizioni assunte in passato da questa maggioranza verso la magistratura? Che leggi ha fatto per depotenziarne l’incidenza nelle indagini verso i “colletti bianchi” (e soprattutto i politici) in nome della “ingerenza” del potere dei magistrati sulla politica? Quali potrebbero essere le implicazioni politiche generali di una simile riforma? Ha mostrato l’attuale maggioranza di centro-destra particolare sensibilità verso le libertà di espressione e di circolazione delle idee dei cittadini, negli spazi pubblici e nelle università? E infine – la questione più importante – questa maggioranza di centro destra esprime valori, visioni della realtà e della convivenza civile che io posso condividere e sostenere?

A meno di non sostenere il paradosso di una maggioranza di centro-destra a favore della libertà, della solidarietà, dell’eguaglianza, della giustizia sociale e della “società aperta”, si deve addivenire alla conclusione che essa a questa riforma tiene così tanto (come anche a quella del premierato o alle leggi sulla sicurezza) perché essa si inserisce nel contesto di una visione della società che è sua propria, caratterizzata da un approccio autoritario, chiuso, intollerante, diffidente verso le diversità e l’uguaglianza, esaltante la competizione tra individui e una sorta di darwinismo sociale, nonché una spiccata tendenza per le maniere forti piuttosto che per il convincimento e la comprensione: tutti aspetti che costituiscono il patrimonio genetico caratterizzante ogni destra, comunque essa voglia travestirsi.

A questo punto la scelta risulta chiara: se condividiamo tale modo di vedere la realtà, allora dobbiamo votare Sì, così contribuendo al suo ulteriore radicamento, dando ancora più forza a chi ne persegue la realizzazione. Se invece non condividiamo tale visione della realtà e riteniamo di far nostri i valori che storicamente hanno caratterizzato i movimenti emancipatori, egualitari e per la giustizia sociale, facenti parte del patrimonio, anch’esso “genetico”, della sinistra, dobbiamo votare No.

Non bisogna essere “esperti di diritto” per decidere: basta avere una propria visione politica chiara sí da decidere, in base ad essa, se l’attuale maggioranza si comporta in modo ad essa conforme, specie con una legge così fondamentale quale quella su cui verte il referendum che ci aspetta.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck ("Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale", Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi ("L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi", Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; "La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi", Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi ("Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica", ETS, Pisa 2025).

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2 Comments on “Sì o no nel referendum? La risposta non è tecnica ma politica”

  1. Bel metodo filosofico viene presentato in questo pezzo!
    In sostanza, se chi sostiene il sì è una manica di manigoldi, allora dobbiamo pensare che abbiano torto ipso facto.
    Secondo questo paralogismo, se una manica di manigoldi dice che l’acqua è bagnata, dobbiamo credere che sia asciutta; se dice che il cielo è blu, obiettiamogli che al tramonto può tendere al rosso.
    No, mi spiace; abbiamo il dovere di cercare di capire quali sono le ragioni migliori, non per partito preso e soprattutto non per fallacie ad hominem, ma nel merito degli argomenti.
    Ho ascoltato Pepino a Bussoleno, ed ha avuto l’onestà intellettuale di dire che lui per primo, che sostiene il No, non è sicuro che il governo OTTERREBBE un maggior controllo sulla magistratura se passasse questa riforma. E’ “soltanto” convinto che questa sia l’INTENZIONE. Tanto basta a votare No se uno è propenso a non correre rischi inutili, ma non perché ci siano prove ineludibili delle conseguenze né semplicemente in odio o disprezzo alla destra. (Ps. anche tanta “sinistra” non mostra “sensibilità verso le libertà di espressione”, vedasi ddl antisemitismo sostenuto da Delrio, e da Scalfarotto che dice pure candidamente che il ddl Zan seguiva lo stesso principio – ovvero usare lo spauracchio di “-fobie” e “razzismi” per limitare la libertà di parola).

    1. Infatti, Scalfarotto e Delrio in più occasioni, proprio per certe loro scelte politiche, mi fanno pensare che potrebbero essere accolti a braccia aperte dai Fratelli della Meloni

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