Europa di pace per tutti i popoli

La guerra come via per risolvere i conflitti è, da sempre, un tragico fallimento. E l’idea che la costruzione di un complesso militare-industriale europeo possa rafforzare i legami tra gli Stati membri è un tragico errore. L’Europa deve essere un’Europa di pace e di sicurezza condivisa e comune per tutti i popoli. È il momento di una grande campagna europea per contrastare la corsa al riarmo e un’economia di guerra.

Per cosa manifesterà la piazza del 15 marzo?

Il ceto di governo europeo, incapace in questi anni di qualunque iniziativa di pace, oggi non sa far altro che decidere il riarmo dell’Europa: alimentando così sempre nuovi conflitti e abbattendo ulteriormente lo Stato sociale. Per questo la manifestazione del 15 marzo non servirà a molto, e anzi finirà per assecondare lo scivolamento verso la guerra, se le bandiere europee non saranno affiancate da quelle della pace.

Di Europa, pace, e della perdita del senso

Le usiamo sempre, ancora, le parole libertà, diritti, occidente, democrazia. Pensiamo di avere, di esse, una definizione comune. Forse un tempo. Oggi non più. E ci ritroviamo con uno svuotamento di senso che mette a repentaglio non solo tutti noi, ma una costruzione europea che era stata bella e ambita. Se non si aggiorna il vocabolario del nostro essere qui, in Europa, andare in piazza può solo perpetuare l’inganno.

Alla ricerca della pace in Ucraina. E l’Europa?

La pace in Ucraina, legata agli interessi degli Stati Uniti e agli umori di Trump, è densa di incertezze. In ogni caso, quando interverrà, bisognerà ricostruire un Paese distrutto e, prima ancora, definire garanzie a salvaguardia della sovranità dell’Ucraina. C’è chi propone l’interposizione di un contingente europeo, ma ciò è irrealizzabile senza un protagonismo dell’UE teso anche a ristabilire relazioni pacifiche con la Russia.

L’Europa non si salva con la guerra

La guerra per procura in Ucraina è persa e l’atlantismo è finito. Spetta alla sinistra mettere in campo una proposta alternativa, anche se non immediatamente realizzabile. Opporsi a Trump e alla sua concezione “patrimoniale” della pace non può volere dire rimpiangere i tempi dello scontro frontale fra l’Occidente e i suoi nemici e rilanciare la prospettiva della guerra. Al contrario la parola d’ordine deve essere: meno armi.

Lo strappo di Trump: quando la forza umilia il diritto

La messa in scena, alla Casa bianca, del confronto tra Trump e Zelensky ripropone il copione del dialogo tra gli Ateniesi e gli ambasciatori di Melo descritto da Tucidide. Coincidono addirittura le parole. Dopo più di 2.500 anni sembrava che il diritto potesse prevalere sulla forza (o almeno competere con essa). Invece, all’improvviso, tutto è crollato, lasciando gli europei attoniti, paralizzati da debolezze e contraddizioni.

Ucraina: “il rischio della pace”

La svolta di Trump sull’Ucraina è guidata da ragioni di convenienza e di affari e non certo da sentimenti umanitari. Ciononostante può porre finalmente termine a un orrendo spargimento di sangue. Ed è stupefacente che i vertici dell’UE non si rassegnino alla fine della guerra, perdendo così l’opportunità di contribuire a rimettere il treno della storia sul binario di una pace vera e duratura.

Sedotta e abbandonata

La “pax americana” dettata da Trump non lascia dubbi. L’Ucraina è stata, ed è, una semplice e sacrificabile pedina nello scontro tra Russia e USA. A conferma del fatto che la “tutela delle minoranze” e l’“integrità territoriale” degli Stati sono solo uno schermo e che le guerre si fanno per il controllo geopolitico di territori strategici. Ora il cerino resta in mano a un’Europa che si è condannata con le proprie stesse mani alla subalternità.