Perché le armi tacciono ma non c’è pace giusta

Un conflitto serve prima a distruggere e poi a ricostruire: un investimento che rende due volte a chi lo sfrutta. È la lezione che viene dall’Ucraina spinta da Trump verso la fine delle ostilità. Ma che cosa diranno Putin e Zelensky alle decine di migliaia di parenti dei morti, ai feriti, ai mutilati che si sono battuti per tre anni per far crescere i fatturati e i dividenti di quelli che un tempo si definivano, ingenuamente, i padroni del vapore?

No al nuovo invio di armi italiane in Ucraina

La proroga dell’autorizzazione alla fornitura di armi all’Ucraina fino al 31 dicembre 2025 va contro la pace, la Costituzione italiana e gli stessi interessi della popolazione ucraina (che in sempre maggior numero rifiuta di andare a combattere, come dimostrano gli 800.000 renitenti alla leva). Per questo chiediamo ai parlamentari di rifiutare la conversione del decreto legge autorizzativo.

2025: un anno alla prova della pace, anche per noi

L’anno appena concluso è stato, sul piano internazionale, il più violento e sanguinoso dal 1945. Al centro, ovviamente, la guerra in Ucraina e l’annientamento della striscia di Gaza. La necessità di una trattativa, da un lato, e l’insostenibilità umana ed etica, dall’altro, sono oggi conclamate. Anche a noi spetta il compito di tradurre questa consapevolezza in iniziativa politica capace di aprire orizzonti di una pace vera.

L’avvenire ormai è quasi passato

Noi che eravamo giovani nell’89 vedevamo dinanzi a noi un orizzonte sereno e sognavamo un futuro colmo di speranza. In quell’epoca, il treno della Storia era stato messo su un binario che correva verso un avvenire luminoso. Purtroppo quell’avvenire che ci avevano promesso con la caduta del muro di Berlino è tramontato nell’arco di una generazione, e alla fine la parola è tornata alle armi.

Guidare nel deserto. Storia di Paola Vinay

L’autobiografia di Paola Vinay (“Il deserto è il mio posto preferito per guidare. Una donna nella storia”, Argolibri, 2023) è il racconto di un’epoca e di una generazione: una sorta di anti Iliade, perché non racconta una guerra, ma l’opposizione alla guerra, la lotta pacifista contro la guerra, che, negli anni Sessanta del Novecento, ha visto milioni di giovani scendere in piazza e dare l’assalto al cielo.

Una nuova fase politica in Kurdistan?

Dopo decenni di guerra, si susseguono, in Kurdistan, segnali di distensione. Per la prima volta uno dei partiti di governo tenta un approccio con la resistenza kurda, dopo 43 mesi l’isolamento di Ocalan si attenua, lo stesso Erdogan si dichiara stanco di guerra. Segnali significativi ma, parallelamente, la repressione continua, durissima. Saranno i prossimi mesi a dire se davvero si apre una nuova stagione.

Guerra e pace: suggestioni circa un “che fare?”

La questione della pace e della guerra si fa sempre più drammatica e non si vedono vie d’uscita. In parallelo si cristallizza la concezione del mondo come aggregato di “blocchi” contrapposti e, anche tra di noi, si creano schieramenti totalizzanti, incapaci di comprensione reciproca (come quelli di pacifisti e bellicisti). Non se ne esce senza un modo diverso di pensare, un cambiamento, prima di tutto, di noi stessi.

La pace che vogliamo non è quella dei cimiteri

Tutti dichiarano di volere la pace: anche i governi che continuano a fornire armi a Israele; anche Netanyahu mentre autorizza l’assassinio del leader di Herzbollah; anche Zelensky, che fa coincidere la pace con la “vittoria”. Là dove ciascuno invoca la “pace giusta” si continua a combattere a oltranza. E il fanatismo dei “buoni” non è meno pericoloso di quello dei “cattivi”. Perseguiamo, almeno, la pace secondo il diritto!