Il mondo è cambiato dopo l’intesa cordiale tra Trump e Putin: ma quali sviluppi ci attendono? In Germania i conservatori hanno vinto e riusciranno a governare con gli alleati socialdemocratici, in una sorta di alternanza: ma quale influenza avranno sul futuro dell’Europa e sulle relazioni internazionali nel nuovo rapporto USA-URSS?
Questi interrogativi stanno circolando nel mondo dell’informazione e nell’opinione pubblica, senza trovare risposte convincenti. In realtà, sembra legittimo il dubbio che neppure i protagonisti abbiano le idee chiare: per Trump, improvvisazione e rischio sono parte del personaggio ma anche la lungimiranza che da più parti si attribuisce a Putin appare poco fondata. Quanto a Germania (ed Europa, per non dire dell’Italia) appaiono “di dolore ostello” oltre che “sanza nocchiere”. Non solo le prospettive a lunga scadenza appaiono oscure (o oscene, se pensiamo al video di Trump sul futuro di Gaza) ma perfino le sorti delle guerre in corso restano incerte quanto ai prevedibili sviluppi immediati.
Per l’Ucraina i nodi da sciogliere sono molteplici e il come è ancora indefinito. Se al tavolo di Istanbul, due mesi dopo l’inizio della “operazione speciale”, sembrava che vi fosse una questione principale da dirimere, dopo tre anni di guerra le incognite si sono moltiplicate. Se allora si trattava di stabilire le garanzie da fornire all’Ucraina, partendo dal ritiro delle truppe russe arrivate alle porte di Kiev, a salvaguardia della sua sovranità, ora si tratta della ricostruzione: non solo degli edifici e delle infrastrutture distrutte, ma del funzionamento democratico dello Stato, dando per scontato che aderisca all’UE restando fuori dalla NATO, nonché di un’economia stravolta dalla guerra e esposta al ricatto quanto alle sue risorse.
Lo stesso nodo originario riguardante le garanzie si è notevolmente complicato perché si apre una questione riguardante principalmente il ruolo dell’Europa. Allora – stando a chi ha studiato più attentamente le carte (https://www.foreignaffairs.com/ukraine/talks-could-have-ended-war-ukraine) –, si ipotizzava che il compito spettasse ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU, oltre a Germania, Italia, Polonia, Canada, Israele, Turchia e il problema per la Russia era poter esercitare un diritto di veto, in quanto la presenza dei paesi NATO sarebbe stata soverchiante. Ebbene, ora che una parte dei paesi UE (e l’UK) si propongono come forza di interposizione, la questione non è più il potere di veto ma la posizione di quei paesi nei confronti della Russia, a maggior ragione se, come appare probabile, i due più potenti componenti del Consiglio di Sicurezza ONU (USA e Cina) si astenessero dall’intervenire come garanti (con Turchia e Israele occupate in altri conflitti). Evidentemente, un contingente composto da eserciti di paesi che hanno armato e sostenuto attivamente la resistenza ucraina all’invasione russa non potrebbe essere considerato come forza di interposizione ma sarebbe a tutti gli effetti una presenza ostile, nei confronti di un paese dichiarato ostile.
La natura e la dimensione di questo nodo non stanno emergendo con la chiarezza che ai popoli europei sarebbe dovuta, ammesso che sia chiara ai loro rappresentanti. Né risalta come dovrebbe il fatto che in questo garbuglio l’Europa sta tradendo la sua storia, perché le voci seriamente impegnate a rendere chiaro questo passaggio cruciale sono ancora troppo flebili e disperse. Si sta perdendo la cognizione del fatto che dopo la seconda guerra mondiale i paesi europei che hanno dato vita all’UE non hanno subito alcuna minaccia da paesi nemici. Sono intervenuti in teatri di guerra sotto le insegne dell’ONU fino al momento in cui negli USA, e nella NATO da loro condizionata, è prevalsa l’ambizione di porsi come garanti dell’ordine internazionale al posto dell’ONU.
Il confine tra interventi di ripristino della legalità internazionale e interventi in violazione di quella stessa legalità è così diventato incerto e il quadro mondiale è diventato sempre più conflittuale. Con l’invasione dell’Ucraina, che non faceva parte dell’UE, l’Unione ha compiuto per la prima volta un passo che configurava il riconoscimento della Russia come paese nemico, pur in assenza di una dichiarazione di guerra (anche se il solo atto ostile – il sabotaggio di un oleodotto sottomarino di importanza strategica per la sua economia – può apparire un paradosso ma non è, lo ha subito dall’Ucraina).
La prospettiva è dunque del tutto incerta: non potendo la Russia accettare questa condizione, l’Europa dovrà decidere se ristabilire relazioni pacifiche con quel paese e se farlo in autonomia dagli USA, dalla NATO, o in quale altra cornice, senza per questo sposare la causa di Putin, a differenza di Trump. Su questa base, anche alla luce della clamorosa rottura consumata nello Studio Ovale, potrebbe cogliere l’occasione offerta dal passaggio di fase per recuperare una collocazione internazionale coerente con la storia della sua origine portando Zelensky a una trattativa di pace in cui la sicurezza dell’Ucraina sarebbe affidata a contingenti sotto l’insegna dell’ONU. A un passo di questa portata non sembra assolutamente pronta: ma per chi auspica un cambiamento profondo può rivelarsi un’occasione preziosa.
