Noterelle dal carcere: “A testa alta!”

Compito in classe in carcere. Un allievo, parlando del figlio, scrive che ogni colloquio con lui in videochiamata termina con un saluto reciproco: “A chèpa jèlt!” (A testa alta!). Difficile proposito per entrambi: per il padre, che vorrebbe trasmettere sicurezza, ma denuncia impotenza; per il figlio che vorrebbe superare lo stigma sociale del padre detenuto, ma non ci riesce. Il carcere è anche questo…

Noterelle dal carcere: «Cose che succedono…»

«Niente, prof., cose che succedono». Così, all’insegnante, un ragazzo sceso a scuola con il volto tumefatto. Succede, appunto, in carcere. Ci si picchia per sgarbi, per il potere in sezione, per debiti contratti. Parlarne non conviene. I lividi da blu divengono giallognoli, fino a confondersi con le cromie della pelle. E tutto passa. Tutto, salvo le dinamiche carcerarie che restano sempre le stesse.

C’è chi vuole un carcere incostituzionale. E gli altri?

Bisogna entrare in un carcere “normale” per capire il degrado in cui si vive 365 giorni l’anno. La politica lo sa ed è consapevole di quanto sia violata l’idea di pena scritta in Costituzione. Eppure è totalmente indifferente, come si vede dal rifiuto aprioristico di ogni provvedimento di amnistia o indulto. Per alcuni questo è un vanto (del resto la Costituzione non è la loro). Ma per gli altri?

Le nostre prigioni. Report di fine anno

Il report di fine anno di Antigone sul carcere rivela una situazione drammatica: il 16 dicembre in Italia i detenuti erano 62.153, a fronte di una capienza reale di circa 47.000 posti. I detenuti aumentano ma gli spazi restano gli stessi e il personale di custodia diminuisce. Gli istituti sono in gran parte fatiscenti e in condizioni precarie. Non stupisce che ci siano stati 88 suicidi. E la situazione è destinata a peggiorare.

Noterelle dal carcere: Natale

Siamo a Natale. E anche in carcere, inevitabilmente, se ne parla. Con una qualche maggiore autoironia tra i detenuti maschi, con meno leggerezza nei padiglioni femminili. E poi, anche in carcere, ci sono i riti. Tra questi un pranzo, intorno a un lungo tavolo, con detenuti, educatori, psicologi, insegnanti, volontari. Mancano gli assistenti della polizia: mangiano per conto loro, in una stanza poco discosta.

Sorj Chalandon, La furia (Guanda, 2024)

27 agosto del 1934: 56 ragazzi riescono a evadere dal carcere minorile sull’isola di Belle-Île-en Mer. Alla fine, dopo una impressionante caccia all’uomo, vengono tutti ripresi, puniti e torturati, tranne uno, Jules Bonneau, che riesce a salvarsi grazie all’incontro decisivo con Ronan, il pescatore, sua moglie Sophie, infermiera e “fabbricatrice di angeli”, e uno sparuto gruppo di eccentrici, rossi e libertari.

Il carcere secondo Delmastro e Piantedosi

All’emergenza del carcere, che è sotto gli occhi di tutti, il Governo risponde con la previsione di nuovi reati e di pene più gravi e, dunque, con la sua ulteriore crescita. Consapevole che ciò determinerà una situazione di ingovernabilità, poi, introduce il delitto di “rivolta” in istituti penitenziari, comprensivo anche di condotte di resistenza passiva. È l’ennesima riprova della svolta repressiva in atto.