Noterelle dal carcere: “A testa alta!”

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Il carcere è, per la “società libera” un’isola sconosciuta: per disinteresse, per mancanza di informazioni da parte dei media, perché è una “istituzione totale” per eccellenza, priva di contatti con l’esterno. E poi perché, per i più, i suoi ospiti – i detenuti e le detenute – non meritano alcuna attenzione e anzi, dopo il loro ingresso in carcere, si dovrebbe semplicemente buttare la chiave”. Neanche l’ormai interminabile sequenza di suicidi e di atti di autolesionismo basta a rompere l’isolamento di una realtà che accoglie e rinchiude, ogni giorno, 62.000 persone, in gran parte senza diritti e senza speranza. Per contribuire a uno sguardo diverso e alla considerazione del carcere come un “pezzo” della società ospitiamo (e lo faremo periodicamente) le noterelle di un insegnate in un istituto penitenziario del Paese, non importa quale. Sono affreschi di vita quotidiana finalizzati a restituire dignità e umanità a una condizione che spesso non ce l’ha. (la redazione).

Ho assegnato un compito alla classe. Un elaborato mi ha colpito: parlando di suo figlio, l’allievo ha scritto che ogni videochiamata tra loro termina con un saluto reciproco:

– A chèpa jèlt! A testa alta!

Per nulla facile. Per entrambi.

Se sei il padre, questa formula aiuta a lenire la ferita dell’assenza coatta, forse mitiga il senso di colpa verso quel figlio che cammina solo. Tre parole che sanno d’orgoglio, rabbia e disperazione. Vorrebbero trasmettere sicurezza, denunciano impotenza. Soprattutto, restano parole.

Se sei l’adolescente è peggio, hai la parte più dura. In un paesino rurale, dove tutti sanno che tuo padre è recluso, lo stigma sociale preme. Senti gli occhi addosso mentre cammini, quando entri nei negozi il silenzio cala lento; il tuo cognome ti precede, ti circonda, ti opprime. Ma ciò che pesa maggiormente è quando, dalla tarda infanzia, realizzi che con tuo padre non ti sarà dato condividere più che quel motto. Il tempo separa le vite, alla lunga quella formula traditrice diventa tutto ciò che condividete.

Anche il padre lo sa ed è privo di speranza. Nel suo caso, il verbo non può farsi carne. Immagina, teme che già ora il figlio inizi a patire quella cerimonia effimera, un rito di comunione sempre più formale. Conclusa la videochiamata, sa che il figlio tornerà a immergersi nel cellulare, assorbito dal suo mondo d’ogni giorno. Si elaborano i lutti, figurati le distanze. Lo sa il padre e soffre, perché il dolore della lontananza è universale, anche per chi ha sbagliato.

Restituisco i compiti e lo osservo: chino sul foglio, segue con il dito le sue stesse parole, sussulta di fronte agli errori evidenziati. Ha le sue colpe, sacrosanto che paghi ma, dal poggio rialzato della cattedra, mi chiedo che educazione abbia avuto, quali esempi, quali modelli. Parafrasando Ungaretti, talvolta la morte si sconta nascendo.

Gli autori

Tazio Brusasco

Tazio Brusasco (1981), laureato in antropologia, insegna Italiano e Storia nelle scuole superiori. Da tre anni presta servizio presso la sezione carceraria del proprio istituto.

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