Il carcere è, per la “società libera” un’isola sconosciuta: per disinteresse, per mancanza di informazioni da parte dei media, perché è una “istituzione totale” per eccellenza, priva di contatti con l’esterno. E poi perché, per i più, i suoi ospiti – i detenuti e le detenute – non meritano alcuna attenzione e anzi, dopo il loro ingresso in carcere, si dovrebbe semplicemente “buttare la chiave”. Neanche l’ormai interminabile sequenza di suicidi e di atti di autolesionismo basta a rompere l’isolamento di una realtà che accoglie e rinchiude, ogni giorno, 62.000 persone, in gran parte senza diritti e senza speranza. Per contribuire a uno sguardo diverso e alla considerazione del carcere come un “pezzo” della società ospitiamo (e lo faremo periodicamente) le noterelle di un insegnate in un istituto penitenziario del Paese, non importa quale. Sono affreschi di vita quotidiana finalizzati a restituire dignità e umanità a una condizione che spesso non ce l’ha. (la redazione).
Qualche giorno fa un allievo di quinta non è venuto a lezione. Lo conosco da tre anni, è bravo, anche se talvolta mostra ancora qualche segno dell’arroganza acerba della sua età. Condanna lunga. La scuola il giusto investimento. A rischio. Come tutto qui: sa che quando uscirà non avrà vita facile, dovrà ripartire da zero, forse sfuggire ai richiami (sirene o minacce?) di vecchi sodalizi criminali.
Comunque quella mattina non è venuto. Quando la collega della prima ora ha chiesto agli assistenti di farlo scendere dalla sezione detentiva al piano delle aule scolastiche, hanno traccheggiato. Dopo qualche sua rimostranza, le hanno detto: «Se proprio insiste…». L’hanno chiamato e in breve le si è parato di fronte un volto livido, tumefatto. Lei ha sgranato gli occhi e chiesto cosa fosse capitato. Domanda ingenua: «Niente, prof., cose che succedono».
Sappiamo che non serve chiedergli spiegazioni, né di raccontare come stia o se oltre al dolore provi anche paura. Nel breve scambio, prima che tornasse in sezione, la collega ha notato che non si è mai ritratto come vittima, né ha considerato l’idea di appellarsi alla giustizia.
Nel pomeriggio mi sono recato nel padiglione e ho parlato con un assistente di polizia penitenziaria. Ho saputo che gli aggressori sono stati posti in isolamento e, come spesso in questi casi, con ogni probabilità verranno trasferiti. Ne ho approfittato per chiedergli come mai chi subisce pestaggi in carcere non denunci. Ha risposto con una domanda eloquente: «Lei non è tanto che lavora in carcere, vero?».
No, pochi anni. Ma so di non sapere, o meglio, di non capire. É come se tutti, guardie e ladri, credessero davvero, fatalisticamente, che episodi simili possano talvolta verificarsi, rientrino nell’ordine delle cose. Se sei dentro, alla lunga probabilmente adotti o accetti questa mentalità, ma se sei un esterno, per quanto tu possa fingere di darla per scontata con il personale o con i ragazzi, ne percepisci le storture. Però è così. Universalmente. Irrecuperabilmente.
Nei giorni seguenti ho provato a interrogare altri studenti per saperne di più: nonostante la mia circospezione – qualche cosa ho imparato – è il festival della reticenza: «Io non so un cazzo prof.; io non c’ero; ma è giorni fa, perché chiedi ancora?».
Chi vive qui, da una parte e dall’altra, accetta l’esistente. Ci si picchia per sgarbi, per il potere in sezione, molto spesso per debiti contratti. Ma il tempo passa, parlare non conviene e poi, presto, i lividi da blu divengono verdastri, giallognoli, fino a confondersi con le naturali cromie della pelle. Tutto passato. Se ci saranno vendette o ritorsioni, nuovi scontri o nuove gerarchie dipende dai singoli casi, mentre le dinamiche generali sono sempre le stesse.
Così il carcere continua a pulsare, isolato, ignorato, dolente. Non c’è abbastanza personale di sicurezza, ce n’è risibilmente poco per quanto riguarda l’area educativa. Questo è il vero reato sociale, la causa politica di un sistema che non riesce a curare nemmeno se stesso.
