Il carcere è, per la “società libera” un’isola sconosciuta: per disinteresse, per mancanza di informazioni da parte dei media, perché è una “istituzione totale” per eccellenza, priva di contatti con l’esterno. E poi perché, per i più, i suoi ospiti – i detenuti e le detenute – non meritano alcuna attenzione e anzi, dopo il loro ingresso in carcere, si dovrebbe semplicemente “buttare la chiave”. Neanche l’ormai interminabile sequenza di suicidi e di atti di autolesionismo basta a rompere l’isolamento di una realtà che accoglie e rinchiude, ogni giorno, 62.000 persone, in gran parte senza diritti e senza speranza. Per contribuire a uno sguardo diverso e alla considerazione del carcere come un “pezzo” della società ospitiamo (e lo faremo periodicamente) le noterelle di un insegnate in un istituto penitenziario del Paese, non importa quale. Sono affreschi di vita quotidiana finalizzati a restituire dignità e umanità a una condizione che spesso non ce l’ha (la redazione).
Natale si avvicina.
In questi giorni nelle classi il tema esce spesso. Inevitabile.
Tra i ragazzi, qualcuno la prende con autoironia:
«Prof., cosa fa a Natale e nelle feste?»
«Non so ancora, forse resto qui»
«Anche noi!».
Oppure, al contrario, si veleggia nel surreale:
«Prof., pensavo di andare un po’ a sciare, poi magari qualcosa all’estero…».
I sorrisi però si spengono in fretta e restiamo in silenzio.
Per quanto riguarda l’approccio al Natale, in questi anni ho riscontrato una differenza tra i padiglioni maschili e quelli femminili. Nei primi ci si attiva per trascorrere insieme qualche momento di festa, per un giorno si tralascia il vitto che arriva dalle cucine e ci si accorda per cucinare insieme in cella qualcosa acquistata tramite la lista della spesa extra-vitto: cibi e bevande non alcoliche con fornelletti da campeggio anch’essi disponibili a pagamento. Così, proprio ieri ho sentito un allievo chiedere a un altro: «a Natale vieni a cena da me?».
Nei padiglioni femminili c’è meno leggerezza. La maggior parte delle mie allieve esprime nostalgia della famiglia e senso di colpa per la propria lontananza: «A me il Natale qui non piace, prof. Spero passi in fretta; mi sento una mamma di merda, io sono qui e i miei figli sono lontani». Anche qui, esprimo vicinanza con il silenzio.
Intanto, la macchina delle celebrazioni si attiva e coinvolge la struttura. Le scuole chiedono alle Direzioni il permesso per uno scambio di auguri con gli allievi, introducendo panettoni e qualche bibita. Le Direzioni approvano e si creano piccole occasioni di distensione. Pochi giorni fa in un padiglione un’associazione di volontari ha organizzato un pranzo di Natale tra detenuti e il personale che ne segue il percorso di reinserimento: educatori, psicologi, volontari. Anche la scuola è stata invitata.
Ci ha fatto piacere trovare un lungo tavolo imbandito nel corridoio che normalmente attraversiamo per recarci alle aule. Inedito e un po’ straniante essere seduti a tavola vicino ai nostri allievi, osservarli in una dimensione rilassata e conviviale. La letteratura più autorevole sul mondo detentivo ripete che la persona non è il suo reato, qui verifichiamo dal vivo la verità di questo assunto. Al tavolo, sotto una stampa sbiadita del Cenacolo leonardiano, siamo solo persone, tutte uguali. Ma non tutti siamo qui. Gli assistenti di polizia penitenziaria non hanno voluto consumare il pasto con noi: hanno condiviso il cibo tra loro, in una stanza poco discosta. Sul momento ero sorpreso, ripensandoci ho capito le loro motivazioni: per noi si è trattato di un momento extra-ordinario, esaurito il quale siamo tornati alle nostre attività principali. La loro è la sorveglianza di quelle persone. E perché questa possa svolgersi, i ruoli non devono essere confusi. Attraversare il confine, anche solo per un momento, rischia di provocare fraintendimenti o confidenzialità difficili da recuperare. Così abbiamo mangiato vicini, ma separati.
Intanto, dal fondo del corridoio, un presepe silente diffondeva i suoi bagliori.
