L’utilità dei regimi, la sconvenienza della democrazia

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Non esisteva al Qaeda nell’Iraq pre-2003. Nessun Isis nella Siria pre-2011. Non c’era Hezbollah prima dell’invasione del Libano del 1982. Non c’era Hamas nel 1967. Niente Talebani prima del movimento dei Deobandi figlio dell’India coloniale e delle sue cicatrici. La lista sarebbe ancora lunga, ma oggi, a 48 ore dalla nomina di un “falco radicale” come Mojtaba Khamenei alla carica di Guida suprema dell’Iran, la domanda che molti si pongono è: che risvolti produrrà il presente? Prevedere il futuro è impossibile, ma nel fare luce su alcuni dirimenti snodi del passato e del presente vale la pena partire da un antico proverbio yiddish: «Una mezza verità è una bugia intera». La guerra lanciata contro l’Iran da Trump e dai suoi alleati, senza alcun avallo dell’Onu, né del Congresso Usa, non ha nulla a che vedere con la pace in Medio Oriente, né con i diritti e la democrazia. Chi pensa il contrario afferma una mezza verità, com’è chiaro a chiunque conosca la storia.

Ogni movimento popolare che in Medio Oriente ha invocato la democrazia parlamentare dal 1876 a oggi, è stato contrastato da alcuni dei principali paesi occidentali: dall’Egitto del tempo di Ahmad ’Urabi fino all’Iran di Mohammad Mossadeq, passando per l’Algeria nel 1991 a decine di altri contesti e fasi storiche. Quando all’inizio dello scorso decennio milioni di persone nella regione si sono ribellate ai regimi che li tengono sotto scacco, diversi paesi sulle due sponde dell’Atlantico e i loro alleati (a cominciare dal regime saudita, al terzo posto mondiale per esecuzioni capitali) sono riusciti a impedire che si potesse affermare un’alternativa ad essi: i regimi sono “utili” perché garantiscono “stabilità”, ovvero controllo.

Era così anche negli anni Settanta, quando l’Iran era il primo acquirente di armi statunitensi a livello mondiale. A capo di quell’Iran c’era un dittatore, Mohammed Reza Pahlavi, che considerava le donne «incapaci» e utili «solo se graziose». Suo padre, Reza Khan, salito al potere nel 1921 a seguito di un colpo di stato a guida britannica, era un simpatizzante nazista. Ancora nel giugno del 1977, la Croce rossa attestò che 900 dei 3mila prigionieri politici presenti nelle carceri iraniane avevano subito torture. Nelle parole di Michael Axworthy: «Espressioni di dissenso contenuto non rappresentavano più un’opzione: il regime era determinato a cancellare qualsiasi forma di dissenso». Come si arrivò a una tale situazione? Occorre riavvolgere il nastro della storia ai concitati mesi del 1953, ai processi storici che portarono alla destituzione del governo democraticamente eletto guidato da Mossadeq, in favore del ritorno al potere di Reza Pahlavi. Nelle parole di Mark J. Gasiorowski e Malcolm Byrne: «L’operazione angloamericana interruppe la spinta dell’Iran ad affermare la sovranità sulle proprie risorse e aiutò a porre fine a un acceso capitolo della storia del movimento nazionalistico e democratico del paese. Queste conseguenze risuonarono con effetti drammatici negli anni successivi».

Gli effetti ai quali si fa riferimento raggiunsero l’acme nel 1979, quando la “rivoluzione iraniana” cambiò pelle, divenendo nel giro di poche settimane una “rivoluzione islamica”. Malgrado l’enorme partecipazione popolare agli eventi del 1979, il regime guidato dal grande ayatollah Ruhollah Khomeini, rappresentò sin da subito un paradosso: il concetto stesso di sovranità popolare venne stigmatizzato dal leader iraniano alla stregua di un’imposizione coloniale volta a minare il concetto di umma (comunità dei fedeli musulmani). La presenza di cittadini sovrani non era considerata necessaria: c’era spazio solo per ‘sudditi’ bisognosi di essere guidati. Úna peculiare interpretazione dei principali dettami dell’islam rappresentava la ‘guida’ alla quale si appellava Khomeini. Fino all’ascesa del Velayat-e faqih (governo del giureconsulto), la dottrina totalizzante da lui stesso ideata al fine di controllare ogni aspetto legato al governo del paese, il clero sciita locale era stato tuttavia in larga parte concorde sulla necessità di limitare la propria influenza alla sfera spirituale. Fu proprio Khomeini a conferire al clero diritto e legittimità a governare lo Stato. «Fu precisamente su questo punto – per citare Laurence Louër – che Khomeini dimostrò di essere un ‘rivoluzionario’».

Il regime al potere in Iran negli oltre quattro decenni successivi si è macchiato di gravi crimini contro l’umanità e di feroci repressioni interne, l’ultima non più di poche settimane fa. Accanto a questa evidenza inconfutabile, occorre aggiungerne altre due: tutte le guerre lanciate da Washington in Medio Oriente in questo secolo (Afghanistan 2001, Iraq 2003 e Yemen 2015 su tutte) hanno finito per marginalizzare gli elementi riformisti interni all’Iran. Ogni volta che uno spiraglio pareva aprirsi per un Iran meno oltranzista, gli Stati uniti e i loro alleati hanno fatto il possibile per impedire che ciò avvenisse. L’Iran ha le seconde maggiori riserve di gas naturale al mondo, le quarte di petrolio, 92 milioni di abitanti e un imponente mercato interno: potrebbe diventare il Paese egemone della regione nel giro di pochi anni. Vogliono un Iran controllabile e “utile”, non “libero”. L’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa), sostenuto da una leadership meno radicale di quella attuale, rappresentava una soluzione, ancorché perfettibile, per risolvere molti dei problemi attuali e favorire figure politiche più orientate al compromesso. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha certificato 14 volte il rispetto di Teheran dell’accordo, incluso in una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’accordo è stato violato nel 2018 da Washington. Stati uniti e alleati avevano bisogno di questo Iran per giustificare le proprie politiche di dominio nella regione. L’obiettivo è colpirne uno per educarne cento: «sottomettetevi al nostro dominio, sia pur in cambio di benefit, o sapete cosa vi aspetta». Alcuni chinano la testa, altri no. Come sempre nella Storia.

L’articolo è tratto da il manifesto del 10 marzo

Gli autori

Lorenzo Kamel

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