Piano casa, rendita e questione abitativa

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Appare riduttiva e inadeguata la critica della sinistra al “piano casa” del Governo Meloni, liquidato alla stregua di uno spot elettorale. Il punto non è la limitatezza delle risorse a fronte della dimensione drammatica del disagio abitativo, bensì la “continuità” di una politica che ha nella rendita la sua stella polare. Il piano Meloni segue a distanza di quasi venti anni il “piano Berlusconi” e ne ripercorre alla lettera modalità e finalità. Il disagio abitativo è usato come pretesto per allentare ulteriormente i vincoli urbanistici e per sostenere interventi privati che, come ai tempi di Berlusconi, limitano a percentuali trascurabili l’offerta in affitto sociale. Alla Cassa depositi e prestiti (CDP) è affidata la missione di finanziare le imprese edili e ai comuni il compito di agevolarle sul piano urbanistico. Un grande aiuto di stato all’edilizia privata. Diversi miliardi della CDP, a partire dal Governo Berlusconi, sono stati già spesi in fantomatici progetti di social housing, realizzati con lo scopo di realizzare rendimenti minimi del 5 per cento, con canoni di affitto di 600-800 euro, di poco inferiori ai canoni di mercato e comunque insostenibili rispetto al salario di un lavoratore. La vicenda del recupero di 60 mila alloggi popolari, attualmente inagibili, somiglia molto a un grande imbroglio. Viene presentata come novità uno stanziamento già presente in diverse finanziarie e leggi di bilancio degli ultimi decenni, rimasto però sulla carta. Non esiste, insomma, un vero “piano” per riqualificare e rilanciare l’edilizia residenziale pubblica, manca un “piano” per le famiglie che non sono in condizione di chiedere un mutuo, non è affrontata, in poche parole, la “questione abitativa”.

Intanto, mentre Airbnb, Booking ecc., con appositi algoritmi, ogni giorno consentono in tempo reale l’incontro tra domanda e offerta di milioni di affitti brevi, da decenni i governi nazionali e le regioni non riescono a dotarsi di strumenti efficaci per fare incontrare domanda e offerta abitativa (come pure domanda e offerta di lavoro). Le piattaforme digitali rappresentano un caso di scuola per l’effetto distruttivo delle nuove tecnologie quando il loro uso è privatistico e non regolamentato. L’alleanza tra nuove tecnologie e rendita gioca un ruolo di primo piano nei processi di trasformazione urbana. È praticamente scomparso il mercato dell’affitto nelle città d’arte, turistiche, universitarie, eppure i responsabili non pagano pegno: i padroni (invisibili) delle piattaforme digitali non pagano tasse e, nel migliore dei casi si limitano a fare da sostituto d’imposta per i loro clienti – i proprietari di seconde e terze case – a cui garantiscono alti rendimenti (da 10 al 20 per cento). Non si vogliono criminalizzare i proprietari di casa, ma quale alternativa abitativa viene proposta, in questa situazione, alle famiglie che non possano e non vogliano acquistare un alloggio e indebitarsi per tutta la vita?

È doveroso, dulcis in fundo, ricordare che il Governo Conte 2 e il Governo Draghi portano la responsabilità di avere trasformato un intervento pubblico, che poteva avere grandi potenzialità dopo il Covid, in un grande spreco, concedendo soldi pubblici e crediti d’imposta (170 miliardi di Superbonus) senza criterio a ricchi signori e a famiglie di ceto medio-alto (che avrebbero potuto provvedere di tasca propria), escludendo dalle decisioni le autonomie locali e senza riguardo per le priorità sociali. Un provvedimento gestito nel peggiore dei modi, che ha ristrutturato il 5 per cento appena del patrimonio residenziale privato, in maggioranza ville e villette o condomini delle zone urbane centrali, bypassando quasi del tutto le case popolari e di periferia. In un paese in cui l’80 per cento delle famiglie vive in un’abitazione di proprietà, solo una sparuta minoranza ha visto accrescere il valore della prima e della seconda casa, ricavandone magari un prezzo di mercato più elevato da un’eventuale vendita.

La moderna rendita si nutre dell’intreccio tra finanza e mattone. La rendita finanziaria e immobiliare vive un momento magico, ma il costo sociale è elevato. Nella “piramide dei valori immobiliari”, Milano è saldamente al vertice, con i prezzi delle abitazioni aumentati del 44 per cento (dal 2015 al 2025). Seguono Roma e le altre grandi città. Alcuni quartieri sono ormai riservati sempre più a ricche famiglie (upper class) e al terziario (banche, uffici pubblici e di rappresentanza). Alla periferia larga e informe sono destinati le famiglie con reddito medio-basso, la grande distribuzione e le residue attività artigianali. I processi di segregazione residenziale e di frammentazione sociale si alimentano a vicenda, anche per via di redditi da lavoro stagnanti o regrediti per l’alta inflazione. Il piano casa Meloni-Salvini è dunque trascurabile in sé, ma va letto e criticato nel contesto delle dinamiche economiche riguardanti le trasformazioni urbane. Solo così è possibile comprendere il nesso tra concentrazione della ricchezza e disuguaglianze crescenti.

Basta valutare l’impatto, in termini di qualità e di quantità, dei fondi immobiliari che, nelle città d’arte e mete di turismo, acquistano edifici di particolare valore storico e architettonico da ristrutturare e trasformare in alberghi di gran lusso. Nel centro di Roma un fondo di investimento che fa capo a Bill Gates ha acquistato due grandi palazzi (20 mila mq a piazza S. Silvestro)) per realizzare un hotel della catena Four Seasons, di proprietà dello stesso fondatore di Microsoft. Altre catene alberghiere (Mandarin, Marriot, Rosewood) stanno sbarcando a Roma e in altre città. Significa che centinaia di migliaia di metri quadri di spazio urbano attraggono protagonisti senza scrupoli della finanza internazionale per operazioni speculative nel settore turistico di alta gamma. Al turismo low cost, con gli affitti brevi, ci pensa Airbnb, come abbiamo visto prima. La forma urbana ne esce sfigurata, la distanza tra Ztl e periferie si allarga, il disagio sociale aumenta, vincoli di comunità si spezzano. Dietro “programmi di recupero” o di “rigenerazione urbana”, si nascondono spesso operazioni di gentrification, col risultato che centinaia e migliaia di residenti a basso reddito sono costretti a lasciare i loro quartieri.

C’è da aggiungere che le imposte sugli immobili (e sulle altre forme di rendita) sono proporzionali e regressive, pari alle aliquote che pagano i lavoratori a basso reddito. L’esenzione generalizzata dell’Imu sulla prima casa, anche per coloro che hanno un reddito e un patrimonio consistenti, penalizza le casse pubbliche e sottrae decine di miliardi al welfare. Il principio che il bene casa è “sacro” e non si tocca è mera demagogia che si ritorce contro le famiglie meno agiate, in primis su quelle che una casa in proprietà non ce l’hanno. Nel Catasto non aggiornato, non riformato, non decentrato, si esprime emblematicamente la volontà politica delle élite al potere di non toccare i corposi interessi della rendita. Governi, regioni e comuni, pur di non fare pagare di più chi ha di più, cercano di sopperire alla mancanza di risorse pubbliche imponendo alle famiglie, in modo improprio e iniquo, addizionali sulle aliquote Irpef e alzando le tariffe dei rifiuti dell’acqua, dei trasporti e così via.

Gli interessi della rendita, incrociandosi con le dinamiche della globalizzazione, trovano nelle città il loro luogo privilegiato e conferiscono una curvatura singolare al neoliberalismo italiano. La rendita non è solo quella immobiliare e finanziaria, ma si si riempie di molteplici contenuti e sfaccettature. La sua dimensione è tale da condizionare l’economia nel suo complesso. Il momento in cui Luciano Benetton, nei primi anni novanta, decide di disinvestire nell’industria tessile e di rifugiarsi negli autogrill e nelle concessioni autostradali, può essere indicato, simbolicamente, come l’inizio del declino della manifattura del bel Paese. Insieme alla famiglia Benetton, una parte consistente dell’imprenditoria, di fronte ai problemi posti dalla riconversione produttiva e dalla globalizzazione, si persuade che i soldi conviene farli con la finanza, col mattone, all’ombra delle concessioni pubbliche e rinuncia così a incanalare gli incrementi di produttività e i maggiori profitti nelle proprie aziende. Nuove forme di rendita, accanto alle vecchie, allettano numerosi capitani d’industria. “Concessione” diventa la parola chiave per diversificare gli affari al settore dell’edilizia, alla pubblicità e alle televisioni private, alle reti di comunicazione, alle utilities dei rifiuti, dell’acqua e altro, alla gestione degli stabilimenti balneari, ecc. Gli alti rendimenti di questi settori spiazzano gli investimenti produttivi e modificano a favore della rendita gli equilibri economici e sociali. Il business cerca nella rendita un comodo rifugio.

Queste osservazioni bastano, forse, per spiegare i trenta punti di differenza salariale tra i lavoratori tedeschi e i lavoratori italiani. I profitti, invece di essere reinvestiti nell’innovazione aziendale, sono stati dirottati verso approdi più remunerativi. A farne le spese sono stati i livelli salariali, sacrificati, naturalmente, sull’altare della “competitività”. Dalla produzione alla rendita si potrebbe chiosare. Le politiche indirizzate unicamente alla compressione del costo del lavoro, insomma, oltre ad aumentare i profitti, hanno favorito il lavoro precario e la diffusione di settori produttivi a più basso valore aggiunto, minando la capacità d’innovazione di processi e di prodotti. Stanno qui le cause della bassa produttività dell’industria italiana, e da qui derivano molti dei ritardi e degli ostacoli che si frappongono a un rilancio dell’economia all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione. Quando si parla di declino industriale non ci si può non riferire a questi temi. Negli ultimi decenni, a protezione dei profitti e della rendita sono stati alzati solidi “recinti”, legali, fiscali, amministrativi. Un processo inverso è toccato al mondo del lavoro, i cui “recinti” precedentemente costruiti con lotte e sacrifici, sono caduti ad uno ad uno, abbattuti dalla furia liberista di governi nazionali, regionali e locali.

Gli autori

Gaetano Lamanna

Gaetano Lamanna è uno studioso di filosofia ed economia. Ha lavorato nella Cgil regionale della Calabria e nella Cgil nazionale occupandosi di scuola e università, economia e fisco, ambiente e territorio. Ha collaborato con riviste e quotidiani, tra cui "Rinascita", "l’Unità", "il manifesto", "il Quotidiano del Sud". Attualmente scrive su "Left" e "Volere la luna". Ha pubblicato "Ricchezza privata e miseria pubblica" (Castelvecchi, 2025), "La casa negata" (Ediesse, 2014), "Malapolitica" (Ediesse, 2009).

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One Comment on “Piano casa, rendita e questione abitativa”

  1. Molto interessante e sicuramente un’analisi valida per le grandi città….
    Meno per aree interne ….

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