Gaetano Lamanna è uno studioso di filosofia ed economia. Ha lavorato nella Cgil regionale della Calabria e nella Cgil nazionale occupandosi di scuola e università, economia e fisco, ambiente e territorio. Ha collaborato con riviste e quotidiani, tra cui "Rinascita", "l’Unità", "il manifesto", "il Quotidiano del Sud". Attualmente scrive su "Left" e "Volere la luna". Ha pubblicato "Ricchezza privata e miseria pubblica" (Castelvecchi, 2025), "La casa negata" (Ediesse, 2014), "Malapolitica" (Ediesse, 2009).
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La crisi della democrazia affonda le radici negli anni ’70, nella rottura del compromesso tra capitalismo, welfare e partecipazione. La parola d’ordine della governabilità ha svuotato Parlamento e politica, favorendo forme di governo che rinunciano alla mediazione della politica. Il referendum del 22-23 marzo può essere un argine.
L’affermazione secondo cui la ricchezza prodotta è destinata a piovere miracolosamente sulla società è una frottola del liberismo. Occorre uscire dalla subalternità a questa cultura (funzionale al potere di Elon Musk e dei suoi simili) e dar vita a un movimento che si contrapponga radicalmente al capitalismo.
È necessario che la sinistra superi il blocco psicologico e politico che le impedisce di pronunciare le parole socialismo e comunismo, rimosse dal suo vocabolario. L’alternativa politica si costruisce riscoprendo l’attualità di parole che mantengono un significato profondo e che hanno segnato l’identità di milioni di persone, che hanno impegnato la propria vita per ideali di libertà e di giustizia sociale.
C’è stata, qualche anno fa, la convinzione che il capitalismo potesse essere soppiantato dalla tecnica. I fatti hanno dimostrato il contrario: la tecnica domina il mondo ma ad avvantaggiarsene è proprio il capitalismo. Il cambiamento richiede altro: la riscoperta e la pratica della solidarietà e del conflitto sociale. Le manifestazioni dei giorni scorsi per Gaza dimostrano che è una prospettiva possibile.
A un’espansione produttiva, finanziaria e tecnologica senza precedenti fanno da contraltare una società malata, una crisi ambientale gravissima, le guerre. Il capitalismo è in crisi, ma l’ideologia neoliberale è viva e vegeta mentre il socialismo resta un tabù. Eppure da lì, dal rapporto tra socialismo, libertà e democrazia, occorre ripartire.
Pasolini è stato spesso profetico. È accaduto, per esempio, sulla questione dello sviluppo, da lui definito “mostruoso” se non affiancato da un progresso qualitativo. Non venne capito allora dalla sinistra e non è compreso neppure oggi. Quando le politiche liberiste, seppur fallimentari, sono sempre lì, celebrate come la panacea di tutti mali.
Le polemiche tra il mondo dello spettacolo e il ministro della Cultura rivelano, oltre all’intolleranza di quest’ultimo, un problema strutturale. A differenza della produzione manifatturiera, i concerti, il teatro, il cinema (e molte altre attività) richiedono gli stessi addetti di un secolo fa, ma con costi molto più elevati. E il mancato aumento della relativa spesa equivale a un de-finanziamento. Ma la politica non se ne accorge.
La globalizzazione a guida liberista ha rotto consolidati equilibri istituzionali, politici e sociali. La crisi attuale, con l’accelerazione impressa dal presidente Trump, chiude questa fase ma, insieme, ne apre un’altra in cui l’Europa si scopre debole e indifesa. All’analisi di questo intreccio è dedicato l’ultimo libro di Piero Bevilacqua.
Nell’ultimo anno e mezzo le imprese italiane hanno realizzato un risparmio senza precedenti: oltre 100 miliardi, più o meno l’equivalente dei sussidi per ristori e sostegni. Capitali pagati dalla comunità, sottratti agli investimenti e all’occupazione, ma Confindustria attacca i sussidi agli indigenti definendoli spregiativamente Sussidistan.