La giornata del 25 aprile si sta chiudendo. In centinaia di città e paesi è stata celebrata la festa della liberazione dal fascismo. Dove non è prevalsa la ritualità, il termine liberazione si è intrecciato con resistenza, Costituzione, pace, giustizia, libertà. E sono risuonate – in antitesi al fascismo risorgente, alla guerra che imperversa nel mondo, all’odio razziale – le parole di Carlo Rosselli: «Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni». Come esempio di questo sentire pubblichiamo – disgiuntamente – gli interventi svolti al termine del corteo di Pavia: il saluto del presidente dell’Anpi locale, Luca Casarotti, e l’orazione ufficiale di Tomaso Montanari. (la redazione)
È un grande, immeritato, onore prendere la parola in questa festa solenne, la grande festa d’aprile che ogni anno ci riconsegna intatta la gioia e la fatica della Liberazione.
Hannah Arendt ha scritto che «poiché la liberazione, i cui frutti sono assenza di costrizione e possesso della “facoltà di movimento”, è effettivamente un presupposto della libertà, è spesso assai difficile dire dove termini il semplice desiderio di liberazione, di essere liberi dall’oppressione, e cominci il desiderio di libertà in quanto modo di vivere politico». Noi questo spazio, questo salto tra liberazione e libertà, lo possiamo misurare: va dal 25 aprile 1945 al primo gennaio 1948. Perché con l’entrata in vigore della Costituzione, la nostra liberazione è diventata libertà. Ci siamo liberati dall’invasore nazista e dalla dittatura dei fascisti, ma non ci siamo fermati. Attraverso la Costituzione abbiamo costruito il progetto di una libertà che è libertà dall’oppressione dei ricchi sui poveri, dei maschi sulle femmine, dei bianchi sui neri. La libertà dal bisogno economico e la libertà dall’ignoranza: che per secoli, anzi per millenni, aveva schiacciato la maggior parte del popolo italiano sotto un giogo insopportabile. Don Lorenzo Milani dirà, con le parole più ardenti che un cristiano avrebbe potuto pronunciare, che la Costituzione è la «legge che il Cristo si aspettava da noi da secoli, perché dà al povero una dignità umana». Il passaggio dalla Liberazione alla Costituzione è il capolavoro della storia italiana: perché la minoranza che aveva fatto la Resistenza fu capace di prendersi cura di tutto il popolo italiano, trasformando il meglio di quella straordinaria esperienza in un progetto politico di liberazione permanente.
Il figlio di un capo partigiano ha raccontato quel nesso con parole che vorrei fare oggi risuonare in questa piazza:
«Gli avversari politici lo stimavano: per la sua mitezza, per la sua capacità di ascoltare le ragioni degli altri. Ma la sua mitezza si nutriva di un sogno più grande, quello di un mondo in cui tutti gli uomini della terra sarebbero stati fratelli, e la miseria e la fame sarebbero sparite dalla vita degli uomini. L’aveva imparato in montagna, quando da commissario politico doveva dare ragione del perché combattevano ai giovani sbandati che erano accorsi nella primavera del 1944 a ingrossare il piccolo nucleo di antifascisti di lunga durata già saliti l’anno prima sulle colline. Giovani stretti tra le spinte dell’avventura e della paura, a cui bisognava insegnare a vivere e a combattere immaginando un futuro diverso, necessariamente più grande e più bello del mondo che si erano lasciati alle spalle, e che dovevano avere chiare le ragioni per cui si poteva morire. Nessuno doveva morire senza sapere il perché. E il perché lui lo nutriva dei libri letti in galera, delle discussioni con cui lui e i suoi amici rompevano i muri in cui erano rinchiusi. Il comunismo, un mondo di uguali, la disciplina, anche dura, per conquistare un mondo senza più costrizioni. E l’uguaglianza praticata fino a dividere in dieci una banana chissà come piovuta sulla fame di quegli uomini alla macchia. E poi, insieme, la necessità di un rapporto fraterno con i partigiani diversi da loro. […] Ancora diversi, e ancora fratelli. E io, ragazzo, capivo e sentivo come davvero la Costituzione fosse figlia della Resistenza. La contraddizione di fondo tra i partigiani non passava fra le diverse ideologie, ma fra quelli che mettevano al primo posto la guerra da fare, i nemici da uccidere, e misuravano il valore dei capi solo sulle loro doti guerriere, e quelli che cercavano la stima e il rispetto delle donne e degli uomini, dei bambini e dei vecchi, che in montagna vivevano e lavoravano e subivano le conseguenze terribili di quella guerra. Fra chi pensava che suo compito fondamentale fosse far fuori quanti più fascisti e tedeschi fosse possibile, e per cui i boschi erano un luogo di nascondiglio da cui la lotta partiva, e quanti pensavano che del mondo nuovo da costruire quella gente che nei boschi trovava ogni giorno il modo di vivere, che li amava e li rispettava, dovesse essere la parte che conta».
La parte che conta: i più fragili, i più poveri. Ancora oggi la festa della Repubblica si festeggia a Roma con una parata militare, residuo inerziale della lunga storia degli stati-nazione. Eppure, quanto sarebbe bello vedere sfilare medici e insegnanti, bidelle e infermieri, veterinari e netturbini, cuochi e scienziate… È esattamente qui, in questa prospettiva di pace e di giustizia, la risposta a chi oggi chiede a gran voce che senso abbia dirsi antifascisti. Eccola, la risposta, dalla viva voce di Carlo Rosselli, che assassinato dai fascisti nel 1937, non vide mai la Costituzione nata dalle sue idee:
«Siamo antifascisti – diceva – non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi».
Giustizia sociale, centralità della persona, superamento dei nazionalismi e definitiva rinuncia alla guerra in nome dell’unica identità che conta davvero: quella umana. Era già tutto nelle parole di Rosselli il progetto rivoluzionario della Costituzione antifascista.
Un grande partigiano, e grande presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, non si stancava di ripetere ai più giovani:
«Noi dobbiamo la nostra vita democratica alla Resistenza. La nostra Costituzione è nata dalla Resistenza. Il 25 aprile, festa della Liberazione, ha tutti questi significati dentro di sé e deve rimanere tale. Non sarebbe esatto dire che chi ha combattuto per la libertà combatteva solo per questo: nei partigiani era chiaro che l’obiettivo era duplice e riguardava, insieme, libertà e democrazia. Ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e a cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto albertino (quello in cui il sovrano concedeva, di sua iniziativa, i diritti al popolo)».
La pienezza della democrazia: che è innanzitutto liberazione dal bisogno economico e pari dignità. Il 25 aprile del 1945 fu la voce di Sandro Pertini a chiamare, dalla radio, i milanesi allo sciopero generale e all’insurrezione. Venticinque anni dopo, nel 1970, un Pertini presidente della Camera così celebrava la grande festa di aprile:
«Noi non vogliamo abbandonarci a un vano reducismo. No. […] Siamo qui per riaffermare la vitalità attuale e perenne degli ideali che animarono la nostra lotta. Questi ideali sono la libertà e la giustizia sociale, che costituirono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro; non può esservi vera libertà senza giustizia sociale, e non si avrà mai vera giustizia sociale senza libertà. E sta precisamente al Parlamento adoperarsi senza tregua perché soddisfatta sia la sete di giustizia sociale della classe lavoratrice. La libertà solo così riposerà su una base solida, la sua base naturale, e diverrà una conquista duratura ed essa sarà sentita, in tutto il suo alto valore, e considerata un bene prezioso inalienabile dal popolo lavoratore italiano».
«Solo così»: cioè costruendo giustizia sociale. Ma abbiamo fatto il contrario: e oggi ci chiediamo se l’indifferenza, o meglio la diffidenza, verso quei valori di libertà non si debba proprio spiegare così. La distruzione di ogni giustizia sociale ha lentamente distrutto anche la «base solida» per l’idea stessa di libertà. Ed è così, per questa via, che gli italiani hanno smesso in massa di andare a votare, aprendo la via al governo di chi si riconosce a viso aperto nelle idee e nei miti aberranti del fascismo. Oggi, in un deserto ideologico, il razzismo, l’odio per la diversità, la pretesa della superiorità della propria cultura, un disperato egoismo sociale crescono velocemente, e si moltiplicano: perché sono ‘idee senza parole’ che abitano perfettamente il vuoto lasciato dalla mancanza di idee argomentate, confrontate con la realtà, passate al vaglio di una critica collettiva. La maggior parte di coloro che votano, o provano simpatia, per i partiti che continuano a credere nei miti del fascismo (e che rivendicano proprio questa «continuità») non ha probabilmente mai letto Mussolini e, quasi sempre ha un sincero orrore per la figura di Hitler: non sa quali siano le origini delle idee che pensa di condividere, e non immagina quali possano esserne le conseguenze sulla sopravvivenza della democrazia, e dell’umanità stessa. Non lo sa, e non se ne cura: nella convinzione che quelle idee siano ‘naturali’, e dunque più forti del diritto, o del senso morale. A questo si aggiunge che il più potente mezzo di comunicazione orizzontale della storia umana – internet, con i social media – è oggi dominato da un «algoritmo [che] per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme ha imparato a premiare non la verità, la gentilezza o l’empatia, ma le emozioni più forti e contagiose: la paura negli anziani, la rabbia nel ceto medio impoverito, l’insicurezza e l’ansia nei giovani».
Un vento potente soffia dunque nelle vele, in sé così poco attraenti, del fascismo. «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo»: queste celebri, quanto inascoltate, parole scritte da Primo Levi nel 1986, seguono immediatamente la terribile constatazione per cui, «incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe». Parole che acquistano una risonanza terribilmente attuale nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da Donald Trump, anche lui un istrione grottesco: obbedito e osannato, non sappiamo ancora fino a quale traguardo. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, l’odio razziale, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico.
La via per uscire da questo pericoloso vicolo cieco la indicano ancora una volta le parole di Carlo Rosselli: rimettere al centro la persona umana. Considerarla un fine, mai un mezzo. Ciò che è davvero decisivo è allora ricominciare ad attuare il progetto della Costituzione della Repubblica, assumendo come bussola suprema proprio la persona umana. I nemici della Costituzione hanno tutti in comune una cosa: la riduzione a mezzo, a strumento, della persona umana: al servizio del profitto di pochi, o al servizio del mito del sangue. Per contrastarli davvero è necessario – diceva Piero Calamandrei – «dare ad ogni uomo la dignità di uomo»: a cominciare dalla donna, ancora schiacciata da un secolare dominio maschile. Sottomissione, mercificazione del corpo e negazione del valore della diversità: il processo dell’esclusione delle donne rappresenta e simbolizza ogni altra espropriazione di umanità. È lo stesso che viene usato per trasformare in inferiorità ogni diversità, a partire da quelle legate al rifiuto del modello binario. Il dominio maschile è premessa al dominio dei bianchi, degli occidentali, dei ricchi: come la presidenza Trump rende evidente nel suo progetto di gerarchizzazione socio-razziale degli Stati Uniti e del mondo.
La risposta più carica di futuro a tutto questo è l’attuazione di un progetto di giustizia sociale che redistribuisca la dignità e la ricchezza, garantisca un lavoro non umiliante e sicuro che liberi le persone dal bisogno e dall’ignoranza. E, nella vita di ogni giorno, la ricostruzione di una rete di rapporti personali non basati sulla competizione, ma sull’ascolto, l’aiuto, l’empatia. «Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni», diceva Rosselli. Le frontiere non sono il muro che tiene lontani da noi coloro che non hanno i nostri stessi diritti: è la nostra Costituzione a dirlo, a dire che qua possono trovare sicurezza e diritti. Quanto ai cannoni, chi dovette prendere le armi, lo fece con orrore: orrore di poter essere uccisi e anche orrore di dover uccidere. Morirono perché noi non dovessimo più combattere, presero le armi perché le armi fossero distrutte: il ripudio della guerra è il cuore dell’eredità della Resistenza. Se vogliamo davvero la pace, dobbiamo instancabilmente preparare la pace. Che non si costruisce con le armi, ma disarmandoci.
Le grandi manifestazioni per Gaza e contro il genocidio del popolo palestinese hanno mostrato che esiste anche un Occidente capace di mobilitarsi non per ciò che conviene, ma per ciò che è giusto: ed è questa la strada. Una strada da imboccare con fiducia, perché – come ha scritto Nelson Mandela, che è stato capace di sconfiggere un sistema potente e crudele fondato sul razzismo del sangue – «nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare». È questa, forse, la radicalità del bene di cui parlava Hannah Arendt, una radicalità cui abbiamo rinunciato per troppo tempo. Sono stati i giovani a indicarci la strada per ritrovare quella radicalità. Scendendo per primi in piazza per Gaza: «Oggi i giovani liberi si sollevano nelle università, | e lanciano la loro voce nel vento | i giovani liberi si sollevano nelle università |e non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità». Sono versi di Haidar al Ghazali, nato a Gaza nel 2005. Parole che ci riguardano, parole che ci ricordano che la generazione della Resistenza si sollevò, e superò quell’esame. Non solo vinse, ma vinse per affermare l’umanità di tutte e di tutti. Poche settimane fa, sono stati i loro coetanei italiani ad accorrere in massa alle urne per difendere la Costituzione antifascista, in un referendum di cui avevano capito perfettamente la portata. Ecco, dobbiamo essere all’altezza dei nostri giovani: saperli ascoltare, insorgere accanto a loro contro l’ingiustizia profonda che ancora sfigura l’Italia, e il mondo. Dobbiamo, e possiamo farlo: anche quando ci sentiamo isolati, perfino quando siamo soli. Dobbiamo sapere che accanto a noi c’è sempre la Costituzione, c’è la sua straordinaria forza di cambiamento.
Nel 1931, il rettore dell’Università di Pavia scrisse al Ministro dell’Educazione Nazionale che nel suo ateneo «l’unico professore che, allegando motivi di coscienza non ha voluto giurare [fedeltà al regime fascista]… è Giorgio Errera, ordinario di chimica generale». Errera, firmatario del Manifesto degli intellettuali antifascisti, aveva rinunciato ad essere rettore di questa università per non dover obbedire al governo fascista. È stato il presidente dell’Anpi Luca Casarotti a leggere la sua figura luminosa in parallelo a quella di uno studente così caro ai pavesi: Ferruccio Ghinaglia, ucciso dai fascisti nel 1921. Così diversi per storie, idee, destino, lo studente comunista e il professore liberale furono uniti nella capacità di leggere il loro tempo, e fare una scelta difficile e colma di coraggio: anche oggi la loro voce risuona nella voce della nostra Costituzione antifascista. Insieme, ci indicano la strada per continuare a costruire giustizia e libertà: la storia della Repubblica è appena incominciata, e tanto lavoro ci resta da fare. Ecco dunque l’augurio più importante, per questo 25 aprile del 2026: continuiamo a camminare sulla strada della Liberazione e della Costituzione. Nonostante tutto. Facciamolo con determinazione, e facciamolo con amore: perché no, non verrà promosso chi non supererà l’esame di umanità. Viva Pavia liberata, viva la Repubblica, viva la Costituzione antifascista!
