L’Africa cresce
Uno dei tanti luoghi comuni che circolano ormai da molto tempo in un’opinione pubblica dei paesi europei molto scarsamente informata e peraltro distratta rispetto alla realtà africana (lasciamo poi da parte i molto diffusi pregiudizi razzisti) è quello che il continente cosiddetto nero sia, dal Nord al Sud, economicamente ed uniformemente stagnante e sostanzialmente incapace di svilupparsi adeguatamente. In realtà, a partire dal 2000 e per circa 15 anni il pil dell’Africa è aumentato ogni anno tra il 4% e il 5%; è seguito poi un periodo di maggiore difficoltà, ma a partire dal 2021 esso si è collocato ogni anno più o meno intorno al 4%. Certo si tratta di una crescita relativamente moderata e inferiore in tale periodo a quella dei paesi asiatici nella fase del loro primo sviluppo, ma nondimeno essa è tale da far registrare un continuo sensibile miglioramento delle cose. In effetti, in meno di venticinque anni il pil africano si è moltiplicato di quattro volte, passando dai 700 miliardi di dollari del 2000 ai circa 3000 del 2024 (Hiault, 2026). E la crescita prosegue. A conferma di queste considerazioni si può sottolineare che un articolo del Financial Times pubblicato all’inizio dell’anno (Pilling, 2026) registrava il fatto che, secondo almeno le previsioni del Fondo Monetario Internazionale fatte allora, il continente, la cui crescita del pil era stata del 4,1% nel 2025 (per 3120 miliardi di dollari), dovrebbe aumentarlo invece del 4,4% nel 2026 (per 3560 miliardi; ma 4,6% per l’Africa sub-sahariana, mentre 12 paesi dovrebbero registrare un tasso di crescita dello stesso superiore al 6%, Hiault, 2026), superando così per la prima volta, evento storico, la crescita prevista nello stesso anno del continente asiatico, il cui pil dovrebbe aumentare del 4,1%. L’articolista del quotidiano economico britannico aggiunge che comunque, se le previsioni del sorpasso non si verificassero poi a consuntivo nel 2026, lo sarebbero comunque nei prossimi anni, vista le differenti tendenze demografiche e i differenti stadi di sviluppo in cui si trovano oggi i due continenti.
Uno sviluppo ineguale
Un altro luogo comune infondato rispetto all’Africa è quello che si tratti di una realtà economicamente uniforme nella sua povertà. In realtà le differenziazioni tra i vari paesi e al loro interno tra le varie classi sociali sul tema sono molto marcate. Ci sono molte Afriche. Così, sempre i dati del Fondo Monetario Internazionale per il 2025 indicano che quattro soli paesi (Sud Africa, Egitto, Nigeria e Algeria) ottengono un poco meno del 50% del pil del continente africano, con un valore di 1336 miliardi di dollari, mentre gli ultimi venticinque paesi messi insieme si fermano a circa 203 miliardi. Per quanto riguarda poi il pil pro-capite anche in questo caso le differenze sono di nuovo molto marcate. A parte alcune piccole isole (Le Seycelles, Maurizius, le isole del Capo Verde) che, con un bassissimo numero di abitanti, possiedono, grazie in particolare al turismo, un reddito pro-capite elevato, primeggiano il Gabon con 9.376 mila dollari, l’Algeria con 6.047, il Botswana con 7.662, la Guinea con 7.628, il Sud Africa, 6.769, la Libia con 5.999 (in quattro dei casi citati è il petrolio che spiega gran parte delle cifre). Dall’altro lato della scala, sono undici i paesi con un reddito pro-capite inferiore ai mille dollari; all’ultimo gradino troviamo il Sudan del Sud con 470 dollari, il Burundi con 478, la Repubblica Centroafricana con 579, il Madagascar con 622. Sino a quasi 20 volte meno dei paesi più ricchi del continente. Venendo poi al tema delle differenze sociali, l’Africa possiede alcuni dei livelli di diseguaglianza più elevati al mondo. Se consideriamo in effetti l’indice Gini (100 diseguaglianza massima, 0 nessuna disuguaglianza) registriamo un indice di 63 per il Sud-Africa, la cifra più elevata tra tutti i paesi del continente, mentre la Namibia si colloca poco discosta con il 59, il Botswana con il 55, la Zambia e l’Angola con un valore di 51.
Un potenziale di crescita elevato
L’Africa mantiene nel sottosuolo circa un terzo delle riserve mondiali di minerali, per la gran parte ancora largamente non sfruttate, mentre altrove nel mondo esse tendono semmai a ridursi; tanto più che non tutto il continente è stato esplorato adeguatamente. E questa proporzione è moto più alta per alcuni elementi, quali il manganese (85%) e il cobalto (50%) (Douet, 2026). Tra i problemi relativi ci sono lo scarso controllo dell’inquinamento prodotto dall’estrazione, una ridotta attenzione al diritto del lavoro, un pesante livello di corruzione. Mentre la domanda e i prezzi sono in genere in salita molti governi stanno cercando di rinegoziare i contratti con le società minerarie per ottenere tra l’altro che esse si impegnino a lavorare e a raffinare in loco le materie prime estratte.
A parte il petrolio e i minerali, bisogna considerare anche le grandi potenzialità dell’agricoltura, con ancora circa il 60% delle terre arabili non sfruttate, nonché delle grandi risorse idriche. Tra l’altro il continente potrebbe non solo nutrire tutta la sua popolazione, ma anche esportare derrate alimentari, mentre invece ora ne è un forte importatore netto. Il conflitto in Iran potrebbe ora comportare gravi conseguenze alimentari soprattutto nei paesi più poveri. Poi, nel 2000 la popolazione del continente rappresentava il 13% di quella mondiale; nel 2020 si era arrivati al 17%, mentre nel 2050 si dovrebbe raggiungere il 26%. Parallelamente, mentre nel 1970 la speranza di vita alla nascita di un africano era di 45 anni, ora siamo intorno ai 63. Così entro il 2050 l’Africa aggiungerà circa 770 milioni di persone alla forza lavoro mondiale. Si tratterà di una manodopera giovane, flessibile, in gran parte sensibile alle nuove tecnologie. Per altro verso, l’Africa Sub-Sahariana è una delle pochissime aree del pianeta con una popolazione in età da lavoro in crescita. Bisogna peraltro ricordare che la gran parte dell’economia locale opera nel settore informale; si stima, ad esempio, che l’85% degli occupati nel continente lavori in nero (una cifra peraltro non molto dissimile da quella di un paese come l’India); le transazioni economiche si svolgono in contanti e sulla base di rapporti di fiducia (Oynloye, 2026).
I molti problemi
Purtroppo lo sviluppo del continente è frenato da molti e complessi ostacoli. Tra i più importanti c’è il peso dell’indebitamento. Una ventina di paesi in particolare sono in sovraindebitamento o stanno per esserlo. In essi il pagamento degli interessi assorbe una parte molto importante delle entrate, privando di risorse preziose dei settori critici per lo sviluppo quali l’educazione, la sanità e i fondi per la crescita economica (Favennec, 2026). Così nel solo 2024 il livello delle uscite dei paesi africani per il pagamento di interessi sul debito ha toccato i 163 miliardi di dollari. Più dei due terzi dei debiti sono poi concentrati in 10 paesi. Citiamo tra tutti il caso del Mozambico, paese nel quale il rapporto tra debito pubblico e pil tocca il 343%. Intanto ogni anno si registrano fughe di capitali per una cifra stimata di 90 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda gli investimenti esteri diretti, essi si aggirano negli ultimi anni intorno al 4,0-5,0% di quelli totali a livello mondiale. Si tratta certo di una percentuale superiore al peso del pil africano sullo stesso totale, ma il loro importo rappresenta comunque un livello modesto rispetto alle necessità di investimenti del continente, che è in effetti molto carente per quanto riguarda il settore dell’energia e più in generale delle infrastrutture. In ogni caso essi hanno raggiunto i 97 miliardi di dollari nel 2024, che segna un + 75% rispetto all’anno precedente; ma in tale anno è maturato un singolo importante investimento in Egitto, in sostanza un’anomalia che ha assorbito una parte molto significativa del totale. Così nel 2025 il livello è sceso a 59 miliardi di dollari, con una diminuzione del 38%, mentre le prospettive per il 2026 non appaiono particolarmente entusiasmanti.
Un male tra i peggiori che affligge il continente è, come è noto, quello delle guerre interne, anche se esse non fanno se non occasionalmente notizia sui media occidentali. Si stima che attualmente siano più di 30 i conflitti di diversa intensità che affliggono l’Africa. Tra i più importanti ricordiamo quelli in Sudan, forse il più sanguinoso, nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, nel Corno d’Africa, in Libia e ora anche nel Mali. Si registrano in relazione a tali conflitti oltre 40 milioni di sfollati.
Tra gli altri problemi e a cui facciamo soltanto un cenno fugace ci sono il basso tasso di risparmio, legato in particolare al ridotto livello del reddito, nonché la mancanza di un adeguata istruzione della popolazione (circa un adulto su tre nel continente è analfabeta, peraltro con grandi disparità da paese a paese: mentre in Sud-Africa il tasso di alfabetizzazione si aggira sul 93% della popolazione, esso scende sino al 37% nel Niger). E da segnalare poi il basso livello di economie di scala nella produzione di beni e servizi, legato anche al modesto livello di integrazione tra i vari paesi, barriera che ora si cerca di abbattere progressivamente con la creazione di una Unione Doganale. Nel 2019 dopo diversi anni di preparazione l’Unione Africana ha infatti lanciato la zona di libero scambio continentale (AfCFTA, African Continental Free Trade Area), che mira a creare un vasto mercato comune. Da allora il progetto va avanti anche se con qualche lentezza. Parallelamente va segnalata la frammentazione monetaria e finanziaria del continente. E ancora le crisi internazionali che hanno spesso forti ricadute locali. Infine le gravi carenze infrastrutturali, strade, ferrovie, porti ecc.
A questi rilievi uno studioso britannico, Joe Studwell, in un suo libro recente (Studwell, 2026) ne aggiunge almeno altri due. Il primo è quello che egli chiama il colonialismo a budget limitato; a questo proposito egli ricorda ad esempio il caso della Tanzania che, al momento dell’indipendenza, aveva solo due ingegneri, 12 dottori e l’85% di analfabeti. E ancora oggi uno dei maggiori problemi del continente è quello della grave carenza di know-how tecnico (ingegneri, tecnici e operai specializzati). Il secondo fa riferimento alla scarsa densità della popolazione sul territorio, il che, dopo l’indipendenza, ha reso molto difficile fornire dei servizi essenziali quali l’elettricità e l’istruzione. Per questo ora l’esplosione della stessa popolazione, lungi dall’essere un fattore negativo come molti temono, tende invece a ridimensionare per Studwell tale handicap portando il continente alla normalizzazione demografica.
I rapporti con la Cina
Il paese con cui l’Africa ha i maggiori rapporti economici è certamente e da lungo tempo la Cina, anche se non va sottostimata la presenza in loco di molti altri attori. Citiamo intanto a questo proposito i paesi dell’Unione Europea, peraltro in perdita di velocità nell’area (segnaliamo la recente estromissione dei militari francesi dai paesi del Sahel), ma che comunque vi hanno ancora una presenza importante, retaggio dei vecchi legami dell’epoca coloniale, ma resi relativamente significativi anche dalla relativa vicinanza geografica; poi gli Stati Uniti, che hanno a lungo trascurato il continente sino ad arrivare con Trump al drastico taglio degli aiuti, mentre nello stesso tempo sempre Trump sembra molto interessato alle terre rare e al petrolio dell’area; ancora la Russia, che negli ultimi anni sta compiendo, soprattutto in alcune aree, una rilevante penetrazione soprattutto anche se non esclusivamente militare, infine l’India, con cui i rapporti commerciali si stanno facendo più sostenuti, il Giappone, la Turchia.
Gli scambi commerciali del continente pesano oggi per circa il 2,5% del totale mondiale (cifre: Unione Africana), con una certa riduzione di tale percentuale nel tempo; le esportazioni dell’area sono ancora dominate dalle materie prime e dai prodotti agricoli, mentre sono ancora molto deboli, anche se ora in crescita, gli interscambi all’interno dello stesso continente, oggi pari a circa il 16% del totale. Si registra un deficit commerciale complessivo anche se non troppo elevato. La Cina è ormai ininterrottamente da 17 anni il primo partner commerciale dell’Africa. Con il paese asiatico l’interscambio è stato nel 2024 pari a 296 miliardi, contro i quasi 350 del 2025, mentre i primi tre mesi del 2026 presentano ancora un quadro di rilevante crescita. Ma si registra uno sbilancio rilevante; così nel 2025 le esportazioni cinesi verso l’area sono state di 225 miliardi di dollari, mentre le importazioni si sono fermate a 123 miliardi, con un deficit per l’Africa di 103 miliardi. In relazione anche alle restrizioni poste dagli Stati Uniti nei confronti delle esportazioni cinesi, il paese asiatico ha spinto quelle verso il resto del mondo, in particolare verso i paesi dell’Asean, quelli europei e quelli africani. In effetti nei primi tre mesi del 2026 quelle verso questa ultima area sono aumentate del 32,1%, raggiungendo il livello di 60,7 miliardi di dollari, diventando così l’Africa nel periodo il mercato con il più alto tasso di crescita dell’export del paese asiatico. Intanto le importazioni dai paesi africani verso la Cina sono aumentate nello stesso periodo del 17,6%, raggiungendo i 31,6 miliardi di dollari (Nyablage, 2026). Il livello del commercio estero tra le due aree dovrebbe ancora accelerare prossimamente, dal momento che dal 1 di maggio del 2026 la Cina ha abolito tutti i dazi alle importazioni da 53 su 54 paesi dell’area. Al tradizionale modello di scambio tra i due attori, il cosiddetto “modello Angola”, che prevedeva in sostanza l’estrazione da parte della Cina delle risorse e in cambio la costruzione di infrastrutture, attività quest’ultima comunque fondamentale per il continente, si sta ora sostituendo il “modello Hunan”, sia per le difficoltà a sostenere il vecchio modello da parte dell’Africa, che per il mutamento nelle necessità cinesi (Tian Kun, 2026). Esso prevede una più stretta integrazione industriale e un maggiore bilanciamento nel commercio, nonché più in generale una maggiore cooperazione per sostenere la modernizzazione africana. Sono previsti tra l’altro il processing dei minerali sul posto, l’accelerazione verso trasporti verdi, con le esportazioni in forte crescita da parte della Cina su tale fronte (batterie, veicoli e camion elettrici, prodotti fotovoltaici), nonché la creazione di impianti industriali (Johnston, 2026).
A proposito di quest’ultimo tema si registra una crescente importanza nelle relazioni tra Cina ed Africa. Il paese asiatico non è soltanto all’origine di molti accordi con imprenditori locali per la progettazione e costruzione di impianti industriali per loro conto, ma sta portando avanti degli investimenti diretti nella Regione. Così nel 2025 essi sono stati pari a 12,3 miliardi di dollari, cifra in rilevante crescita rispetto all’anno precedente; essi sono distribuiti su 64 diversi progetti. Così tra il 2023 e il 2025 la Cina ha investito nel continente più di Stati Uniti e UE messi insieme. Si tratta di impianti siderurgici, di fabbriche tessili, di catene di montaggio di veicoli elettrici e così via (The Economist, 2026). In questo periodo nel solo Kenia le autorità locali stanno poi discutendo di nuovi impianti con più di 1000 società cinesi. Le imprese del paese asiatico sono attratte in misura crescente dalla rapida crescita della popolazione e dal miglioramento delle prospettive economiche del continente. Mentre poi i margini in Cina si fanno più stretti per la crescente concorrenza, le stime relative alla redditività in Africa appaiono molto più elevate.
Conclusioni
Nonostante tutte le difficoltà sopra elencate i paesi del continente africano stanno crescendo nel tempo a ritmo relativamente sostenuto e non solo economicamente, comunque con grandi disparità di situazioni tra i vari paesi e all’interno degli stessi. Le grandi incertezze che provengono da un ambiente internazionale imprevedibile e spesso ostile non sembrano alla fine turbare troppo questo quadro. Così si può ricordare a questo proposito il recente taglio da parte di Trump degli aiuti al continente, mentre anche diversi paesi europei stanno ridimensionando i loro budget per l’assistenza (mentre l’Italia va avanti con il suo modestissimo Piano Mattei), fatti cui i responsabili politici del luogo hanno risposto con una reazione piuttosto tranquilla. In parte almeno questo è dovuto al fatto che molti politici e molte persone erano piuttosto sospettose risetto a tali aiuti e che anzi alcuni vedevano quelli degli Stati Uniti come una maschera della CIA (Pilling, 2025). D’altro canto, tali difficoltà tendono a spingere il continente a contare di più sulle proprie forze. In tale quadro sembra comunque essere molto importante il ruolo della Cina. Gli osservatori sembrano, alla fine, per la maggior parte, essere piuttosto ottimisti sul futuro del continente. C’è persino chi parla di “secolo dell’Africa” in arrivo (si vedano ad esempio le dichiarazioni in proposito del nuovo responsabile per l’Africa del Fondo Monetario Internazionale (Selassie, 2026)). Ma certo la strada appare lunga e con molti ostacoli.
Testi citati
– Douet M., Le sous-sol de l’Afrique et ses immenses reserves de métaux “critiques” encore inexploitées, aguise les coinvoitises, Le Monde, 9 febbraio 2026
– Favennec P., L’Afrique en 2026, entre le boulet de la dette et l’élan de sa jeunesse, Les Echos, 29 gennaio 2026
– Hiault R., Croissance: l’Afrique s’apprete à supplanter l’Asie pour la première fois, Les Echos, 31 gennaio 2026
– Johnston L., Iran war is turbocharging China’s Africa pivot, www.asiatimes.com, 21 aprile 2026
– Nyablage J., Bye-bye, US? Why China trade with Africa benefits from Trump’s policy volatility, www.scmp.com, 16 aprile 2026
– Oynloye A., Can Africa’s informal economy become the continent’s next investment frontier?, www.africanews.com, 10 aprile 2026
– Pilling D., Africa’s growth can outpace Asia this year, www.ft.com, 4 gennaio 2026
– Pilling D., Africa must deal with a world of shrinking aid, www.ft.com, 19 agosto 2025
– Selassie A. A., Lessons for countries on the edge, www.ft.com, 29 aprile 2026
– Studwell J., How Africa Works, Atlantic Montly Press, New York, 2026
– The Economist, Made in Africa, for Africa, 2 maggio 2026
– Tian Kun, China-Africa ties moving toward higher quality growth, www.chinadaily.com.cn, 20 aprile 2026
