Non sappiamo se sarà Israele a portarci alla Terza guerra mondiale, ma certo ce la sta mettendo tutta.
L’attacco all’Iran del 13 giugno, con conseguente ritorsione iraniana e contro-ritorsioni che a questo punto non si contano più, stanno determinando una situazione di inaudita escalation in tutta l’area mediorientale ma anche oltre. Il carattere degli obiettivi coinvolti dall’azione israeliana (da un lato le strutture legate al programma nucleare, dall’altro il personale militare d’alto grado e i tecnici e gli scienziati nucleari) ha reso poi l’operazione israeliana particolarmente grave, una vera e propria dichiarazione di guerra. Il tutto alla vigilia di un incontro tra le parti (Usa e Iran) previsto nel ciclo di incontri che si era avviato alcuni mesi fa in Oman, auspice Trump. E su quest’ultimo delle due l’una: o lo Zio Donald è un mostruoso mentitore e mentre apriva quel negoziato preparava insieme all’amico israeliano l’attacco all’Iran, oppure – come è più probabile – quell’attacco serviva proprio a uccidere in culla quel negoziato (si pensi che tra gli omicidi mirati ci sono quelli dei negoziatori). E dunque che era contro Trump, il quale – si vedano le sue bizzarre dichiarazioni successive agli eventi e ancora in queste ora («stiamo a vedere, speriamo che ci sia un accordo») – si è poi trovato nella condizione di dover “inseguire gli eventi”, fingendo di avere il controllo della situazione. Sì, perché quello che invece è chiaro come il sole è che l’attacco del 13 giugno non è stata un’azione soltanto israeliana: l’ormai impazzito staterello fondamentalista, infatti, oltre a non poter fare nulla che Washington non voglia, non sarebbe stato in grado da solo di portare a termine quell’operazione anche sotto il profilo tecnico-logistico: ha avuto bisogno di grande copertura radar e satellitare, ha avuto bisogno di far volare per duemila chilometri oltre cento aerei con necessità di rifornimento in volo (garantito da Usa, Gran Bretagna e Francia), ha avuto e ha bisogno del supporto degli stessi per garantirsi la copertura antiaerea, dal momento che l’Iron Dome – come ormai ha visto tutto il mondo da oltre un anno – funziona bene con i giocattoli di Hamas ma non contro i missili seri.
Possiamo dunque dire che la guerra dichiarata da Israele lo scorso 13 giugno all’Iran è opera dell’Occidente collettivo. Che ha già lanciato tre anni fa la Crociata contro la Russia, e che ha di mira, alla fine, come bersaglio grosso, la Cina. È una linea ormai chiara da oltre un decennio e vede le classi dirigenti delle due sponde dell’Atlantico, più il solito club esclusivo (Australia, Nuova Zelanda, Canada, Giappone, Corea del Sud), sempre più coese intorno a questo progetto di “rimettere in riga” un mondo che sta sfuggendo loro di mano (il multipolarismo si sta facendo strada irresistibilmente sul piano geoeconomico), e di farlo con la guerra.
Rispetto a questo pericolosissimo progetto, c’è stata in questi anni una scheggia impazzita che lo poteva e lo potrebbe ostacolare o perlomeno ritardare, sorta per ironia della storia proprio nel cuore dell’Impero. Mi riferisco al presidente populista Trump, il maverick senza appartenenze politiche precostituite che nel suo programma di governo, dal 2016 ad oggi, ha sempre avuto l’idea di porre fine alle guerre in giro per il mondo, per concentrare la politica americane sulle emergenze (vere o presunte) della nazione. E che, pur condividendo il piano di contrastare la Cina e di rendere «l’America di nuovo grande», sembra volerlo fare – così almeno se leggiamo i documenti – essenzialmente sul terreno delle guerre economico-commerciali («I love trade wars»!), dell’imposizione di dazi, e attraverso una ridefinizione delle filiere internazionali cui peraltro ha lavorato, silenziosamente ma assai efficacemente, l’amministrazione Biden stessa negli scorsi anni.
Le vicende di questi giorni sono, forse, il segno che Trump è stato messo da parte – è la tesi per esempio di Alberto Negri [1] – e che di fatto non è lui a governare gli Stati Uniti. Lui strilla, dice le parolacce, scrive su Truth e così via, ma poi a governare è una camarilla di apparati, servizi, complesso militar-industriale, Pentagono (mica tutto: forse qui ci sono le maggiori resistenze, in questa fase), pezzi di politica bipartisan coordinata soprattutto dalla rete neocon, Israel Lobby, insomma quello che si definisce deep state, Stato profondo. Che è poi il partito della guerra globale. Basta leggere le parole festose di un falco neocon come Bill Kristoll, tra i suggeritori a suo tempo delle amministrazioni Bush jr., sul Corriere della sera, per sapere cosa pensa, cosa spera e forse cosa sta facendo questo “partito” [2].
Resta che dobbiamo salvarci da soli. Popoli che resistono all’imperialismo più sanguinario e scriteriato che si sia mai visto, dai palestinesi martirizzati al popolo iraniano, attorno a cui oggi è necessario stringersi. E noi cittadini occidentali per la pace e per la democrazia internazionale, che dovremmo mobilitarci immediatamente, non solo per fermare le imprese imperialistiche come questa, ma anche e soprattutto per mandare a casa le nostre fallimentari e criminali classi dirigenti che, dopo averci massacrato economicamente con decenni di politiche neoliberali fondate su precarizzazione e impoverimento generale, ci indicano il “luminoso” avvenire della guerra atomica.
NOTE
[1] Secondo Alberto Negri, intervistato da Francesco Borgonovo (Radio Cusano Campus, 16 giugno 2025), Trump sarà costretto a entrare in guerra a fianco a Israele, https://www.youtube.com/watch?v=Ho8fwGzvmV0&t=322s
[2] Molto euforico appare Bill Kristoll, figura di spicco dei neoconservatives, la setta bipartisan che da quasi trent’anni cerca di orientare le politiche di Washington nel senso di una guerra generalizzata e che ha da sempre in odio Trump. A Kristoll, repubblicano pro-war, Trump non è mai piaciuto, perché – dice – fa tanto chiasso, per esempio sulla Groenlandia, «ma in realtà non vuole essere un presidente di guerra». Almeno sul dossier iraniano, si era opposto agli accordi di Obama ai tempi, ma poi «paradossalmente […] sembrava pronto a fare lo stesso accordo». Adesso, però, con le bombe israeliane che piovono generosamente a Tehran, Kristoll spera «che questa crisi fornisca una opportunità all’amministrazione Trump di ripensare alcune delle dottrine pericolose e autolesioniste dell’American First» (Viviana Mazza, «Forse Donald con questa crisi ripenserà il suo “America First”. L’ideologia neocon non è finita», “Corriere della sera”, 16 giugno 2025). La domanda da porsi è: sono solo gli auspici di un analista in pensione o è, anche, la rivendicazione di ciò che i suoi uomini stanno facendo in queste ore nelle segrete stanze?
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