Kesiy. Questa parola corre ovunque nel Kurdistan. Kesiy è l’unica lunga treccia che scende sulla schiena. Media e social media sono invasi da immagini di donne che si fanno la treccia, di uomini e donne che intrecciano i capelli delle loro bambine. «Qualche giorno fa è comparsa la foto di un terrorista che esibisce ridendo una treccia tagliata, un gesto per significare che “i Kurdi sono stati sconfitti”. Tutto il Kurdistan ha risposto con la Campagna della Kesiy – spiega Sirwan Rehim, regista e giornalista di Rudaw Media Network –. Nella cultura kurda i capelli delle donne hanno un significato sacrale, di profonda importanza. A differenza di altre tradizioni, per noi i capelli non sono qualcosa da dover nascondere. Con la campagna Kesiy esprimiamo solidarietà a tutte le donne, e in particolare a quelle la cui dignità è stata violata dalla brutalità estremista. Questa campagna è un segno potente e bellissimo di unità e di resistenza contro l’oppressione e il fondamentalismo».
In questi giorni tristissimi, mentre le forze turco-siriane si scatenano per distruggere l’autonomia confederale del Rojava – democrazia dal basso, valorizzazione del ruolo della donna, rispetto e supporto alle minoranze etniche e religiose, tutela dell’ambiente – e per annientare la popolazione con una catastrofe umanitaria, emerge un elemento di straordinaria importanza: l’unità del popolo kurdo. La Campagna della Kesiy è il simbolo del superamento dei diversi orientamenti politici, delle difformità di interessi, dovuti anche alla divisione del Kurdistan tra quattro stati. Ogni distinzione è spazzata via. Da giorni dal KRG, il Governo Regionale Kurdo in Irak, un fiume umano – migliaia di persone, e tra loro le unità anti terrorismo dei peshmerga – continua ad affluire nel Rojava per difenderlo, e partono convogli di aiuti umanitari. I Kurdi in Turchia inscenano gigantesche proteste nonostante la fortissima repressione e tentano di attraversare il confine; un consistente aiuto arriva anche dai Kurdi in Iran, pur impegnati nella lotta contro il regime. Ovunque, in Kurdistan e tra i kurdi della diaspora si organizzano iniziative a favore del Rojava – gigantesche le manifestazioni a Sulaimaniya – e si organizzano convogli umanitari con gli internazionalisti. La prima “carovana popolare in difesa dell’umanità” è partita da Hannover sabato 24, toccherà altre città tedesche e arriverà in Turchia per raggiungere il Rojava.
Contro i kurdi si muovono le ingenti forze dell’Esercito Nazionale Siriano creato e super armato da Ankara (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2026/01/19/siria-lo-sterminio-dei-kurdi-e-la-complicita-delloccidente/), che comprende jihadisti appartenenti a una quarantina di nazioni diverse, e la formazione HTS e altre fazioni di tagliagole islamisti con cui il presidente del governo di transizione Ahmed al Sharaa aveva conquistato Damasco. Al Sharaa altri non è che il tagliagole jihadista al Jolani, l’ex esponente di al Qaeda e al Nusra, al quale gli Stati Uniti e l’Europa hanno revocato la taglia di dieci milioni di dollari per terrorismo. Per assicurarsi il vassallaggio della Siria dopo la fine del regime filo russo degli al Hassad, Stati Uniti ed Europa vogliono lasciare il paese in mano al famigerato terrorista islamista.
Il 25 novembre 2025 accadde un evento storico: per la prima volta dalla nascita della Siria nel 1947, un presidente siriano fu ricevuto alla Casa Bianca. Il presidente Trump accolse il barbuto ex terrorista di al Qaeda e gli regalò “il profumo migliore del mondo”, chiedendogli cordialmente quante mogli avesse. Fuori, un gruppo di estimatori salutò al Sharaa al grido di “Allah Akhbar”. E l’Europa? Il 9 gennaio scorso Ursula von der Leyen andò a riverire al Sharaa a Damasco promettendo partnerariato politico, cooperazione economica e offrendo 620 milioni di euro. Quel giorno, i quartieri kurdi di Aleppo bruciavano sotto le bombe.
Tom Barrack, ambasciatore Usa in Turchia e inviato speciale in Sira, il 19 gennaio dichiarava: «La più grande opportunità per i Kurdi in Siria risiede attualmente nel nuovo Governo guidato dal presidente al Sharaa». Barrack diceva di stare lavorando intensamente a un accordo tra la leadership delle Forze Siriane Democratiche che difendono il Rojava e il Governo: «L’accordo stabilisce che Damasco assumerà il controllo delle infrastrutture chiave, dei valichi di frontiera e delle prigioni». Tra le prime operazioni delle forze siriane nella Siria di Nord est c’è la apertura di una delle carceri in cui erano rinchiusi i prigionieri dell’Isis. Barrack non ha notato che dal 6 gennaio il presidente al Shaara ha scatenato le sue ingenti forze contro i quartieri kurdi di Aleppo, colpendo le aree residenziali e gli ospedali, causando vittime e migliaia di sfollati. Un attacco su basi confessionali: i Kurdi sono considerati atei. Prima dei Kurdi, nel corso di un anno dal suo insediamento, la formazione Hts del presidente e altre bande integraliste hanno massacrato le minoranze religiose alawita e drusa.
Dopo aver assalito i quartieri kurdi di Aleppo le forze di Damasco hanno attaccato il Rojava. Il 25 gennaio, a 11 anni dalla vittoria kurda sull’Isis a Kobane, la città-simbolo è assediata. Da sette giorni le forze di al Jolani hanno tagliato acqua e elettricità. Nevica, si soffre per fame, sete, freddo. Cinque bambini sono morti per il freddo. Migliaia di sfollati non hanno riparo. Un’emergenza umanitaria più grave di una guerra. Heyva Sor, la Mezzaluna Rossa Kurda, chiede aiuto. «I media arabi partecipano attivamente al massacro kurdo» osserva tristemente Sirwan Rehim. È così, a partire da al Jazeera.
Mentre le Forze Siriane Democratiche e le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, sono pronte a combattere fino alla fine, da ogni parte del Kurdistan e dalla diaspora arrivano uomini e donne per la resistenza civile e militare. E anche le donne arabe di Qamishlo hanno preso le armi per la difesa dei valori del Rojava. Cemil Kobane, comandante delle FSD, venerdì in un lungo discorso sulla piazza di Kobane ha dichiarato: «È arrivato il tempo della libertà».
