Con il suo I Terroni dell’Impero. Viaggio nel profondo sud degli Stati Uniti (Marietti1820, 2024) Marco D’Eramo ci regala un testo capace di offrire un’affascinante prospettiva su come vive, cosa pensa, quali difficoltà incontra, in cosa crede una parte del mondo americano, quello del Sud, che lo scrittore attraversa in macchina dalla South Carolina alla Louisiana in diversi momenti della sua vita.
Ci sono racconti di viaggi che, indipendentemente dal momento in cui vengono scritti, restano fondamentali per la prospettiva che ci offrono sui luoghi e le genti di cui ci parlano. L’occhio esterno, si sa, è capace di cogliere ciò che dall’interno difficilmente si riuscirebbe ad avvertire, poiché l’abitudine alle dinamiche in cui si è immersi ne annulla spesso la consapevolezza. Il viaggiatore attento è così in grado di mettere in evidenza aspetti cruciali del mondo che osserva, come difficilmente l’autoctono sarebbe capace di fare. È questo il fascino e insieme l’apporto di vera conoscenza che i più importanti resoconti di viaggio hanno offerto ai loro lettori. Si pensi, fra i tanti, a Rihla del grande viaggiatore medievale Ibn Battuta o, più di recente, ai molti racconti di viaggio di Ryszard Kapuściński, senza i quali saremmo oggi privi di importantissime testimonianze di epoche e luoghi più o meno lontani declinate in un’ottica terza. È esattamente questo ciò che il libro di D’Eramo ci regala: un occhio terzo che con curiosità, sensibilità e disincanto ci fa comprendere gli Americani del profondo sud, il cui voto fra l’altro è di importanza decisiva nelle ormai imminenti elezioni presidenziali.
Già il titolo del libro dà subito un’indicazione precisa del messaggio che vuole veicolare, laddove i termini “Impero” e “profondo” anticipano la contrapposizione che il testo, pagina dopo pagina, sottolinea. Si tratta dell’incompatibilità fra l’immagine di potenza, ricchezza e forza, coincidente con il così detto “sogno americano”, che ancora oggi – nonostante tutto – il sistema statunitense propone di sé e la realtà di miseria, razzismo, corruzione e abbandono dei più deboli a vantaggio dei più forti, evidente non appena l’esame di quel mondo entra un minimo in profondità.
Il viaggio si snoda lungo i territori del sud, alcuni dei quali conquistati nel tempo dagli Stati Uniti, di cui l’autore racconta la storia ripercorrendo i tratti salienti e ciò che di un passato di conquista è rimasto. La vena è sempre quella dell’osservatore sagace che nota con acume i paradossi e l’(innata?) aggressività dell’uomo verso l’altro uomo, che i rivolgimenti storici appalesano a chi sa vederli. Così, ad esempio, quando chiude uno dei capitoli sul North Carolina, in cui racconta come i nativi americani – in pieno contrasto con i loro valori tradizionali – si siano riciclati quali gestori di Casinò, Marco D’Eramo – facendo a sua volta riflettere il lettore – ragiona: «ti perdi nel ricostruire le peripezie per cui gli originari occupanti di questo continente traggono ora il proprio benessere dalla passione senile dei discendenti dei loro sterminatori, che tremolanti dilapidano pensioni, liquidazioni, i frutti di una vita di lavoro nel gigantesco antro del Cherokee Casino” (p. 49). O ancora, quando descrive il suo arrivo a El Alamo, simbolo ormai spoglio e senza splendore della conquista statunitense del Texas – e in successione delle aree continentali a sud e a ovest – a danno dei messicani, porta chi lo legge a fare i conti con la violenza che sta sempre dietro “quella strana categoria che si chiama patria”. «D’altronde» – scrive D’Eramo – «gli stessi generali messicani che combatterono contro i colonialisti USA erano discendenti dei conquistadores che avevano massacrato gli Aztechi. E a loro volta gli Aztechi erano invasori che avevano sterminato le popolazioni che li avevano preceduti sulle rive del lago della Luna» (p. 163).
La storia dei luoghi che visita, insieme alle considerazioni sulla condizione umana che ne ricava, si intreccia con le osservazioni dei posti e del vissuto di coloro che l’Autore incontra e il quadro che ne discende – ricco di dati sugli aspetti culturali, giuridici ed economici – restituisce un’immagine del New South tanto precisa quanto lontana dall’America di sogno in cui alcuni ancora credono. Si tratta di quella parte degli Stati Uniti che attrae le industrie manifatturiere che non hanno delocalizzato all’estero per gli enormi vantaggi in termini di bassi salari e assenza di sindacalizzazione che offre, nonché per via delle tasse particolarmente basse o nulle che vi si pagano (Elon Musk ne sa qualcosa!). È una realtà crudele, in cui il pubblico lavora esclusivamente a vantaggio del capitale, offrendo incentivi di ogni genere alle società multinazionali, per allettarle ad arrivare e rimanere, ciò che nel contempo significa tagliare i servizi sociali minimi, dalla scuola a quel poco di sanità pubblica che rimane. Il risultato è non solo una fuga delle multinazionali non appena gli incentivi finiscono, ma soprattutto un generale impoverimento dei più deboli, la cui povertà e mancanza di benessere raggiunge in alcuni Stati del sud le punte massime in una nazione che brilla per avere tassi di indigenza altissimi, pur essendo la nazione più ricca del mondo.
Le forti disuguaglianze che caratterizzano gli Stati Uniti – che si concretizzano nella bellezza di 38 milioni di persone in povertà assoluta e in una metà bassa della sua popolazione che è più povera della sua equivalente italiana, nonostante la ricchezza di quel paese sia due volte e mezzo maggiore dell’Italia – e che, come traspare chiaramente dalle tante suggestioni del racconto, dipendono da un vero e proprio furto dei ricchi a danno dei più deboli, sono negli Stati del New South perfino più accentuate. Così Miami o New Orleans, che gli italiani di norma immaginano come i luoghi dell’agiatezza e del divertimento, nel resoconto di viaggio di Marco D’Eramo rivelano i risvolti di una miseria nascosta, ma non per questo meno penosa.
Il radicalismo religioso e il razzismo – che a più di un secolo e mezzo di distanza dall’abolizione della schiavitù continua a caratterizzare soprattutto questa parte di America – sono gli altri due elementi del tessuto sociale di questo sud degli Stati Uniti, che la lettrice impara a conoscere attraverso il viaggio che compie insieme all’Autore. Un primo segnale della mentalità locale ancora fortemente legata ai rapporti schiavili arriva dalla spiegazione che un’interlocutrice dell’Autore gli fornisce del perché la South Carolina si presenti particolarmente allettante per il padronato. «Non è un caso che sia sbarcato a Charleston il 40 per cento di tutti gli schiavi giunti negli Stati Uniti» – gli dice, infatti, Donna DeWitts, presidente della confederazione sindacale AFL-CIO della South Carolina – «qui è sempre rimasta viva la mentalità da piantagione dei proprietari di schiavi, il rapporto paternalistico e autoritario» (p. 36). Nessuna immagine, però, veicola più brutalmente il feroce razzismo che ancora modella i rapporti umani in questa parte del mondo, di una polizia che, come accaduto dopo il ciclone Katrina, respinge con cani poliziotto e sparando in aria le migliaia di neri che tentano di fuggire da una New Orleans inondata, senza viveri e senza medicine.
È un sud che in grande misura rispecchia i valori religiosi e quelli machi e testosteronici esaltati nella Convention repubblicana da poco terminata in Wisconsin con l’incoronazione di Donald Trump a candidato per le presidenziali del 2024 e che rischia davvero di diventare egemone, come scrive Marco d’Eramo nella sua introduzione. Sono i valori che oggi contrappongono una parte degli americani all’altra, in una polarizzazione che forse non era mai stata così forte ed evidente e che indebolisce il paese tutto. È un impero che pare crollare sotto i colpi di un odio reciproco fra persone, le quali però fuori dal contesto politico e dalla corrispondente cattura ideologica si presentano invece come estremamente generose e solidali. Si tratta di un’altra contraddizione profonda, che Marco D’Eramo osserva entrando in contatto e vivendo la realtà quotidiana dei terroni americani, i quali – potremmo dire – come tutti i terroni hanno in fondo un grande cuore. Ed è proprio il tocco umano, relazionale e in fondo intimo, che si unisce mirabilmente a una descrizione disincantata di questi Stati del sud dell’America, a fare di questo bel racconto di viaggio un testo di straordinaria lettura.
