Nonostante tutto è ancora al lavoro che affidiamo la nostra identità e, più spesso, le nostre contraddizioni identitarie. Dato biografico che serve a riconoscere un’evidenza oggettiva: possiamo continuare a spostare l’urgenza politica da tutt’altra parte, per esempio nella esclusiva difesa dei diritti civili delle minoranze o degli individui (che pure sono necessari), ma il fatto che il senso delle nostre vite si costruisca primariamente – sia quantitativamente sia qualitativamente – attraverso il lavoro non è che una legge inesorabile della società capitalista. Fin quando il capitalismo trionfa, il lavoro sarà il fatto sociale totale a cui è affidata l’identità sociale ed esistenziale delle persone. Certo, noi possiamo decolonizzare il nostro immaginario, renderci immuni dalle pretese che il capitalismo proietta su di noi tramite le aspettative lavorative, disinvestire sul lavoro ignorandone i riconoscimenti sociali che ci giungono, trovare senso nel fare una passeggiata nei boschi, condividere vita e destino con una persona molto sensibile e molto intelligente che abbiamo incrociato per strada e che ci ha cambiato la vita, dedicarci alla cura volontaria di altre persone, concentrare tutti i nostri sforzi sulla possibilità che ciascuno possa realizzare i propri desideri senza che la politica debba per forza metterne bocca. Tutte opzioni rispettabili: l’ecologismo, il romanticismo dell’amore privato, la solidarietà sociale, la mobilitazione per i diritti individuali. Ma a patto di riconoscere che – fin quando siamo dentro una società organizzata dalle forze produttive del capitale – queste sono vie d’uscita soggettive che denotano già la rinuncia alla convinzione che la politica sia la sfera dove può prodursi uno sforzo di emancipazione sociale. Cioè la fine della sinistra che s’inserisce all’interno della fine della politica, almeno come spazio a cui affidare le nostre voglie di emancipazione.
Trump ha stravinto le elezioni e noi siamo qui, al riparo nel nostro precario e insoddisfacente privato, illudendoci di normalizzare la faccenda. Non so per i miei pochi lettori, ma l’immagine che ne ricavo è tragicamente eloquente: un mondo in cui siamo costretti a difenderci dalle conseguenze di ciò che un tempo era lo strumento attraverso cui immaginavamo di poterci emancipare, la politica. La fine della politica non manifesta la sua impotenza, ma la nostra. Anzi, la politica è oggi così potente da non far nulla per celare la propria prepotenza. Il ritorno di Trump cambierà la vita singolare di tanti, tra cui – buoni ultimi – ci siamo anche noi: l’esercizio politico del potere di qualcuno su qualcun altro è sempre più indiscriminato e illimitato e non abbiamo più nulla da opporre al fatto che ormai è solo al servizio del peggio.
Se mai qualcuno me lo chiederà, vorrei scrivere un libro che racconta le forme concrete e vissute della crisi della politica contemporanea e dargli questo titolo: Le metamorfosi del peggio. Perché ciò a cui stiamo assistendo da decenni è un peggio che non solo non finisce mai, ma che s’inventa ogni volta di nuovo: ha molta più fantasia di noi che cerchiamo di opporci e che restiamo impotenti dentro i nostri giardini ben curati. Di fronte a questa fantasia, non possiamo certo illuderci che la crisi della sinistra sia puramente organizzativa o di credibilità soggettiva. Il nostro minimizzare la crisi o, al limite, saper riproporre il novecento non fa i conti con l’ampiezza delle cose dentro cui siamo immersi: una crisi della sinistra dentro una crisi della politica dentro una crisi della società dentro una crisi del senso. «L’economia è solo un metodo e il suo obiettivo è cambiare l’anima», minacciava Thatcher. Il neoliberismo è stato una rivoluzione economica; è stato una rivoluzione morale. Adesso è senso comune. Così la domanda non è più: come fare a salvare l’anima dal contagio neoliberista? Ma ormai: cosa fare adesso che l’anima è definitivamente cambiata?
Proverò brevemente a indicare le quattro parole chiave per rispondere a questa domanda, almeno dal mio punto di vista. Non prima di aver detto che l’unica cosa che non possiamo più permetterci di fare è assumere la sconfitta e la vittoria come sguardo definitivo sul mondo. Le vittorie, quando accadono, arrivano tra una sconfitta e un’altra e la differenza vera è impegnarsi sempre fino in fondo per ottenere ciò che si vuole davvero. Non importa vincere o perdere, importa ricominciare a giocare. Senza innamorarci di quando si vinceva sempre – la nostalgia del novecento – e senza lasciar che le ripetute sconfitte ci convincano che la sinistra debba solo appendere le scarpe al chiodo e che il tempo ci abbia definitivamente messo fuori gioco.
La prima parola chiave è “progresso”. Se c’è una parola che la sinistra ha individuato come capro espiatorio del proprio fallimento è precisamente questa. Che però ne contiene subito un’altra, altrettanto se non più importante, che è la parola “storia”. Sostituendo la filosofia della storia di Marx con il messianismo di Benjamin o con la teologia politica di Schmitt, la sinistra è diventata il principale alleato del realismo capitalista – quello per cui il capitalismo è la fine della storia perché ne rappresenta lo stadio ultimo e più avanzato, che ha cancellato ogni passato e inibito ogni futuro. Ma senza storia non c’è tempo per poter cambiare lo stato di cose presente. E il compito della sinistra diventa semplicemente formale: attenuare i principi del neoliberismo ma all’interno di un tempo che non si può cambiare e che rimarrà per sempre così. Anche per la sinistra è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Io credo che anche per contestare la guerra come attuale metrica del mondo sia necessario ripristinare la speranza di una storia del meglio da opporre alla percezione delle metamorfosi del peggio. È l’adesione alla fine della storia propugnata dal neoliberismo ciò che ha contraddistinto tutte le forme storiche di reazione della sinistra alla sua crisi post-1989. Per fare solo due esempi: sia la sinistra da Ztl sia la sinistra veltroniana che si affida a “nuove narrazioni” (che poi sono le uniche due correnti che riesco a riconoscere nel PD) sono figlie di questa rinuncia al progresso e alla storia. Nel primo caso l’orizzonte della storia viene sostituito dalla presunzione della scienza: quella per cui di fronte alla vittoria di Trump non abbiamo altre parole da dire se non quelle di sostenere che gli elettori votano uno psicopatico perché sono anche loro psicopatici, mentre noi siamo gli unici esseri viventi razionali rimasti sulla faccia della terra. Nel secondo caso invece la storia viene sostituita dalle storie. Ecco, il PD e tutti i progetti che l’hanno preceduto hanno cercato di convincerci che non resta che adeguarci al senso comune del realismo capitalista: possiamo desiderare solo oggetti, o persone come oggetti. Nel grande mercato delle narrazioni, se una storia finisce, ne abbiamo subito un’altra a nostra disposizione. Ma come facciamo invece a disincagliare i nostri desideri dall’orizzonte delle merci e credere a un tempo che ci permetterà di aver cura di noi stessi e degli altri, di attraversare il negativo per sovvertirlo in qualcosa di meglio da avere, da essere e da immaginare? Come facciamo a emanciparci, costretti nell’orizzonte delle nostre piccole storie e senza l’aspettativa della grande storia? Certo, ciò che non abbiamo più rispetto a Marx è il suo inguaribile hegelismo: la fiducia nella necessità dialettica che guida la storia e sovverte il capitalismo. Ma non è un motivo sufficiente né per rinunciare alla storia né per rinunciare a Marx. Alle metamorfosi del peggio dobbiamo re-imparare a opporre la speranza realistica del meglio.
La seconda parola è così “utopia sociale”. Se dovessi definire in un gesto quale sia la grande frattura tra il presente e la sinistra farei riferimento a questo: la grande crisi sta nell’aver accettato di separare l’esperienza sociale del lavoro dalla pretesa politica dell’utopia. Che era l’ammirevole e presuntuosa esigenza delle socialdemocrazie: trasformare proprio l’esperienza essenziale dell’alienazione nel capitalismo in uno spazio in cui la persona potesse emanciparsi, mobilitarsi socialmente, ottenere riconoscimento, avere di che vivere per liberarsi il più possibile dal giogo e dalla pena del lavoro servile. Fare del lavoro non il motore dello sfruttamento ma il compiersi dell’utopia sociale per cui la diseguaglianza e lo status quo possono essere sovvertiti, oltrepassati. Cosa è accaduto dopo la fine delle socialdemocrazie l’osserviamo adesso. Il neoliberismo non ha affatto ridimensionato il lavoro, ha soltanto ridato centralità al lavoro servile, al lavoro come produzione di diseguaglianza e di controllo sociale, ha disinnescato la carica utopica che la socialdemocrazia ha provato vanamente a realizzare anche attraverso la grande stagione costituzionale. Per decenni abbiamo creduto che il lavoro fosse anche un’esperienza di libertà che si potesse conquistare all’interno di uno spazio di asservimento. Era questa la grande utopia socialdemocratica, a cui oggi nessuno crede più. Ci sono due modi per oltrepassare questo disincanto. Il primo è post-moderno: smarcare la sinistra da ogni orizzonte laburista per trasportarla verso una società post-lavorista. Tutto molto bello, ma tutto molto snob. Non so voi, ma io un po’ mi vergogno a parlare di decrescita con un precario senza alcuna prospettiva, un cingalese che mi procura il cibo per soddisfare la mia bulimia a domicilio in serate di pioggia, un insegnante di scuola che a cinquant’anni ha accumulato lenzuolate di titoli e nessuna garanzia lavorativa se non rincorrere assegnazioni provvisorie o supplenze (però viene ancora considerato un privilegiato da quelli che ne parlano). Il secondo è invece un rinnovato laburismo: quello per cui riconosciamo che il lavoro è ancora il campo di battaglia privilegiato del conflitto tra il capitale e le nostre vite e, proprio per questo, ricominciamo a occuparci sul serio dei diritti sociali, senza rinunciare all’altra grande utopia sociale che stava a capo della socialdemocrazia, cioè la capacità trasformativa ed emancipativa affidata alla fiducia nelle democrazie.
La terza grande parola è, dunque, “democrazia”. Sono pienamente consapevole che per due secoli la democrazia è stata la longa manus del capitalismo, come lo stesso Marx ci ha insegnato. E che la modernità politica s’identifica in questa rivoluzione borghese che ha messo insieme capitalismo e democrazia. La nostra diffidenza nei confronti della socialdemocrazia nasce in fondo da questa consapevolezza: che non si poteva arginare il capitalismo sfruttando il suo cavallo di troia per eccellenza. L’ho creduto anche io, per tanto tempo. Ma aver cura della storia vuol dire riconoscere una discontinuità tra quella versione del capitalismo e ciò che chiamiamo neoliberismo. La cui grande novità politica è precisamente la rottura di questa alleanza. Come un semidio spaventoso che finisce per mangiare i propri figli, il capitalismo sta divorando se stesso per tornare indietro e sia la modernità sia la democrazia sono diventati i suoi grandi bocconi. È per questo che la sinistra deve difendere sia l’una che l’altra. Non c’è nulla di contemporaneamente più anti-moderno e più anti-democratico che vedere Elon Musk – l’uomo più ricco di questo mondo e pure di quell’altro – sedersi sullo scranno del potere che dovrebbe controllarlo. Siamo al capitalismo feudale, quello in cui i ricchi hanno sostituito i nobili, ma pretendono adesso di riprodurne i medesimi privilegi e la medesima intoccabilità. In presenza di questo capitalismo feudale, che si fa beffa della rivoluzione francese e che pretende di sistemare una volta per tutte la democrazia trasformandola in pallida legittimazione puramente formale di un capo o del potere politico in mano ai ricchi, la sinistra non deve e non può più guardare con diffidenza la democrazia moderna, ma deve difenderla. Certo, questo non vuol dire non far agire tutte le critiche che le abbiamo rivolto e che, per fortuna, sono diventate nostro patrimonio comune. A partire da quella fondamentale: che lo stato nazione non basta più a difenderci dalla crudeltà del capitale. E dunque non ci rimane che muovere una critica europeista all’europa minuscola di questo tempo, che non mantiene le promesse e anzi rappresenta troppo spesso un ostacolo alla loro realizzazione. Eppure non credo ci sia molto altro: tra lo sviluppo irreversibile del capitale globale e la vanità piccina piccina dei vetusti nazionalismi, non resta che affidarci all’utopia di un’Europa che non c’è da far agire contro l’europa che c’è.
L’ultima parola spetta al primato del “pubblico”. Che è ciò che definisce la mia modesta proposta per la sinistra in una chiave molto diversa da una tradizionale socialdemocrazia. Anche qui per spiegarlo ritorno a Trump. Il giorno dopo la sua vittoria un mio collega molto più intelligente di me (non a caso è uno storico) sintetizzava con una battuta fulminante ciò che accadrà: «L’unica cosa che nei prossimi anni non verrà toccata sarà la proprietà privata». Ha ragione e al contempo svela il fallimento della sinistra nelle sue differenti versioni. Noi intellettuali impegnati abbiamo dove salvarci, probabilmente. Ci rifugiamo nei nostri giardini ben curati a scrivere preoccupati di ciò che sarà per quelli che vagano per il mondo in cerca d’uno spazio dove potersi riparare o per quelli la cui modesta proprietà privata viene annientata incessantemente dalla prepotenza delle guerre che orientano il mondo. Ma forse è proprio da qui che dobbiamo partire: dal divorzio della sinistra istituzionale da ogni idea di socialismo. E da una sinistra che in questi decenni non ha saputo opporre a questa privatizzazione del mondo se non lo stanco ritornello della superiorità della razionalità sulla volgarità del populismo, riproponendo sempre la logica del male minore, cioè dei progetti politici che al massimo garantiscono a qualcuno in più di potersi riparare nel chiuso della propria proprietà privata. Dimenticandosi l’idea fondamentale del socialismo: che si tratta di redistribuire, di “espropriare”, di garantire l’accesso pubblico e universale ai diritti per tutti e senza condizioni, di mettere in salvo la società dalla tracotanza degli interessi privati, di “forzare la mano” per permettere ai più deboli di credere nel progresso. Di usare la democrazia per mettere in discussione la proprietà dei mezzi di produzione, almeno per ciò che concerne i beni essenziali e universali. Il sogno di una cosa, appunto. Ciò che dirigeva la razionalità e permetteva di definirla non semplicemente nei termini di un male minore. So che suona quasi osceno scriverlo, ma solo l’idea del socialismo contro la monotonia della privatizzazione potrebbe allontanare definitivamente il pericolo dei tanti Trump che si affacciano sulla scena del mondo e, insieme, rigenerare la democrazia ben oltre i limiti che storicamente ha mostrato. Una sinistra social-democratica. Credo che non sia vano riflettere ancora su cosa debba fare la sinistra unicamente per questo motivo: perché vale ancora la pena sognare una vita migliore.
