E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "La sinistra impossibile da spiegare a mia figlia".
È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).
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Come Creso, ricchissimo ma ottuso re della Licia fraintese la profezia di Delfi e credendo di distruggere l’impero persiano ne fu invece distrutto, allo stesso modo il vertice dell’Impero d’Occidente, decidendo la guerra all’Iran, accelera la crisi che da tempo ne mina le basi. Crisi di costume, di leadership, di cultura, ma soprattutto crisi strutturale che segna un passaggio di egemonia mondiale.
Il 22 e 23 marzo ci ha salvato il voto delle donne, dei giovani e dei cittadini che non tollerano la manomissione della Costituzione e l’arroganza del governo. Qui analizziamo quel miracolo alla luce di tre fattori: quello territoriale (il NO ha vinto nelle metropoli e nelle grandi città), quello anagrafico e quello culturale. Con una conclusione: nessuno pretenda di intestarsi questo successo, maturato soprattutto dal basso.
L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran rappresenta un salto in avanti verso l’abisso. La nuda vita del pianeta e le esistenze di tutti noi sono messe a rischio. Per fermare questa deriva tragica non bastano più le tradizionali forme di opposizione. Occorre una mobilitazione straordinaria, che chiamiamo “oceanica”, in grado di sommergere i nuovi nemici dell’umanità.
La morte a Lione dell’attivista di estrema destra Quintin Deranque, per la quale esiste una narrazione assai diversa da quella dei media mainstream, ha rivelato un profondo cambiamento nell’orizzonte politico francese, nel quale alla filosofia del “Front populaire” si sta sostituendo una tentazione di sdoganamento del Ressemblement National e di simmetrica “demonizzazione escludente” de La France Insoumise.
Piero Gobetti, a cent’anni dalla morte, continua a parlarci. Il suo antifascismo integrale e la sua democrazia ribelle sono ancora una spina nel fianco per tutti i poteri che vorrebbero disciplinare le nostre società e spegnere ogni libero pensiero e ogni autonomia collettiva. Il 16 febbraio, data della morte, si apre a Torino il ciclo di celebrazioni per il centenario della sua morte, esule, a Parigi, vittima del fascismo.
Una leadership europea allo sbando sembra aver affidato le proprie residue speranze di comando alla prosecuzione di una guerra atroce e già perduta. Per realizzare questo deve possedere le coscienze dei propri sudditi cancellando le voci critiche e le interpretazioni non allineate. Di quei la caccia a persone come Lucio Caracciolo e molti altri interpreti scomodi.
Pensavamo di vivere in un Paese anestetizzato, e di colpo, una mattina ci siamo trovati nel pieno di un’eruzione vulcanica, travolti da un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni che parlavano da bocche di ogni età, e comunicavano tutti lo stesso sentimento: che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi. Un moto spontaneo irriducibile alle tradizionali appartenenze politiche.
Meloni al meeting di Rimini non ha compiuto nessuna svolta in senso moderato come suggeriscono molti commentatori mainsteam, ma ha confermato la tipica ambiguità che da sempre ha caratterizzato la sua parte ideologica. La medesima ambiguità, d’altra parte, del suo pubblico di CL, setta sempre in bilico tra mistica e affari, con questioni ricorrenti con la Giustizia. Il suo lungo discorso infarcito di trucchi comunicativi non supera un serio fact-checking.
Il cinque per cento del Pil destinato alle armi significa che circa 1000 miliardi, ogni anno, finiranno ad accrescere il già immenso potere dei grandi predatori globali come BlackRock, Vanguard, Goldman Sachs ecc. L’hanno deciso uomini che a lungo hanno lavorato per essi e che non ne sono indifferenti agli interessi. In queste condizioni, ha ancora senso parlare di Democrazia?
Una furia di guerra si è impadronita di buona parte della classe politica europea e di quello che si è soliti chiamare il ceto intellettuale. Da Scurati a Galimberti a Vecchioni sembrano moltiplicarsi i “posseduti” da quella passione triste. Cosa sta succedendo? Una teoria interessante insiste sulla “ferita narcisistica”, il terrore della propria irrilevanza, come base psico-sociologica della distruttività. Appare convincente.