Stavo leggendo il bel libro di Giorgio Parisi, Le simmetrie nascoste, quando, su Volere la luna, mi è apparso il saggio di Marco Revelli Una mobilitazione “oceanica” contro la guerra. Le due letture, tra loro affatto differenti per tema e contenuto, mi sono rimbalzate l’una con l’altra nella mente, connesse da un legame a me inizialmente oscuro ma che pure intuivo dovesse avere un senso. Cercherò di spiegarmi.
Revelli nel suo bel saggio afferma che: se un’“entità” ci può salvare, non può che essere qualcosa di straordinario. Qualcosa mai visto prima. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli. Una mobilitazione oceanica, appunto, come quella vista in occasione della flottiglia. Per poi aggiungere, però, che: fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni. […] Un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. […] Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Detta in questi termini, la questione può sembrare fatalista o determinista: a noi non resterebbe che aspettare che questo detonare si inneschi. Ma subito dopo Revelli, che fatalista non lo è, precisa che a noi spetta preparare le precondizioni perché la scintilla scoppi e, soprattutto evitare gli errori del passato perché basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato.
A questo punto la mia mente è rimbalzata all’altro libro, quello di Giorgio Parisi, dedicato ai sistemi complessi. In questi sistemi (differentemente da quelli semplici) nascono a un certo punto delle proprietà dette “emergenti” che non sono riconducibili alle proprietà dei singoli elementi che formano il sistema. Alcuni esempi possono essere di utilità. Nel cervello, ad esempio, tali proprietà sono: la memoria, le emozioni, l’apprendimento, il pensiero. I singoli elementi che formano il cervello fisico (acqua, grassi, proteine) non hanno queste proprietà, eppure esse si formano ad un dato momento. La caratteristica di tali sistemi, afferma Parisi, è che essi possono comportarsi a lungo nello stesso modo, rimanendo in quello che potremmo chiamare uno stato d’equilibrio, per poi passare a uno dei tantissimi comportamenti che è capace di avere. In questi sistemi è sufficiente una piccola perturbazione per passare da uno stato all’altro. Nel caso degli esseri umani e anche animali, per esempio, è sufficiente un rumore per svegliarci o un odore per fare affiorare un ricordo. Nel caso degli eventi metereologici è sufficiente una variazione di pressione, un aumento o diminuzione della temperatura, perché una tempesta si trasformi in un uragano (il che accade sempre più sovente).
La metafora ora può apparire più chiara. La società, la folla, i movimenti sono tutti sistemi complessi e in quanto tali possono a un dato momento (quello che Revelli chiama scintilla) assumere un comportamento collettivo apparentemente imprevedibile e tutt’altro che comprensibile con lo stato di quiete precedente. La metafora finisce qui, perché come giustamente afferma Revelli, nel caso umano è necessario che si siano create le precondizioni (manifestazioni, gruppi antagonisti, dibattiti, ecc.) perché le “proprietà emergenti” (nel nostro caso la mobilitazione oceanica di protesta) possa innescarsi. Dunque non si tratta del solito determinismo (fatalismo nel caso umano) secondo il quale la guerra produrrebbe necessariamente solo un rifiuto individuale, ma di una sollevazione carsica che affiorerebbe d’un tratto, del tutto inaspettata, come se il sentimento individuale per l’odiosa guerra assumesse una forma collettiva, come quando (ancora un paragone azzardato con la fisica) l’acqua, raggiunta la temperatura di zero gradi, diventa solida. Come se ciascun atomo ubbidisse, a un dato momento o condizione, a uno stesso comando e si comportasse nello stesso modo (“in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato”).
La metafora fin qui svolta tra la mobilitazione oceanica di Revelli e la fisica dei sistemi complessi è del tutto gratuita e, come tutte le metafore, non ha alcun fondamento scientifico, ma forse può essere un modo di sentirci meno soli e meno impotenti rispetto alla barbarie che si sta consumando, sapendo che nel nostro piccolo quotidiano stiamo contribuendo, con il nostro pensiero e le nostre azioni, a creare le precondizioni per favorire la mobilitazione oceanica. La scintilla, prima o poi, arriverà.
