Erodere il potere dominate: avendo presente, per orientarsi, una “bussola socialista”

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L’intervento di Enzo Scandurra su queste pagine (https://vll.staging.19.coop/che-fare/2025/11/28/cercare-il-socialismo-nella-vita-non-nelle-teorie/) introduce una riflessione interessante all’interno del dibattito sul socialismo che sembra proporsi, seppur ancora timidamente, tra le varie associazioni che operano nel sociale e riflettono politicamente su di esso.

Scandurra propone di accantonare un confronto teorico sul socialismo (quale? quando?) per approfondire piuttosto la conoscenza “delle tante piccole comunità disseminate un po’ ovunque” che, senza tante teorie, praticano già una sorta di socialismo di fatto. Non casualmente cita il famoso quadro di Pellizza da Volpedo sul quarto stato come rappresentazione del socialismo, calata nella vita sociale quotidiana del popolo lavoratore: è un implicito riferimento all’esperienza socialista del Nord Italia, precedente alla formazione della Seconda Internazionale, che fu egemonizzata dalla socialdemocrazia tedesca soprattutto dopo il congresso della SPD di Erfurt del 1891.

La storia di quelle esperienze politiche e sociali fu affrontata in modo molto approfondito e appassionato da Pino Ferraris in quattro lezioni all’Università di Campinas, nello Stato di San Paulo (Brasile), e successivamente in un libro del 2010 (Ieri e domani, Edizioni dell’Asino). In questi testi Ferraris contrapponeva al rigido centralismo del partito socialdemocratico tedesco (“quasi Stato nello Stato”) l’organizzazione orizzontale, articolata e plurale di altre esperienze socialiste in Belgio, in Francia e nell’Italia del nord, appunto. In alternativa alla proposta di centralizzare la lotta e l’organizzazione per conquistare il potere statale, come pensava la socialdemocrazia tedesca, si sviluppava in queste altre realtà un’esperienza ricca di associazionismo sociale, cooperativo e mutualistico che cercava di praticare il socialismo nella vita concreta dei lavoratori.

Come sappiamo l’una e l’altra proposta furono travolte dallo scoppio della Prima guerra mondiale e dal successivo affermarsi dei regimi reazionari e fascisti: solo in Russia i comunisti seppero trasformare la catastrofe bellica in rivoluzione, portandosi dietro, anche se in maniera critica, l’armamentario teorico del movimento socialista internazionale e di quello tedesco in particolare. Non è questa la sede per approfondire questi temi storici e teorici, non solo perché non piacciono (forse) a Scandurra e ad altri, ma anche perché ci sono elaborazioni molto più recenti che ci permettono di fare qualche passo in avanti.

Mi riferisco in particolare alle ricerche di un importante sociologo americano, Erik Olin Wright, scomparso pochi anni fa: era uno studioso militante, socialista che ha coinvolto nel suo lavoro anche molte esperienze europee significative, ma che è, invece, poco conosciuto in Italia. Con un atteggiamento molto pragmatico, Wright sosteneva che è possibile elaborare una strategia concreta di trasformazione in senso socialista della complessa realtà capitalistica attuale, che sta scontando una grave crisi dopo il fallimento della globalizzazione, purché si riesca ad analizzare criticamente le strategie che sono state storicamente messe in atto per combattere il capitalismo e che non hanno raggiunto un risultato stabile, capace di soddisfare i criteri di desiderabilità, utilità e realizzabilità che devono stare alla base di ogni trasformazione sociale.

Per questo nei suoi libri ha analizzato la strategia rivoluzionaria (“abbattere il capitalismo”), quella socialdemocratica (“addomesticare il capitalismo”), quella movimentista (“resistere al capitalismo”), quella delle esperienze sociali, citate da Scandurra nel suo intervento, che cercano di occupare gli interstizi lasciati liberi dal sistema capitalistico (“fuggire dal capitalismo”). Le prime due strategie richiedono un elevato livello di azione collettiva e l’utilizzo della struttura statale. Anche la strategia movimentista richiede una forte mobilitazione: si pensi al movimento sindacale o a quello ambientalista oppure a quello femminista; nessuno di questi movimenti, però, pensa di impadronirsi delle istituzioni per trasformare la società. Infine, la “strategia”, se così si può dire, delle comunità sociali che cercano di sfuggire al capitalismo, non solo non si pone il tema dello stato, ma non cerca neanche di costruire un livello elevato di mobilitazione e azione collettiva: al massimo, come si dice oggi, cerca di “fare rete”. I bolscevichi hanno utilizzato la strategia movimentista (“resistere al capitalismo”) come preparazione alla presa del potere (“abbattere il capitalismo”); i socialdemocratici europei hanno cercato di servirsi della resistenza sociale come strumento per accedere al governo e “addomesticare il capitalismo”; infine gli anarchici e i socialisti della prima internazionale hanno tentato di finalizzare la resistenza al capitalismo alla costruzione di pratiche ed esperienze alternative (“fuggire dal capitalismo”).

Per Olin Wright ognuna di queste strategie ha avuto degli aspetti positivi e interessanti, ma anche limiti e insufficienze, che la storia degli ultimi due secoli ha messo bene in evidenza. Noi europei, in particolare, sappiamo anche che queste diverse strategie si sono spesso contrapposte persino violentemente, creando divisioni e lacerazioni che hanno indebolito il movimento anticapitalistico. Lo studioso americano propone dunque di comporre (e non di contrapporre) queste diverse strategie: se un sistema economico e sociale può essere inteso come un ecosistema che, pur in presenza di un’evidente prevalenza, contiene, però, anche soggetti sociali ed esperienze concrete che possono evolvere, rafforzarsi e mutare l’equilibrio a proprio favore, allora il compito strategico di queste forze oggi subalterne è quello di mettere in atto processi di erosione del sistema dominante. «Un modo di sfidare il capitalismo è – per Olin Wright – quello di costruire relazioni economiche più democratiche, egualitarie e partecipative negli spazi e nelle crepe possibili all’interno di questo complesso sistema». Egli immagina che, attraverso un’azione di erosione, le pratiche alternative abbiano il potenziale a lungo termine di diventare egemoni nella vita degli individui e delle comunità.

Tuttavia, non si nasconde tre fondamentali difficoltà: la non neutralità dello Stato, la costruzione del blocco sociale alternativo e l’orizzonte temporale. La non neutralità dello Stato implica, quindi, che la strategia immaginata da Olin Wright sia integrata anche dalla volontà e dalla capacità di erodere lo Stato capitalistico: in questo contesto egli non si nasconde che la pratica di erosione non può escludere momenti di rottura, senza fare, però, di questi soli l’asse portante di tutta l’azione. La costruzione di un blocco sociale alternativo richiede che «l’identità politica dell’attore collettivo deve essere forgiata intorno ai valori della democrazia, dell’uguaglianza e della solidarietà piuttosto che semplicemente sulla condizione di classe come tale; e questo significa costruire un tale attore collettivo con soggetti provenienti da un insieme molto più eterogeneo nella struttura sociale». L’orizzonte temporale che si propone una strategia di erosione non può essere evidentemente quello del breve periodo: oggi invece il confronto politico e sociale è sempre e solo sul presente perché manca una visione di prospettiva e perché si dà per scontato che quanto esiste oggi dal punto di vista economico, sociale e politico sia senza alternativa, come predicava Margareth Thatcher. Questo significa anche che il cammino da intraprendere deve immaginare un periodo lungo di transizione le cui caratteristiche e i cui tempi non possono essere predefiniti.

Sia la complessità di questa strategia, sia le difficoltà individuate rimandano a un ultimo aspetto della riflessione di Olin Wright, qui presentata in modo necessariamente schematico e parziale: egli si rende conto che per procedere il movimento di trasformazione sociale deve possedere, e prima ancora costruire, una sorta di “bussola socialista” che permetta di valutare il peso e il significato delle singole lotte, dei particolari processi di costruzione di un blocco sociale alternativo, delle rivendicazioni e delle conquiste per capire se tutti questi aspetti permettono di procedere nella direzione auspicata. Come costruire questa bussola? chi dovrà gestirla? Naturalmente a queste domande non c’è e non ci potrebbe essere risposta nella ricerca di Wright.

Sicuramente si può essere più o meno d’accordo con questa impostazione del sociologo americano che appare comunque decisamente innovativa e che meriterebbe ben altri momenti di approfondimento e di studio. Per tornare, invece, al nostro dibattito ancora molto iniziale, mi sembra che alcuni atteggiamenti debbano essere abbandonati: in primo luogo occorre evitare di liquidare la storia del movimento operaio e socialista, come se non ci fosse nulla da imparare dal passato; e naturalmente anche all’opposto riproporre le stesse posizioni di un tempo servirebbe ben poco a superare le tragedie e gli errori commessi. Ma un altro aspetto, alla luce della ricerca di Olin Wright, mi sembra altrettanto necessario: occorre evitare di contrapporre le esperienze positive e i primi confronti che, seppur piccoli, si stanno facendo. Nessuno ha oggi la bussola in mano: costruirla è un compito difficile, ma comune a tutti, se si vuol uscire dal buio attuale.

Gli autori

Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e vll.staging.19.coop

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2 Comments on “Erodere il potere dominate: avendo presente, per orientarsi, una “bussola socialista””

  1. Lucido e visionario, solo con la consapevolezza che l’ unica via per ribaltare l’ iniquità dell’ attuale sistema è riconoscere uguale dignità a tutti i tentativi concreti dei vari movimenti di vivere al di fuori delle regole capitalistiche .
    E’ altrettanto importante che chi ha gli strumenti di analisi politica e sociale li condivida senza ergersi a unico detentore della “verità” , usando un linguaggio semplice e coinvolgente e senza porsi in modo giudicante verso i differenti campi di lotta ed ideali.

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