Chi sarà la prossima vittima del governo Meloni? Non è poi così difficile rispondere alla domanda che Loris Campetti pone nel suo articolo, purché ci si adatti a seguire con costanza le esternazioni via social del presidente del consiglio. L’ambito in cui trovare le vittime è presto individuato: sarà oggetto degli strali di Giorgia Meloni ogni soggetto singolo o collettivo che oserà criticarla, che oserà mettere in dubbio la bontà del suo governo, chiunque a qualsiasi titolo dirà qualcosa che non la trovi d’accordo, chi, per presunto odio nei suoi confronti, oserà prendersela persino con l’ottimo comico Pucci, auto-espulsosi da Sanremo a causa della “deriva illiberale della sinistra” che, a detta di Giorgia “è spaventosa”. Ma che diamine, criticare Pucci perché le sue battute su Schlein e Bindi non fanno ridere quei noiosi di sinistra? Ma dove stiamo arrivando? Prima di denunciare la deriva “illiberale” della sinistra, Meloni se l’era presa, sempre con i toni sfumati che la caratterizzano, contro coloro che a Milano hanno manifestato a causa delle Olimpiadi: sono “nemici dell’Italia e degli italiani”, “manifestano ’contro le Olimpiadi’, facendo finire le immagini degli scontri “sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”. Meloni, il cui vittimismo non sarà mai abbastanza sottolineato, fa di tutte le erbe un fascio: migliaia e migliaia di cittadini che manifestano per cause sacrosante, tranciatori di cavi, le poche centinaia di antagonisti che muovono la loro azione di protesta in solitaria. Per Meloni sono nemici dell’Italia e degli italiani: in una parola, traditori della Patria. Viene difficile, in questo clima da avanspettacolo, prendere sul serio colei che rappresenta il governo in carica. Eppure è necessario farlo, se vogliamo evitare il peggio.
Il nocciolo della questione si può così riassumere: sino a che punto il dissenso è tollerabile in una società democratica? E, parallelamente, sino a che punto chi governa può arrogarsi il diritto di rappresentare tutta la popolazione e in base a questa presunzione non tollerare nessuna critica? Ancora: dato per scontato che, purtroppo, tra esercizio del potere e menzogna esiste una parentela indubbia, sino a che punto la menzogna continuativa, la rappresentazione della realtà distorta, deformata a proprio uso e consumo, è legittima da parte di chi ha in mano il potere politico? Le nostre democrazie “mature” troppo spesso tendono ad accantonare come inutili queste domande fondamentali. Penso che questo non interrogarsi sia un male.
Cominciamo dal tema della sicurezza. La prima cosa che mi vien da dire è che su questo tema tanto importante quanto scivoloso e delicato la sinistra istituzionale ha troppo spesso rincorso la destra e non ha mai spostato con convinzione il discorso sull’emarginazione e il disagio che creano quasi necessariamente marginalità e protesta rabbiosa. Non è mai partita al contrattacco con la necessaria decisione: ha sottolineato in modo piuttosto timido le evidenti carenze nella gestione dell’ordine pubblico, cosa che, nel caso di Torino, è risultata evidente. Per la destra che attualmente governa il Paese la sicurezza coincide con il mantenimento dell’ordine sociale. Non è vero che condanna soltanto gli scontri violenti mentre tollera bene il dissenso che si esprime con ordine e rispetto totale delle norme; se fosse vero la premier non sbraiterebbe tutte le volte in cui qualcuno le muove una critica, non denuncerebbe il “linguaggio d’odio” da cui un po’ troppo spesso si sente colpita. Se Meloni fosse pronta a sopportare il dissenso civile non sorvolerebbe la frana di Niscemi in elicottero ma scenderebbe a terra, tra la popolazione. Gli scontri come quello di Torino e di Milano offrono l’occasione di gridare “al lupo” e di passare, in quattro e quattr’otto, ad emanare altri “decreti sicurezza”, ad alzare le pene per reati esistenti e a inventarsene di nuovi. Scrive bene Nadia Urbinati, nell’Introduzione a Insicurezza di Jaume Curbet: «Più lo Stato ha bisogno di ricorrere a espedienti autoritari o di inasprire le norme, più dimostra di essere debole o non abbastanza efficace nel garantire la sicurezza ai cittadini. Una società disposta a rinunciare perfino ai diritti fondamentali per garantire la sicurezza è una società che si avvia fatalmente verso una condizione di estrema lacerazione e quindi di insicurezza».
La “scena primaria” di questi ultimi giorni, quella del poliziotto caduto a terra e malmenato dai manifestanti, è stata deprecata da ogni parte politica; è vero, non si maramaldeggia su una persona inerme. Questa regola però dovrebbe valere ancora di più per le forze dell’ordine che, a differenza dei comuni cittadini, devono misurare l’uso della forza e, prima ancora di usare la forza, cercare di contrattare e mediare con i manifestanti. Chiediamoci quante volte abbiamo visto i manifestanti malmenati dalla polizia: i casi non si contano. Negli scontri del 31 gennaio a Torino, subito l’attenzione mediatica si è concentrata sul “ragazzo dalla giacca rossa e dal volto scoperto” in realtà separato dal poliziotto caduto a terra da un ammasso di altre persone e quindi responsabile soltanto del fatto di trovarsi in quel luogo. Eppure la sua presenza è stata ritenuta significativa da tutti i commentatori, anche se, a discolpa di Angelo Simionato (così si chiama il ventuduenne coinvolto negli scontri) basterebbe il volto scoperto, la giacca rossa che spicca in mezzo alle felpe scure degli altri manifestanti e, soprattutto, il fatto di essere distante dal poliziotto caduto a terra. Il vero pericolo è costituito dalla costruzione, giorno dopo giorno, di un senso comune che si allontana sempre di più dal buon senso; l’esempio che ho appena portato è significativo. A forza di sottolinearlo, il “ragazzo dalla giacca rossa” diviene il capro espiatorio di una situazione collettiva in cui egli gioca, invece, una parte del tutto marginale.
Il secondo punto chiama in causa l’idea di rappresentanza. Le ultime elezioni politiche hanno visto una affluenza alle urne del 63,9%; il partito della premier ha ottenuto il 26% dei voti. Arrotondando un poco i numeri, circa 17 milioni di cittadini hanno deciso di non votare; Meloni – quella che governa con imprudenza e impudenza tutto il Paese – può vantare per il suo partito circa 12 milioni di voti. I casi sono due: o consideriamo le elezioni alla stregua di una riffa, in cui chi vince fa e dice quello che vuole o, più ragionevolmente, quando si ottiene il consenso da una minoranza dei cittadini e si governa poiché così vuole una discutibile legge elettorale, si dovrebbe procedere con prudenza e rispetto, virtù che nulla hanno a che fare con la temperie “culturale” da cui provengono Meloni, La Russa o Salvini. Chiaro che l’opposizione non si può far sentire troppo su questo tema: chi ha memoria ricorda come andò ai tempi in cui un referendum infelicissimo determinò il passaggio dal proporzionale al maggioritario. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: dal 1976 a oggi si è passati dal 93,4% dei cittadini votanti al 63,9%. Difficile non collegare questo dato alla crescente sfiducia nella rappresentanza politica. Sta soprattutto ai partiti di sinistra interrogarsi sul perché di tale disaffezione.
Arrivo al terzo punto: quanto è tollerabile la menzogna in ambito politico? Pongo la domanda “in chiaro”: è tollerabile una premier che si comporta come una bugiarda seriale e che, quando non mente, sposta il piano del discorso e parla di altro? L’allergia di Meloni alle conferenze stampa la conosciamo e a me pare sia legata a una preparazione insufficiente in parecchi ambiti che, invece, chi si occupa di cosa pubblica dovrebbe padroneggiare. Il paese è immobile su troppi fronti e le promesse pre-elettorali sono state disattese. Ma per Meloni l’Italia gode di ottima salute: «Ancora notizie positive sul fronte lavoro. I dati Istat di dicembre confermano un dato chiaro: il tasso di disoccupazione scende al 5,6%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche nel 2004. Su base annua, il numero degli occupati è in aumento e sempre più persone rientrano nel mercato del lavoro. È la direzione giusta: più lavoro, più stabilità, più opportunità. Continueremo su questa strada». Si tratta di un recente post della premier, la quale (per la buona ragione che ha vinto le elezioni, credo) usa i dati Istat come meglio le pare. Vogliamo prendere il dato relativo all’occupazione? La disoccupazione giovanile, pur instabile nelle rilevazioni mensili (segno che parecchi lavori sono precari) tende al 20%, cifra ragguardevole e preoccupante. Si deve aggiungere che l’aumento dell’età pensionabile incide assai sui dati positivi dell’occupazione, così vantati dalla Presidente Meloni. Prendiamo come esempio i dati di luglio 2025: su base annuale, gli occupati con più di 50 anni sono saliti di 408mila unità, nella fascia 25-34 anni invece di sole seimila unità. Tra i 15 e i 24 anni sono 36mila in meno, tra i 35 e i 49 anni addirittura 160mila in meno. Va peggio se ci chiediamo quanto venga retribuito il lavoro: nel 2023, le retribuzioni orarie risultavano inferiori di circa il 7% rispetto al 1996. Un confronto impietoso, considerando che, nello stesso periodo, le retribuzioni orarie nette tedesche sono cresciute del 18,2% e quelle francesi del 19%. Cito la mia fonte, che è l’Osservatorio sui salari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che non mi risulta essere un covo di facinorosi comunisti.
Infine: che fare, di fronte alla pervasività della menzogna in ambito politico, di fronte all’arroganza di un pensiero di destra quanto mai grezzo, con una vocazione chiaramente autoritaria e guerrafondaia, che confonde il governo con il comando? Una via ce l’hanno indicata le grandi manifestazioni degli ultimi mesi: essere presenti in piazza, in tanti, dimostrare che ci siamo. I temi della protesta devono riguardare, però, anche e soprattutto la nostra vita quotidiana: reddito, tempo di lavoro, salute, ambiente, scuola. Non possiamo riempire le piazze quando si tratta di sostenere la Palestina e lasciarle semivuote quando si tratta di difendere la dignità del lavoro e la qualità della nostra vita. La seconda urgenza consiste nel riprendere il dialogo, dopo aver preso atto che non abbiamo più una lingua comune: sarà necessaria molta pazienza, bisognerà sgombrare il campo da parole bifide e sostituirle con parole programmatiche non equivocabili, la prima delle quali è eguaglianza – e non nella sua edulcorata e sbiadita versione che mira all’eguaglianza dei diritti dimenticando le condizioni di fatto che determina disparità. La traccia per muoverci collettivamente ce la danno ancora i Principi fondamentali della Costituzione, da interpretare alla luce di quanto è successo dal 1948 ad oggi. Altrettanto urgente mi sembra coltivare la coesione tra generazioni diverse: per la prima volta nella storia recente i figli stanno mediamente peggio dei padri e la deriva tecnocratica, troppo spesso sottovalutata, rischia di rendere la nostra società sempre più autoritaria e disumana. Il primo punto su cui giovani e vecchi si debbono confrontare è quello della disobbedienza a uno stato di cose inaccettabile. Se vogliamo essere la parte antagonista, quella che si ribella alle molte e inaccettabili ingiustizie del mondo attuale, non basta esprimere la rabbia nelle manifestazioni di piazza, non basta incendiare i cassonetti né arrivare allo scontro con le forze dell’ordine. Abbiamo verificato nei decenni che da quei comportamenti non sortisce nulla, se non la ripetizione degli stessi gesti.
Se vogliamo tentare di migliorare il nostro mondo abbiamo bisogno di difendere la democrazia non soltanto come forma istituzionale ma come modo della vita associata che tiene fermo il principio di eguaglianza e di potere di tutti e che si muove senza mai dismettere l’abito critico, senza mai dimenticare di tener viva quella tensione etica senza la quale la politica è soltanto affare da mestieranti. Quanto sia diversa tale concezione dall’ormai ultradecennale esaltazione del “fare” (fare subito, decidere, non perdere tempo in chiacchiere inutili) è palese. La linea ideale che lega il Renzi “rottamatore” alla Meloni che vuole rafforzare a tutti i costi l’esecutivo è altrettanto palese. Per nostra fortuna i giochi non sono mai del tutto conclusi: ora si tratta di aprire una breccia (certo non quella definitiva, ma un primo passo) e l’occasione più prossima ce la offre il referendum. Il “no” conquista terreno giorno dopo giorno e, simbolicamente, ci ricorda che può essere giusto dire NO. Troppi “sì” sono stati detti, nei luoghi di lavoro, nella quotidianità e l’obbedienza (ossequiente, distratta, stanca, di comodo) è ridiventata un valore. Dobbiamo imparare di nuovo a disobbedire: recuperare le forme della protesta nonviolenta sembra oggi la via migliore e dovremmo anche parlarne con quei giovani che dalla violenza vengono coinvolti ma che sentono, anche se confusamente, proprio come gli adulti, il desiderio e la necessità di costruire un mondo migliore e più giusto.

Anche pubblicare un articolo di analisi come questo significa agire, scendere in piazza, manifestare dissenso. Una Analisi approfondita , preoccupata e preoccupante che equivale a un richiamo. Far sentire la propria voce, andare a votare il 22/23 marzo non è soltanto diritto e dovere: è obbligo morale.