In fuga dal capitalismo, ma per andare dove?

Fuggire dal capitalismo. D’accordo, ma come e per andare dove? Bisogna muoversi collettivamente e dal basso. Ma non basta senza un progetto capace di impedire che si consolidi la guerra tra i poveri, di cogliere le nuove forme di sfruttamento, di adottare analisi scientifiche su dove si sta andando, di avviare tentativi credibili per superare la frammentazione delle sinistre evitando di concentrarsi sulla scelta del leader.

Essere semplici e radicali

Le elezioni non si vincono al centro, come vanno ripetendo da anni i generali di cento sconfitte. Le elezioni si vincono portando alle urne chi se ne è allontanato disgustato dalla sovrapponibilità delle proposte politice o chi non ha mai votato. Ma ciò – lo insegna il referendum sulla giustizia e lo dimostrano, nel mondo, leader come Sanders e Sanchez – richiede proposte semplici e radicali.

Non prendere il potere ma costruire autonomia e autogoverno

Dall’America Latina e dalle politiche imperiali degli Stati Uniti viene una lezione per tutti. La scelta delle due fasi – prendere il potere e poi cambiare il mondo – non ha mai funzionato, ma ora presenta anche una pericolosa distorsione perché intrappola comunità, movimenti e popoli. L’alternativa è quella che alcune realtà attuano da 30 anni: difesa del territorio, autogoverno, in altre parole, costruzione dell’autonomia.

Provare a salvare il pianeta

C’è un caldo insopportabile. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, con eventi estremi e processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi. L’impegno per attenuare tutto questo, coinvolgendo anche chi non lo capisce o non lo vuol capire, è la scadenza politica fondamentale.

C’è una priorità: contrastare il fascismo (di Meloni e di Vannacci)

Le parole d’ordine di Roberto Vannacci sottintendono messaggi razzisti e promesse illusorie ma possono risultare efficaci. E una sua alleanza con Meloni, tutt’altro che irrealistica nonostante gli attuali dinieghi, con conseguente successo elettorale, sarebbe devastante per lo stesso sistema costituzionale. Di qui la necessità della più ampia convergenza elettorale di tutte le forze che si oppongono alla destra.

Ci vuole un Comitato di Liberazione Nazionale

Il nostro assetto costituzionale è in pericolo e non sopravviverebbe a una vittoria della destra nelle prossime elezioni. L’entità della sfida richiede, come nella Resistenza, la costruzione di un Comitato di Liberazione Nazionale. Non a qualunque costo, peraltro, ma con un forte rinnovamento e un profondo ripensamento delle politiche perseguite inseguendo destra e liberismo e della posizione nei confronti della guerra.

Centinaia di obiettivi non fanno un programma

Un programma politico non è un semplice elenco di proposte. In esso devono essere indicati, in modo comprensibile, gli obiettivi fondamentali e i passaggi e le alleanze perseguite. In quest’ottica un programma politico di sinistra, nel nostro Paese, dovrebbe essere centrato su tre punti: l’adozione di politiche di pace, l’introduzione di un’imposta patrimoniale e l’impegno a politiche unilaterali di rifiuto dei vincoli europei

C’è un risveglio degli intellettuali, ma non basta

Si sta verificando, dopo un lungo periodo di silenzio, una sorta di risveglio degli intellettuali sui temi della cultura e della politica. Ma non basta. Senza un’integrazione con le lotte per l’ambiente e per la vivibilità delle città e senza un’alleanza con i giovanissimi e il portato della rivoluzione femminista, ogni tentativo di cambiamento è destinato a una breve durata.

Costruire un progetto partecipato

Quale proposta può consentire alla sinistra di battere la destra? Solo un progetto che persegua l’uguaglianza generalizzata dei diritti e il soddisfacimento, per tutti, dei bisogni fondamentali e di quelli collettivi. Ma per realizzarlo e, prima ancora, per definirlo serve estendere la percezione delle urgenze, superando quelli che erano ben definiti rapporti di classe. I giovani lo hanno già capito.

Buttiamo a mare le basi americane…

La follia della guerra mette a rischio l’esistenza della specie. Inutile sperare che essa si esaurisca grazie a un ribaltamento degli equilibri politici negli USA, come dimostra l’analisi di Palantir, nuovo manifesto della volontà di egemonia statunitense. Occorre un rinnovato protagonismo dell’Europa anche con gesti esemplari a cominciare dal ripudio della NATO e dallo smantellamento delle basi americane nel continente.