Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).
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La terza eliminazione consecutiva dell’Italia dal mondiale di calcio non deve sorprendere. Puoi mettere in panchina Ventura, Mancini, Spalletti o Gattuso ma il risultato è lo stesso. Il fallimento è alle radici. Nelle scuole calcio, nella cultura del risultato a tutti i costi, nella mancanza di tecnici capaci di innovazione, nella stampa sportiva pronta a esaltare come campioni dei modesti cursori.
Noto e scontato che l’Italia fosse in decadenza, ma le mappe di un recente libro di Alessandro Rosina evidenziano una crisi insostenibile, mostrando un Paese che vede sparire il capitale umano dei propri giovani ma che non è neanche ospitale per gli anziani e gli stranieri, comunitari o extracomunitari che siano. L’esito è un Paese che si fa deserto: scettico, cinico, quasi senza speranze.
La provocazione di un allenatore ha aperto, nel mondo del calcio, un dibattito sull’opportunità di rendere gli arbitri dei professionisti. Dibattito del tutto inutile ché gli arbitri sono già, di fatto, dei professionisti. Dirigere una partita di serie A comporta, infatti, un compenso di 4.000 euro e gli introiti di un arbitro internazionale si aggirano, complessivamente, sui 180.000 euro lordi all’anno, paro a 10.000 netti al mese.
Trapani si è rivelato il buco nero dello sport italiano. Una squadra cestistica che sembrava poter contendere lo scudetto a Milano e Bologna e un team di football professionistico rampante nel campionato cadetto sono stati travolti, in modo addirittura grottesco, dalle disinvolte operazioni finanziarie di un discusso presidente. Allo spettacolo indecoroso si è unita la dimostrazione che il nostro sport è senza regole.
La retorica nazionale si sta esercitando sulla problematica qualificazione della squadra azzurra ai prossimi mondiali e la possibile terza bocciatura consecutiva è percepita come un dramma. Ma il fallimento del nostro calcio è già oggi una realtà e la fotografia della squadra di Gattuso è espressa dal complessivo 7 a 1 con cui la Norvegia l’ha travolta nel doppio confronto. Non è un caso, ma il frutto di un sistema malato.
Lo stadio di Milano è indisponibile, causa Olimpiadi, per Milan-Como? Nessun problema, basta andare a giocare in Australia, a 13.700 km di distanza. Ci sono dietro l’angolo migliaia di stadi disponibili e il viaggio aumenta la fatica e i rischi per i giocatori. Ma poco importa. Per i dirigenti del calcio nostrano il richiamo dei soldi è irresistibile.
Il Coni ha scelto l’usato sicuro, l’ex presidente della canoa Luciano Buonfiglio, a garanzia del prolungamento della gestione Malagò. Operazione perfetta per garantire soldi e interessi, ma con numerosi scheletri nell’armadio: dalla pacificazione con il presidente della Federcalcio Gravina (reduce da insuccessi vergognosi) alla copertura del disastro organizzativo ed economico dei giochi di Milano-Cortina 2026.
Il sindaco di Roma Gualtieri si è ricandidato per le elezioni del 2027. Il suo programma è debolissimo (i “punti di forza” sono la messa a regime del termovalorizzatore e la balneabilità del Tevere…), in continuità con l’attuale azione di governo. Ma l’inesistenza dell’opposizione e il sostegno della stampa rendono plausibile il bis.
Iniziano le qualificazioni per i mondiali di calcio. Primo avversario dell’Italia, la Norvegia. Poi Moldova, Israele ed Estonia, non certo la crema del calcio. Ma siamo reduci da due mancate qualificazioni e da due eliminazioni alle prime battute. Incubo è una parola grossa, da usare per ben altre vicende, ma tra i tifosi c’è chi lo sta vivendo.
Mentre, nel mondo, il numero delle dittature supera quello delle democrazie (peraltro in crisi sempre più evidente) il fattore determinante della geopolitica diventa la demografia. Eppure l’occidentalismo e l’eurocentrismo ci fanno trascurare il peso sempre maggiore, in numero di abitanti e in termini economici, non solo della Cina e dell’India ma anche di Paesi come l’Indonesia e la Turchia.