Giocare Milan-Como in Australia: il profumo dei soldi e il ridicolo

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Segnatevi l’ultima stranezza del fallimentare calcio italiano, quello che rischia di veder esclusa la nazionale dal terzo mondiale consecutivo. Nel prossimo febbraio 2026 Milan-Como non si giocherà nel discusso Meazza in odore di ristrutturazione ma in Australia. Tenetevi forte, il motivo non è un possibile cantiere aperto nello stadio italiano dove si vede meglio il football ma l’indisponibilità dell’impianto per l’Olimpiade invernale di Milano-Cortina 2026. Ora tra Milano e Perth c’è la disponibilità di migliaia di stadi possibili. Ma no, scartata l’Italia, scartata l’Europa, si va a scegliere il continente più lontano per un match di importanza trascurabile.

L’odore dei soldi è un richiamo formidabile ma questa volta si aggiunge una vagonata di demagogia. Il calcio italiano ha già fatto disputare eventi ufficiali strizzando l’occhio ai Paesi Arabi ma qui ci si scomoda per un’insignificante partita di campionato. E i calciatori professionisti che hanno espresso legittime e sacrosante critiche al provvedimento d’ufficio sono stati censurati verbalmente dai rappresentanti delle istituzioni come se avessero voluto profanare una scelta sacrale. Leggete le parole del Presidente della Lega di serie A Ezio Simonelli: «Per noi una situazione di contingenza, legata all’indisponibilità dello stadio di San Siro, si è trasformata in un’opportunità per accontentare i numerosi tifosi del calcio italiano che avranno la possibilità di seguire dal vivo la partita a Perth, incrementando la nostra visibilità internazionale». Si capisce, la comunità italiana di Perth non aspettava altro di vedere Milan-Como comodamente a casa propria. La decisione annichilisce le tifoserie di Milan e Como anche se quest’ultimo ha invitato 50 tifosi doc a unirsi al viaggio come “ambasciatori della serie A”. Non sa bene se a proprie spese.

Non c’è limite al ridicolo se le puntute osservazioni di Maignan e Rabiot (sponda Milan) sono state restituite al mittente con severe rampogne del tipo: «Come ti permetti di sputare nel piatto in cui mangi?». Non c’è limite al ridicolo se si ritiene che il perduto prestigio del calcio italiano, quello che una volta era definito “il più bello del mondo”, abbia bisogno di una maxi e complicata trasferta in Australia per ritrovare il proprio appeal. La questione è arrivata anche in Parlamento ma il mondo del calcio ha ribadito il proprio diritto all’autodeterminazione sulle scelte. Il Como, più che abbozzare, ha approvato la transizione logistica: «Non si tratta solo di una partita, è una dichiarazione di intenti, una missione comune per riportare la serie A al centro del calcio mondiale e garantire un futuro più solido a tutti i club che la rappresentano».

La realtà è un’altra. Il campionato di serie A per impatto, spettatori, sponsorizzazioni, validità tecnica è inferiore ai tornei inglesi, francesi, tedeschi e spagnoli, piazzandosi al quinto posto in Europa. E nessuna trasferta in Australia permetterà eventuali sorpassi. Si crea un precedente con un match giocato a 13.700 chilometri da Milano perché sarà la prima partita del torneo nostrano giocata all’estero. Un precedente pericoloso anche se la deregulation è da tempo in atto, da quando si è deciso di vampirizzare il Totocalcio, spacchettando l’unità di tempo delle partite in tanti eventi gestiti a spezzatino, contando esclusivamente sulla vendita dei diritti televisivi.

Rimaniamo del parere del saggio Rabiot: «Tutto questo è al disopra di noi, passa sopra le nostre teste. È pazzesco fare così tanti chilometri per far giocare all’estero una partita tra due squadre italiane. Si parla molto dei calendari e della salute dei giocatori… Dobbiamo adattarci, come sempre». «Questo non è più calcio, è un Barnum», ha aggiunto il deputato di Avs Filippo Zaratti.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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