Gli arbitri: dilettanti a 10.000 euro al mese

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Un’affermazione dell’allenatore della Juventus. Luciano Spalletti, riesuma la vexata quaestio dello status degli arbitri di calcio. «Ho visto in campo un solo precario!»: provocazione polemica che sottintende un giudizio critico sull’uomo in giacchetta nera, minimizzato come un dilettante in mezzo a tanti professionisti. Ovviamente, dato che, nell’onda mediatica, i tecnici vengono trattati come dei maîtres à penser, l’uscita diventa un caso che suscita discussioni e proposte. Quella più banale è tranchant: perché non far diventare professionisti gli arbitri, sul modello del basket statunitense versione Nba?

La boutade sulla possibile trasformazione di ruolo contiene una falsità implicita. Perché gli arbitri italiani nei fatti sono già professionisti anche se, a volte, paludano il proprio ruolo con una professione ibrida che li rende simili a migliaia di lavoratori. Il ruolo più sfruttato è quello di agente assicurativo o imprenditore finanziario, occupazioni per la quale gli stessi soggetti sfruttano la fama e la popolarità accumulata sui campi di calcio, meglio se al termine di una lunga carriera. Ma, pubblicità di ritorno a parte, in soldoni, i loro guadagni già li accomunano pacificamente a dei professionisti tour court. Gli introiti di un arbitro internazionale oggi si aggirano sui 180.000 euro lordi che equivalgono, a tasse pagate, a circa 10.00 euro al mese. Dilettanti? Macché, anche se ovviamente questi compensi non possono avvicinare quelli dei calciatori che giudicano su un campo di calcio. Del resto con un calcio che produce eventi ogni giorno come è possibile che tra viaggi, designazioni, raduni, stage per preparazione atletica, l’arbitro possa godere di un lavoro normale?

Per dirigere una gara di serie A un arbitro guadagna 4.000 euro, in serie B 2000. Ma anche l’addetto al Var, una sorta di arbitro in panchina, per un giudizio di secondo grado, quando viene chiamato in causa, riceve 1700 euro in A e 800 in B. Poi ci sono compensi fissi perequati all’utilizzo: si va da un massimo di 90.000 euro per gli internazionali, a 60.000 per chi ha più di 50 presenze. Ma chi dirige gare di Champions League si vede premiato con premi che partono dai 6.000 euro per i sedicesimi di finale ai 10.000 per una finale. Anche in campo femminile i compensi sono in ascesa, pur se una finale di Champions per il torneo delle donne vale “solo” 5.000.

Dunque di dilettante c’è solo una definizione ed è comprensibile che i giovani si avvicinino al calcio per arbitrare anche con uno scopo speculativo. Ci può essere la passione ma anche per un traguardo preciso che vada oltre la sopravvivenza, verso il benessere. La definizione di dilettante è limitativa. Come è ridicolo ipotizzare che ai Giochi Olimpici sia ancora rispettato il dettato di amateur di De Coubertin. Grottesco con l’inserimento del tennis, del golf, dei professionisti americani del basket. Purtroppo ancora una grande ipocrisia paluda il mondo dello sport. Semmai le differenze vanno registrate in Europa. Parallelamente alla scarsa omogeneità dei paesi dell’Unione Europea, anche nel calcio si registrano pesi e misure diverse. Basti pensare che in Inghilterra un arbitro guadagna circa un quarto di un omologo fischietto italiano.

In definitiva l’uscita di Spalletti va virata in una critica di merito alla categoria più che il lancio di una proposta innovativa.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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