Mettiamo la Norvegia tra parentesi e neutralizziamo l’esito della partita d’andata. Tanto sappiamo che i nordici saranno nel prossimo futuro il nostro punto di riferimento per un incubo da superare: la possibile terza consecutiva mancata qualificazione al mondiale di calcio.
Sembra già di scalare un Everest perché, per gli scherzi di un calendario bislacco, la Norvegia (notare, al 38esimo posto nel ranking mondiale, mentre l’Italia è tra le top ten al nono) è partita con il benefit di sei punti e di due larghe vittorie e l’Italia, stuzzicata, è già lì a inseguire. Forse ci vorrebbe l’ausilio di un Lingiardi o di un Borgna (quest’ultimo peraltro recentemente scomparso), tra i più noti psicanalisti italiani, per una terapia ad hoc per i nostri calciatori shoccati da un evento paradossale che però si ripete con sconcertante frequenza. L’Italia che ha contribuito a scrivere la storia del calcio (anche se non l’ha inventato, se non nella versione del calcio fiorentino), che ha vinto quattro volte il campionato mondiale (1934, 1938, 1982, 2006), che ha giocato sei finali e che si è classificata tra le prime quattro in otto edizioni, che è stata otto volte semifinalista nelle fasi finali, ora, nell’attualità, non è neanche sicura di partecipare alla prossima edizione del massimo evento della pedata.
I precedenti sono shoccanti. In Russia e Qatar l’Italia mancava anche se quattro anni fa si è fregiata del titolo continentale. Nelle ultime due edizioni di qualificazione prima Svezia e poi Macedonia ci hanno fatto fuori. La parola incubo ritorna alla voce “spareggi”. Ma c’è da dire che, anche guardandosi più indietro, i risultati non erano stati più edificanti. In Sudafrica (2010) e quattro anni dopo in Brasile, l’Italia era uscita già nella prima fase pur battendosi contro squadre di modesta levatura. Il ridimensionamento del calcio italiano è riassunto nella metafora della finale di Champions League. Nella sconfitta di 5-0 patita dall’Inter, il risultato più macroscopico nella storia della manifestazione. Francesi che giocavano, italiani che subivano, corroborando le frasi di Arrigo Sacchi, l’ultimo inventore nostrano di un’idea moderna di football: «Non bisogna trovare i giocatori, bisogna trovare e produrre gioco».
Ci sta anche che questa nazionale pre-mondiale abbia scarso appeal se un giocatore come Acerbi, a 37 anni, si permette di rifiutare una convocazione in azzurro per marcare Haaland. In altre tempi sarebbe stato squalificato, come è successo anni fa ad Hackett nel basket. Ora si fa finta di niente. E così Spalletti incassa il rifiuto con moderazione tramite sms. Le esigenze dei club vengono nettamente prima di quelli della nazionale.
Il passato non conta. Neanche dal punto di vista statistico. Nella storia dei mondiali l’Italia ha perso solo una partita sulle cinque giocate contro la Norvegia. Ma ora il difficile è arrivarci ai mondiali. Guardandoci dalla Norvegia, certo, ma anche da Moldova, Israele ed Estonia, tutt’altro che la crema del calcio mondiale. Preoccupazioni che si scontrano contraddittoriamente con l’aumento progressivo delle squadre partecipanti alla fase finali del mondiale. Per questione di business televisivo e marketing. Per gli italiani non è un argomento frivolo: rimanere esclusi da un mondiale di calcio è come metabolizzare un lutto. Lutto sportivo ma pur sempre un rospo difficile da ingoiare.
