L’Italia del calcio? Un disastro prevedibile

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Il calcio è un gioco ma è anche sviluppo logico. Dunque la terza eliminazione consecutiva dell’Italia dal mondiale di calcio non deve sorprendere. Se bastano, nell’ordine, Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia a buttarci fuori dalla più popolare manifestazione del calcio globalizzato evidentemente le radici del movimento sono fragilissime e ci spingono a rivedere il giudizio su calciatori dai 6-7 milioni di ingaggio annuo ma di un’acclarata modestia internazionale.

Vedendo la partita non puoi resistere alla tentazione di tifare per la piccola Bosnia, esaltata dalla pochezza azzurra. Attaccarci come giustificazione all’espulsione di Bastoni non vale perché fino a quel momento la squadra dominante era stata quella di casa. L’Italia ha approfittato del banale errore del portiere bosniaco per andare in vantaggio ma non ha mostrato l’animo per consolidare il vantaggio e chiudere virtualmente la partita. Applicando l’inveterato motto del calcio italico: “Primo non prenderle”. Con ben altra tempra altre squadre, consapevoli di una caratura tecnica migliore, avrebbero continuato a imporsi. L’Italia no, si è chiusa sulle sue barricate concedendo continui tiri nello specchio mentre sull’altro fronte, su improvvisi quanto casuali rovesciamenti di fronte, Kean, Di Marco e Pio Esposito indirizzavano il pallone alle stelle.

Puoi mettere in panchina Ventura, Mancini, Spalletti o Gattuso ma il risultato è lo stesso. E il fallimento è alle radici. Nelle scuole calcio dove insegnano ai pargoli la strategia e non il divertimento, fosse anche quello di dribblare e saltare l’uomo, un loro giovane coetaneo. I giocatori azzurri sono dei metronomi che azzeccano passaggi facili e laterali e mai rischiano, consapevoli di appannaggi considerevoli da preservare con buone pagelle dei quotidiani sportivi che li esaltano. Nell’ultimo trentennio l’Italia ha avuto un solo profeta di buon calcio costruttivo, quell’Arrigo Sacchi che propugnava un football propositivo. Poi il mood è stato quello dell’utilitarismo, del brutto calcio in cui imporsi senza meriti, quello speculativo per cui se rimani in dieci il primo che sostituisci è l’attaccante, dando un segnale di arrendevolezza e ripiego a tutta la squadra. Il successo, ormai datato, nel campionato europeo (a suon di fortune assortite, per chi sa leggerle) aveva illuso su una ripresa e chi leggeva i segnali della decadenza è stato inascoltato profeta. Così quello che con un’espressione ormai obsoleta veniva definito “il calcio più bello del mondo” non ha promosso alcun club nella fase finale della Champions League e lo stato prefallimentare del massimo campionato, preda di speculatori americani sempre più ingordi, fisicamente assenti e incompetenti, sta producendo risultati di una negatività deflagrante a cui sfugge (forse) il solo Como, pur rivelazione dell’anno. Disquisire sul passato attinge a una retorica d’altri tempi come la definizione di Belpaese, inadatta all’Italia di oggi, da restituire a un’etichetta di formaggi.

Nella vulgata della stampa sportiva l’unico risparmiato è Donnarumma che è capitano discutibile visti i tanti tentativi di rissa innescati a Zenica. Parliamo del giocatore che ha propiziato il gol bosniaco con un rinvio maldestro, che nella riffa dei rigori non ci ha risparmiato un solo gol e che coi i piedi ha mostrato in tutta la carriera evidenti limiti. Non è stato da Mondiale neanche il commento tecnico della Rai che ha descritto un’Italia generosa, meritevole e sfortunata, l’assoluto contrario di quello che si è visto in campo. Per riconsolarci con filosofia zen possiamo osservare che, se anche se avesse strappato il pass mondiale, l’Italia avrebbe fatto poca strada ripercorrendo le inenarrabili difficoltà del passato contro squadre come Slovacchia e Nuova Zelanda.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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One Comment on “L’Italia del calcio? Un disastro prevedibile”

  1. E’ da qualche anno che tifo contro l’Italia, perchè da tempo si è trasformata in squadra di DIVI e non più di calciatori. Non è più il calcio di una volta, si dice. A proposito di giocatori azzurri “metronomi” mi permetto di raccontare un aneddoto personale. Negli anni 1977/78 Andrea Mandorlini (giocatore dell’ Inter e della nazionale) è stato mio compagno di camera a Torino: eravamo nella squadra giovanile degli allievi del Torino calcio. Io ero un attaccante dribblomane vecchia maniera (senza falsa modestia difficilmente il terzino che mi marcava finiva la partita senza essere sostituito). Mandorlini invece era un centrocampista totalmente “metronomo” (passaggi laterali a rischio zero). Evidentemente aveva capito meglio di me dove stava andando il calcio: infatti lui a fatto carriera e io no! Comunque quelli erano i tempi di Paolo Pulici e Claudio Sala… altri tempi appunto.

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