L’Oreste furioso di Testori e le maschere demoniche di Uror

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La versione per marionette che il Gruppo Uror ha dato di SdisOrè di Giovanni Testori, al Teatro Elfo Puccini di Milano in occasione di Hystrio Festival, ha il merito di illuminare gli esiti “raccapriccianti” dell’ultima stagione teatrale dell’autore lombardo. Ne nasce, con strana paradossalità, uno spettacolo perturbante e grottesco a partire da un testo che, trentaquattro anni dopo il debutto, rivela un perimetro tematico quasi elementare nella sua ossessività.

Il mondo popolare, più esattamente sottoproletario, rappresentato da Testori nel complesso della sua opera, subisce nella tarda riscrittura dei classici una manieristica estremizzazione dei suoi moventi iperrealistici. Il “popolo” mitizzato viene non solo spogliato delle sue caratteristiche di classe, dei valori “superiori” di una religiosità primitiva e dei caratteri particolaristici quali emergevano ancora in Pasolini, ma ad accamparsi con funeree intonazioni è il motivo della sessualità nei suoi aspetti più tenebrosi. Quel che importa è non tanto, o non solo, che Clitennestra sia diventata una volgare puttana, Egisto un tremante idiota, Elettra una zitella infoiata, Oreste un triviale assassino. Importa che del “popolo” prima idolatrato nel suo vitalismo emotivo e corporeo non resta nemmeno la mitizzazione in chiave umanitaristica. Trent’anni dopo la sua comparsa, la Gilda del Mac Mahon si è atrofizzata in un fantoccio grottesco, in cui emerge solo una demonica visceralità.

Non è senza significato che questo mortuario sensualismo alluda al suo contrario, da cui si è oltranzisticamente, ma non realmente, liberato. La parossistica nomenclatura erotica ritmata dai fantocci espressionistici di Oreste ed Elettra, tradotti con orrifica espressività nelle maschere e marionette di Caterina Rossi, sembra evocare il suo contrario, e cioè l’avversione-attrazione per il sesso e per il corpo propri di un cattolicesimo sensuale e barocco. Quel senso del peccato e della colpa che contristò l’ultimo Testori spinge, al pari della natura ostentata della sua inventiva linguistica, a disgiungerlo dal migliore espressionismo poetico lombardo, da Delio Tessa a Franco Loi. Il gusto per l’orrido, il grottesco, il macabro, il viscerale di Tessa è credibile mimesi del “popolo che parla, del dialetto del sobborgo”, come scriveva lui stesso. Il milanese tessiano è una miscela di arcaismi, rusticità, letterarietà, borghesismi, autenticità, forestierismi, latinismi: l’obiettivo è tentato con tanto minore verità di poesia da Testori. In diverso ma analogo modo l’iper-caratterizzazione, l’espressività fonica, la forza della parola, la distruzione della lingua in frammenti verbali, l’uso espressionistico del dialetto, che SdisOrè insegue lungo tutta la sua traiettoria, evocano il fantasma dell’ultimo grande dialettale lombardo, Franco Loi, ma se ne distanziano per le premesse poetiche e l’esito artistico.

Evelina Rosselli e Caterina Rossi dilatano la filigrana spaventevole dell’Oreste di Testori scorgendovi pieghe di raccapriccio. I personaggi sono marionette smaniose, maschere stizzite dagli occhi sgranati ed esorbitanti. La commedia dell’arte si fonde con la demonìa, il burlesco con l’irrequietezza, il baraccone con la labilità psichica. La Rosselli si duplica e triplica ora indossando una maschera, ora manipolando un fantoccio. Appare e scompare come una trasformista adottando una sottile composizione di voci gergali, vernacolari, acute e gravi, profonde e in falsetto. Esce dai personaggi e appare nel suo vero volto per commentare dall’esterno la vicenda, intonando la sua voce a una malinconica sonorità. Quando la favola tragica tocca il suo apice, il disegno di luci di Camilla Piccioni e quello sonoro di Franco Visioli evidenziano ulteriormente la spettralità atmosferica della messinscena. Concorrono così ad allestire e costruire una macabra alcova, teatro del crimine in cui il sanguinario assassinio di Clitennestra è al tempo stesso un rapporto sessuale, secondo quel triangolo madre-sesso-morte che è una costante sottesa alla fabula testoriana.

Gli autori

Olindo Rampin

Olindo Rampin è nato a Venezia e vive a Parma. Insegna Discipline Letterarie nelle scuole superiori. Scrive, tra racconto e critica, di teatro e di danza.

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