Occorre scacciare subito la tentazione di lasciarsi guidare, nell’interpretazione di Beyond caring (Prendersi cura) dell’autore e regista teatrale inglese Alexander Zeldin, da una certa aria brechtiana che circola nel finale di questo lavoro, visto al Teatro Due di Parma. L’apparizione di grandi congegni metallici incrostati dai resti della lavorazione della carne di una macelleria industriale, asportati a fatica da quattro addetti alle pulizie assunti da un’agenzia interinale senza alcuna tutela, non ha niente a che fare con il mondo di Santa Giovanna dei Macelli.
Non solo, come è ovvio, perché il mondo del vecchio capitalismo del primo Novecento, il mondo dei mattatoi di Chicago e del re della carne Pierpont Mauler, non esiste più, o esiste sotto altre vesti. Più ancora perché non è lo svelamento della ferocia dell’ordine di cose esistenti che interessa a Zeldin. Il suo sguardo si posa sì, ancora, sui lavoratori di una macelleria industriale, ma non ha nulla di epico e distanziante, è invece intimistico, per certi aspetti naturalistico.
Il titolo è esplicativo della prospettiva che alimenta lo stile di Zeldin. I lavoratori invisibili, notturni, non difesi da alcun sindacato, sono rappresentati in una stanza fredda, sempre la stessa, illuminati da atroci luci al neon, ma sono animati segretamente da una solidarietà fatta di attenzione e gesti minimi tra sommersi: una tenerezza esistenziale, creaturale, del tutto pre-politica. Questo sguardo, dove la regia non si fa quasi sentire, se si eccettua il colpo di teatro finale, lascia agli attori assoluta libertà di esprimere il loro talento interpretativo, una delle cose più convincenti di questo lavoro.
Nella versione in francese, Prendre soin, che dopo la tournée italiana ed europea tra marzo e giugno andrà in scena a Lisbona, Lione e Parigi, prodotta dalla Compagnie Zeldin con il Théâtre National de Strasbourg, il Teatro Metastasio di Prato, il Théâtre des Célestins di Lione, Le Volcan – Scène Nationale du Havre, tutti gli attori trovano un volto riconoscibile, una dimensione recitativa credibile e autentica. Juliette Speck, con la sua voce cantilenante e il suo sorriso fanciullesco, rende vivo il ritratto di una giovane donna indebolita dalla precoce malattia ma forte di una immediata schiettezza di sentimenti. Ne sa qualcosa Patrick d’Assumçao, persuasivo nel farci incontrare un uomo precocemente anziano e isolato, ma non indurito nella sua infelicità, che trova nella giovane donna una capacità di ascolto autentico. Charline Paul tratteggia con sensibile dolcezza una figura di donna insicura, fragile ma non doma, che insegue una sua pervicace invisibilità tra gli invisibili. Lamya Regragui ci fa comprendere appieno gli effetti autodistruttivi di una scorza artificiosa di aggressività, che impedisce una via di accesso comprensiva al rapporto con i suoi compagni di sventura. Nabil Berrehil trova il linguaggio, verbale e non verbale, più efficace a rendere il percorso di disumanizzazione che il potere esercita sui suoi esecutori ammaestrati. Cada qui anche un elogio del folgorante cammeo di Bilal Slimani, ultimo tra gli ultimi, che non supera la selezione perché sprovvisto dei documenti necessari per la pur precarissima assunzione.

foto di Jean Louis Fernandez
