“Orlando”, il capriccio di Virginia Woolf

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Aveva ragione Attilio Bertolucci quando, a proposito di Orlando, il meno “moderno” tra i romanzi di Virginia Woolf, parlava di tour de force dell’intelligenza, benché oggi ci si balocchi ad attribuirgli prevedibili patenti di attualità o antistoriche preveggenze dei gender studies. Il libro, se ascoltiamo la voce dell’autrice nel Diario, fu invece «un capriccio», iniziato «come uno scherzo e ora un po’ troppo lungo per i miei gusti», per cui «un artista scrupoloso troverebbe da limare e da cancellare». Questa natura del romanzo, «capricciosa e ineguale, molto brillante a tratti», trova ora uno strano, vitalizzante parallelo teatrale nella vertigine interpretativa in cui il pubblico è trascinato da Anna Della Rosa, magmatica mattatrice della riduzione teatrale firmata da Andrea De Rosa e Fabrizio Sinisi, vista al Teatro Ariosto di Reggio Emilia. Ariostesco, si direbbe, è anche questo capriccio romanzesco woolfiano, perché i tratti distintivi ne sono la fervida immaginazione, lo stile smaltato, la libertà di sguardo morale.

De Rosa e Sinisi amplificano, con altri moventi e altri fini, il desiderio d’autrice di un rimaneggiamento, scorciando parecchio del testo originale e trasferendo la biografia fantastica dell’amica-amata Vita Sackville-West, al cui carteggio si rimanda qua e là, in una incarnazione teatrale, in un corpo-voce. La personalità e il volto non comuni, l’ardore inquieto, la voce polimorfa di Anna Della Rosa, composta di molti sottoinsiemi di voci piene di ambiguità maschili-femminili, di tonalità dolci e irruente, gravi e liriche, originano altrettanti pezzi di bravura interpretativa, che si cimentano con gli exploits narrativi del testo woolfiano, in cui spicca l’indimenticabile descrizione del “Gran Gelo” seicentesco di Londra, del Tamigi.

Virginia Woolf ha dato il meglio di sé nei suoi romanzi “moderni”, meno appariscenti ma più profondi di questo. Il trattamento del tempo in Orlando, che colpisce il lettore in modo teatrale con l’effetto speciale di una biografia transessuale e plurisecolare che attraversa tutta l’età moderna, trova in Mrs. Dalloway e To the Lighthouse espressioni più vibranti di vita e di verità. La scena di Giuseppe Stellato emblematizza un momento iniziale di questa fantasticheria, quando Orlando giovinetto, prima di sperimentare i piaceri e soprattutto i dolori dell’esistenza, guarda il paesaggio inglese punteggiato di castelli dall’alto di una radura, dominata da una grande quercia. Da essa deriva il titolo di un Poema, uno dei tanti manoscritti di cui è zeppo il suo armadio. L’iperbolico tronco di questo albero di cui non si vede la chioma, grande come le sequoie in Vertigo di Hitchcock, e come esse simbolo del doloroso rapporto tra fragilità umana e forza della natura, è posto al centro di un prato d’erba verde che copre tutta la scena, illuminato a giorno dal bel disegno luci di Pasquale Mari: un prato scintillante, quasi senza ombre, la cui luminosità, come la fervida immaginazione romanzesca di Orlando, offende un po’ gli occhi. Ora appoggiata, ora abbracciata alla grande quercia, non vestita dei panni lussureggianti dell’Orlando romanzesco ma di un’ampia camicia bianca e di una lunga antiquata gonna, rinforzata e quasi abbracciata essa stessa da festanti suoni di campane, Anna Della Rosa fende in semicerchi e zig zag tutto lo spazio disponibile, ad ampie e impetuose falcate.

È un ingegnoso gioco di specchi spazio-temporale, una vacanza “romantica” dalla ricerca interiore e dalla ricerca stilistica delle opere maggiori. Lytton Strachey, stimatissimo amico e, benché omosessuale, latore di una proposta di matrimonio, subito ritirata, alla Woolf, individuava con forse troppa severità nel “Romanticismo” il maggior limite dell’arte della grande scrittrice. Ma tutto l’impianto del libro, il ritratto fisico e morale del bellissimo sedicenne che diventerà donna, il suo folle amore per la perfida e bellissima principessa moscovita, gli accessi di malinconia, la malevolenza dei detrattori e il ritiro nella solitudine del castello avìto, lo scintillante milieu aristocratico della corte regale, le pause letargiche di sette giorni di fronte alle quali «i medici di allora, che non ne sapevano di più di quelli di oggi, lo abbandonarono alla sua sorte», la scoperta del secondo volto dell’Amore, «l’avvoltoio Lussuria, schifoso e impuro». Tutto quel che resta, e il molto che è tagliato, di quella «vacanza di una scrittrice» che per la Woolf fu Orlando, ha i bagliori sublimi e sinistri di una fantasticheria romantica.

Le fotografie in homepage e nel testo sono di Andrea Macchia e riproducono l’interprete dello spettacolo, Anna Della Rosa

Gli autori

Olindo Rampin

Olindo Rampin è nato a Venezia e vive a Parma. Insegna Discipline Letterarie nelle scuole superiori. Scrive, tra racconto e critica, di teatro e di danza.

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