Una delle eredità più importanti che ci ha lasciato Papa Francesco è sicuramente l’enciclica Laudato si’, nella quale hanno trovato massima espressione le sue preoccupazioni sulla necessità inderogabile di prenderci cura della nostra “casa comune”. La preparazione di questa enciclica è stato un processo al quale hanno preso parte teologi, filosofi, antropologi e scienziati che hanno condiviso molteplici modi di vedere il mondo. Il risultato è un documento di straordinario valore religioso, culturale e politico, che ha dato un contesto di riferimento ed una forza senza precedenti ai tanti che nel mondo si battono per la protezione dell’ambiente, indipendentemente dal loro credo religioso. Mentre i difensori dell’ambiente vengono sempre più spesso perseguitati, incarcerati e uccisi, da chi detiene il potere politico ed economico, Papa Francesco si rivolge a loro dicendo: «Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi».
Alla forza e alla chiarezza di questo messaggio viene oggi attribuita un’influenza profonda su alcuni processi di formazione di politiche ambientali a livello globale, dall’Accordo di Parigi sul clima, approvato pochi mesi dopo la pubblicazione della Laudato si’, alle analisi e raccomandazioni più recenti della Convenzione sulla protezione della biodiversità che hanno incorporato in una misura senza precedenti la dimensione della giustizia sociale e del sapere delle popolazioni indigene. Per questo la scomparsa di Papa Francesco è un elemento di ulteriore debolezza al movimento ambientalista, in un momento nel quale l’onda di riflusso contraria a politiche ambientali più rigorose ed efficaci è già particolarmente alta e sta facendo fare passi indietro molto pericolosi. Per questo credo sia importante fare alcune riflessioni sulla Laudato si’ utili invece a trarre la forza necessaria per continuare a battersi con maggiore determinazione.
L’enciclica contiene un’analisi molto lucida e documentata dello stato del pianeta, e riassume con grande efficacia quello che la conoscenza scientifica ci dice sui principali fenomeni di degrado ambientale come l’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti, la perdita di biodiversità, lo stato delle risorse idriche. Non c’è dubbio che si tratta di un riconoscimento della necessità e dell’autonomia del pensiero scientifico «come base per un percorso etico e spirituale». È interessante il modo con il quale Papa Francesco ci invita a leggere questa analisi iniziale: «L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare». È un invito quindi a non fermarsi alla presa di coscienza della gravità dello stato nel quale versa la “casa comune” ma che sprona all’azione, al far diventare personali i problemi e la sofferenza del Pianeta, e a impegnarsi direttamente per contribuire alla loro soluzione.
Oltre a questo, la riflessione introduce un concetto di grande interesse come quello di “cultura dello scarto”, all’origine non solo di gran parte dei fenomeni di inquinamento e di degrado fisico del Pianeta, ma anche del degrado della società umana, che «tende a mettere da parte tutto quello che non risponde ai criteri di efficienza, produttività, reattività, ma anche di bellezza, giovinezza, forza e vivacità”. Un secondo concetto fondamentale è quello di “bene comune”, quell’insieme di condizioni di vita sociale che permettono alla persona umana di esprimersi pienamente, e che tutta la società, e in particolare lo Stato, «hanno l’obbligo di difendere». Il riferimento al “bene comune” è costante nell’enciclica, ma viene esplicitato in modo particolare quando si parla del cambiamento climatico, e della necessità di riconoscere il clima stesso come supremo bene comune planetario, in considerazione della sua capacità di influenzare tutta la vita sulla Terra.
È sulla base di questi concetti fondamentali che la risposta di Papa Francesco si traduce nell’idea e nella pratica di “ecologia integrale”, la cui necessità viene espressa con una semplicità disarmante: «Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura». Anni prima un altro grande sudamericano, il sindacalista dei raccoglitori di caucciù Chico Mendes, fondatore con Ignacio Lula da Silva del Partito dei lavoratori del Brasile e assassinato nel 1988 da un latifondista, espresse il concetto in modo ancora più tranchant, dicendo che «l’ambientalismo senza lotta di classe è solo giardinaggio».
L’ecologia integrale include una serie di pratiche descritte con chiarezza nell’enciclica; la prima è quella della solidarietà, conseguenza imprescindibile dell’interdipendenza di tutti con tutti, e che si deve esprimere a tutti i livelli, da quello interpersonale e intergenerazionale a quello dei rapporti internazionali. Anche qui l’idea viene espressa con incredibile chiarezza: «Un mondo interdipendente non significa unicamente capire che le conseguenze dannose degli stili di vita, di produzione e di consumo colpiscono tutti, bensì, principalmente, fare in modo che le soluzioni siano proposte a partire da una prospettiva globale e non solo in difesa degli interessi di alcuni Paesi». La seconda è quella del limite, un concetto già declinato in termini scientifici fin dal 1972 dal Club di Roma e poi cristallizzato dallo Stockholm Resilience Centre nei planetary boundaries e conseguenza delle dimensioni finite della Terra. Papa Francesco declina questa pratica in modo esemplare dicendo: «La sobrietà e l’umiltà non hanno goduto nell’ultimo secolo di una positiva considerazione. […] La scomparsa dell’umiltà, in un essere umano eccessivamente entusiasmato dalla possibilità di dominare tutto senza alcun limite, può solo finire col nuocere alla società e all’ambiente». Conoscere i limiti planetari e vivere bene, con solidarietà, sobrietà e umiltà dentro a essi sembra essere il compito e l’obiettivo dell’umanità tracciato dalla Laudato si.
Detto questo è del tutto evidente che la traiettoria presa da una parte purtroppo maggioritaria della politica nazionale e internazionale stia andando in direzione completamente opposta a questi auspici ed obiettivi. A questo proposito nessuna dichiarazione di stima, affetto, devozione o amicizia profferita da chi esce dagli accordi internazionali sul clima, cerca di smantellare il Green Deal, rifiuta di tassare i ricchi, lascia morire nell’indifferenza interi popoli, aumenta le spese militari e taglia le spese per la sanità pubblica a danno dei più poveri, potrà mai colmare la distanza tra sé è Papa Francesco. Per tutti gli altri, credenti o meno, penso che una lettura, o una rilettura della Laudato si’ sia un’ottima occasione per onorare la memoria di Francesco e trarre qualche energia in più per continuare a lottare per un mondo vivibile e giusto.
