La legge elettorale della destra e la lente di Popper

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Pochi giorni dopo la morte di Dario Antiseri, che ebbe il merito e la tenacia di far conoscere in Italia il pensiero di Karl Popper, nel febbraio scorso la maggioranza parlamentare ha presentato la proposta di legge elettorale C. 2822, già soprannominata “Stabilicum” o “Melonellum”, che sta per iniziare il suo iter parlamentare. Il testo parla di stabilità, governabilità, pluralismo. Ma le parole della politica vanno sempre interrogate: è proprio qui che la visione di Popper e le domande che ne discendono ci possono guidare. Popper aveva una definizione netta per la democrazia: non il vago “governo del popolo” ma un sistema di istituzioni che consente ai governati di controllare i governanti e, se necessario, di sostituirli senza ricorrere alla violenza. Il punto decisivo non è chi governa, ma quanto i governanti restano controllabili. Se adottiamo questo criterio popperiano, la riforma elettorale della destra va interrogata con alcune domande semplici e dirette.

La prima è anche la più importante: questa legge rende più facile o più difficile liberarsi di un cattivo Governo? La risposta è chiara. Con un premio di maggioranza complessivo fino a 105 seggi tra Camera e Senato, una coalizione che supera il 40 per cento dei voti può ottenere una maggioranza schiacciante. La governabilità promessa si ottiene attraverso una riduzione del controllo democratico: una maggioranza così ampia può governare senza dover negoziare o cercare compromessi.

Una seconda domanda riguarda la distribuzione del potere. Lo Stabilicum lo diffonde o lo concentra? Lo concentra in almeno tre modi: altera il rapporto tra voti e seggi, rafforza la centralità del capo della coalizione (indicato fin dalla presentazione delle liste come futuro Presidente del Consiglio) e consegna ai vertici di partito la selezione degli eletti attraverso le solite liste bloccate.

La concentrazione del potere si riflette direttamente su un terzo aspetto: il pluralismo e la protezione delle minoranze. Popper sosteneva che una democrazia sana deve proteggere le voci minoritarie, perché sono proprio le minoranze critiche a individuare gli errori del potere. Lo Stabilicum riduce lo spazio parlamentare per le forze minori attraverso soglie di sbarramento elevate e un secondo listino bloccato: i seggi del premio vengono sottratti ai partiti di minoranza.

E se le minoranze si restringono, inevitabilmente si indeboliscono anche i contropoteri. La quarta domanda è dunque: la legge proposta dalla destra li rafforza o li riduce? La risposta è evidente: li indebolisce. Una maggioranza parlamentare artificialmente gonfiata rende più fragile l’opposizione, altera l’equilibrio istituzionale e riduce la forza del conflitto democratico. Ma senza conflitto, senza critica, la democrazia non si rafforza: si svuota.

La quinta domanda attiene al metodo con cui si sta costruendo questa riforma. È stata elaborata nel confronto reale oppure imposta? Qui il richiamo a Popper è decisivo: una politica democratica dovrebbe essere fallibilista, pronta a riconoscere i propri errori. Lo Stabilicum è stato presentato dalla maggioranza senza un reale coinvolgimento preliminare delle opposizioni. In Commissione, le richieste di allargare il perimetro della riforma sono state in larga parte rifiutate.

Il metodo conta, ma conta anche la memoria. La sesta domanda riguarda le lezioni del passato. Come ricordava Popper, una democrazia si misura dalla capacità di sottoporre se stessa alla prova degli errori. Il Porcellum e l’Italicum sono stati bocciati dalla Corte costituzionale per gli eccessi dei premi di maggioranza. Il Meloncellum ripropone, sotto altro nome, la stessa ossessione: manipolare il risultato elettorale in nome della stabilità. Non siamo davanti a una lezione assimilata, ma a un errore ripetuto con ostinazione.

Questa ostinazione si manifesta anche nell’approccio complessivo. La settima domanda è se si procede per correzioni limitate o si vuole ridefinire tutto in un colpo solo. La proposta di legge della destra non è un aggiustamento tecnico: è una riforma totalizzante. Interviene sul rapporto tra voti e seggi, sulla competizione, sulla personalizzazione della leadership, sulla selezione degli eletti. È il contrario dell’ingegneria sociale graduale che Popper opponeva ai progetti chiusi.

Un sistema così complesso solleva un’ulteriore questione: la trasparenza. In una democrazia aperta, i cittadini devono poter comprendere come il loro voto si traduce in rappresentanza. Lo Stabilicum introduce un meccanismo opaco: un premio di 105 seggi che può essere ottenuto anche con il solo 35 per cento dei voti, se si va al ballottaggio. Il cittadino non sa più quale sarà l’effetto del suo voto. Quando il rapporto tra consenso e potere diventa oscuro, si indebolisce la responsabilità democratica.

L’opacità si combina con un’altra questione: il ruolo riservato ai cittadini. Questa legge li vuole più attivi o più passivi? Con le liste bloccate il cittadino non sceglie davvero chi lo rappresenterà: ratifica. Gli si chiede di aderire, non di selezionare. È una democrazia della delega passiva, non della partecipazione critica.

Alla fine, la decima domanda è una sola: questa legge apre o chiude la società? La risposta è che la chiude. Riduce la pluralità reale in nome della stabilità, sposta il potere verso l’alto, sacrifica la rappresentanza fedele in nome della governabilità, tratta il dissenso come un problema e il controllo come un ostacolo.

Lo Stabilicum non è solo una cattiva legge elettorale. È una pedagogia autoritaria travestita da riforma ragionevole. Insegna ai cittadini che il loro controllo sui governanti è un intralcio, che la stabilità vale più della rappresentanza, che il pluralismo è un costo che va ridotto, che la partecipazione può essere sostituita dalla ratifica. Ma questa non è democrazia: è la sua progressiva neutralizzazione. Se, con Popper, intendiamo la democrazia come il sistema che permette ai governati di liberarsi dei governanti cattivi, allora la proposta di legge elettorale della destra va combattuta per una ragione semplice: rende questa liberazione più difficile.

Testi di riferimento:
K. Popper, La società aperta e i suoi nemici, vol. I, Armando, 1973-74
K. Popper, Cattiva maestra televisione, Reset/Donzelli, 1994-2002
K. Popper, Tutta la vita è risolvere problemi, a cura di D. Antiseri, Rusconi, 1996, Bompiani, 2001

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One Comment on “La legge elettorale della destra e la lente di Popper”

  1. Che dire? Di fronte ad una così illuminante esposizione non ci si può che complimentare. Grazie di cuore prof.ssa Valentino.

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