Sono passati quarant’anni dall’incidente di Černobyl e, doverosamente anche se un po’ distrattamente, la vicenda viene ricordata sui canali di grande comunicazione. Allora l’impatto fu notevole e portò da noi all’abbandono, per volontà popolare, dei programmi nucleari. Tra l’altro rese evidente che tra le cause di “malfunzionamento” delle centrali c’è anche, e non bisogna sottovalutarla, la stupidità umana: gli operatori del reattore vollero provare a controllare a mano il nocciolo, disattivando gli automatismi e mettendo da parte le procedure standard. Il risultato lo conosciamo e ancora oggi un ampio territorio è escluso dalla frequentazione umana e la cittadina di Prypiat è diventata una località fantasma; da noi si trova ancora (nei funghi e nei frutti di bosco e non solo) circa un quarto del cesio radioattivo arrivato da Černobyl a suo tempo. Cionondimeno, un quarto di secolo dopo, il IV governo Berlusconi provò a rilanciare il nucleare (con le centrali di “III generazione”). Manco a farlo apposta però arrivò un altro megaincidente: quello di Fukushima. Questa volta il fattore scatenante fu un evento naturale al di sopra delle previsioni progettuali; comunque sia, di nuovo la volontà popolare ribadì, da noi, l’abbandono del nucleare.
E adesso? Passata una quindicina d’anni ci risiamo: l’attuale governo di centro destra (con alle spalle delle robuste lobbies) intende di nuovo rilanciare il nucleare, questa volta però di “IV generazione” e, mi raccomando, “sostenibile” (qualifica abbinata a ‘nucleare’ nel disegno di legge governativo, senza mai spiegare però che cosa significhi). Vista da una galassia lontana lontana la situazione potrebbe apparire comica; se l’osservatore è qui, immerso nella nostra quotidianità, si potrebbe optare per il tragicomico. Vediamo.
I mitici reattori “sostenibili” sarebbero, secondo le marionette governative, gli SMR (piccoli reattori modulari) transitoriamente, in attesa di quelli ‘avanzati’, AMR (“quarta generazione”). Tutto sempre e comunque basato sulla fissione nucleare. Gli SMR operativi in tutto il mondo si contano oggi sulle dita di una mano e il motivo per cui, in particolare nei paesi occidentali, non procedono è la loro diseconomicità: il kWh che arrivassero a produrre avrebbe prezzi non competitivi sul mercato dell’energia. Comunque la narrazione che accompagna il disegno di legge governativo ipotizza che il primo SMR, da noi, potrebbe esserci intorno al 2035 o dopo; ma per contribuire al bilancio energetico nazionale, secondo il Governo, ce ne vorrebbe almeno un centinaio (dove, con quali tempi e con quali costi?); se poi i reattori fossero ancora più piccoli ce ne vorrebbero migliaia. Quanto agli AMR, quelli proprio non ci sono; la vulgata promozionale dice che il primo potrebbe arrivare, forse, dopo il 2050. Ma che volete? Questi catastrofisti ambientalisti continuano a rompere le scatole con il mutamento climatico e le sue conseguenze (in atto). Se, anno per anno, si moltiplicano gli eventi estremi che costano vite e disastri (e pure miliardi…) poco male: “noi tireremo diritto”. Intanto sono modelli matematici, sempre più raffinati e affidabili, a dire che, se nulla cambia, nel giro di una decina di anni il clima planetario potrebbe andare incontro a un collasso, cioè a una rapida riorganizzazione dei flussi atmosferici e oceanici con impatti catastrofici per l’ambiente e l’umanità (pensate a un brusco arresto della corrente del Golfo, con le conseguenze per le isole britanniche e l’Europa occidentale). A parte tutto il resto, sembra proprio che il nucleare sia pure fuori tempo.
Sempre questi accidenti di numeri dicono che l’energia (“rinnovabile”) in cui siamo immersi è molta di più del nostro fabbisogno nazionale e potrebbe darci la piena indipendenza dagli altri, se ci attrezzassimo: pannelli fotovoltaici (sulle superfici già compromesse), pale eoliche (mini e micro, non giga), idroelettricità ad acqua corrente, geotermia profonda. Naturalmente occorre investire in quella direzione e tra l’altro i tempi di realizzazione sono ragionevolmente brevi: mesi o al più pochi anni, contro i decenni, per di più incerti, del nucleare. E pure i costi sono più bassi. “Già ma noi vogliamo lasciare alla storia un imperituro ricordo di questo tempo e di questo governo”. I sumeri e i babilonesi ci hanno lasciato le ziggurat, gli egizi ci hanno lasciato le piramidi… “e noi col nucleare faremo altrettanto”. Il nuovo nucleare lascerebbe ai posteri per migliaia di anni le scorie prodotte nelle centrali. Non importa quale sia il tipo di reattore: se c’è la fissione, la quantità di prodotti di fissione variamente radioattivi (che fanno parte delle scorie) è proporzionale alla quantità di kWh generati. E, per inciso, noi non abbiamo ancora deciso in quale “deposito geologico profondo” piazzarle queste scorie, che pure abbiamo come eredità delle centrali che hanno funzionato per un po’ di anni: c’è più di una cinquantina di ipotesi, ma nessuna decisione e per il momento abbiamo appena rinnovato (a pagamento nostro) un accordo per lasciare altri 15 anni in Francia le scorie che vi avevamo inviato per il riprocessamento con l’intesa che avremmo ripreso (entro il 2025) ciò che restava.
“Be’, ma adesso il Governo col nuovo disegno di legge prenderà di petto tutti i problemi per risolverli…” Eh, no. Il disegno di legge “che dovrà essere approvato entro l’anno” non risolverà nessun problema, non deciderà dove e cosa costruire, non deciderà dove mettere le scorie né come assicurare le forniture di materiale fissile. E allora? Il Governo, col sostegno della sua maggioranza, intende mettersi in condizione di poter decidere senza intoppi quando fosse in condizione di farlo. Il disegno di legge essenzialmente centralizza tutte le possibili scelte: fuori dai piedi gli enti locali e gli organismi di controllo indipendenti; il riferimento sarebbe solo più a gruppi e enti nominati direttamente dal Governo stesso (per dargli ragione?).
Ma insomma, vista la situazione, qual è il problema? Il nucleare, a quanto sembra, è rivestito di una potentissima carica ideologica. Ha una valenza simbolica; quale che sia la realtà dei fatti, incarna il mito della perpetua crescita di una economia strutturalmente insostenibile: quella basata sulla crescita competitiva perenne. L’economia del cancro: se le cellule di un organismo adottano un’evoluzione basata sulla crescita competitiva si chiama appunto cancro e l’organismo muore. La copertura ideologica, poi, si abbina alla sindrome di Luigi XV di Francia: “après moi le déluge!” Al momento il nucleare può essere una ricca opportunità, per qualcuno, di fare affari con denaro pubblico nazionale ed europeo: se poi il tutto anche economicamente non starà in piedi, “be’, poco male! Nel ‘cogli l’attimo’ IO ci avrò guadagnato”. E tutti gli altri restano a guardare?…
