L’egemonia americana post-1945 si basava su quattro fattori: un prodotto nazionale lordo che inizialmente rappresentava circa il 50% del pil mondiale; il dollaro come moneta di riserva per l’intero pianeta; la superiorità nucleare; il soft power in tutti i campi: consumismo, musica, cinema. Questa posizione di leadership era mantenuta e irrobustita da una infrastruttura di alleanze che coprivano il pianeta dal Polo Nord all’Australia (Nato in Europa, Seato in Asia).
Il vertice di Tianjin ha mostrato che quei tempi sono lontani. Il pil degli Stati uniti oggi è circa la metà di allora, attorno al 26%, mentre Cina e India insieme rappresentano il 24%, senza contare gli altri paesi invitati (Russia, Turchia, Iran, Pakistan e altri). Il dollaro non è più la moneta di riserva incontrastata anche se conserva un peso preponderante: oggi circa il 54% degli scambi commerciali mondiali è denominato in dollari, mentre il 30% avviene in euro, il 4% in yuan, un altro 4% in yen giapponesi e il resto in altre valute. Le potenze nucleari nel 1945 erano una (gli Stati uniti), nel 1948 divennero due (Usa e Urss) oggi sono 9 (con Cina, India, Pakistan, Israele, Nord Corea, Francia e Gran Bretagna). Il fascino della vita americana (consumi sfrenati, corsa all’arricchimento, disprezzo per l’ambiente) si è esteso praticamente all’intero pianeta ma, proprio per questo, non è più un modello ma semplicemente la normalità del XXI secolo.
In questa situazione assai differente si potrebbe supporre che gli Stati uniti abbiano più bisogno di alleati oggi di quanto non ne avessero 80 anni fa, o anche solo 40 anni fa: al contrario, dopo il suo insediamento il 20 gennaio l’amministrazione Trump non ha impiegato neppure due settimane per dimostrare che America First significava piuttosto America Alone, facciamo da soli, non abbiamo bisogno di alleati: pagate il dazio! Non solo: la patria dell’impresa privata, il tempio del Capitalismo con la “C” maiuscola ora imita le partecipazioni statali italiane, con il governo che prende una quota di 10% di Intel, tiene a galla Boeing e annuncia altri accordi simili con le proprie multinazionali.
La brutalità con cui Trump sta estorcendo quattrini a Europa, Giappone, Canada e altri paesi “amici” ha avuto l’effetto paradossale di fare della Cina il campione del libero scambio, del rispetto delle regole internazionali, delle trattative al posto dei ricatti. Il che trascina nella sua orbita paesi che non hanno nulla a che fare con il “socialismo in salsa cinese” ma sono abbastanza grandi e nazionalisti per respingere le pretese neocoloniali di Washington: India e Brasile, per esempio. Al contrario degli inetti politici europei, da Giorgia Meloni a Emmanuel Macron passando per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, i pur diversissimi leader di Delhi e Brasilia hanno tenuto la schiena diritta.
Più che la presenza di Putin, che ha firmato senza neanche alzare il sopracciglio la dichiarazione comune che invoca rispetto per “sovranità, indipendenza e integrità territoriale”, che lui viola da tre anni e mezzo in Ucraina, a Tianjin si è vista una distensione tra India e Cina che potrebbe trasformarsi in alleanza, mettendo insieme due paesi assai differenti ma che insieme rappresentano tre miliardi di persone, un terzo della popolazione mondiale. All’incontro erano presenti anche i paesi dell’Asia centrale oltre a Iran, Turchia e Vietnam: palesemente non era un meeting di ordinaria amministrazione. In altre parole, l’incontro è stato possibile solo e soltanto perché l’amministrazione Trump ha di fatto consegnato le chiavi del nuovo ordine mondiale a Xi Jinping: se gli Stati uniti intendono prosperare nel disordine, a lanciare l’ordine post-occidentale sarà qualcun altro. Washington è ancora in grado di fare ottimi affari, costringendo per esempio i servili governi europei a comprare energia e armi negli Stati uniti, ma il potere di coordinamento è l’essenza dell’egemonia e, se l’America rinuncia a esercitarlo, la Cina è un buon candidato alla successione.
In tutto questo il problema è che l’impero in declino può e vuole fare molti danni al resto del globo: non è chiaro quanto i paesi della Shanghai Cooperation Organization siano in grado di trovare approcci comuni a problemi come la fine della guerra in Ucraina, le tensioni fra Cina e Taiwan, il varo di una moneta alternativa al dollaro, la cooperazione commerciale fra loro. I sorrisi e le strette di mano a beneficio delle telecamere hanno mandato un messaggio potente al resto del mondo ma Xi Jinping resta Xi Jinping, Narendra Modi resta Narendra Modi e Vladimir Putin resta Vladimir Putin.
Non solo: per creare un nuovo ordine multilaterale occorre in qualche modo inglobare l’Unione europea, che in questo momento recita la parte del servo sciocco degli Stati uniti ma è pur sempre un’entità che rappresenta 450 milioni di consumatori e il 15% del pil mondiale.
L’articolo è tratto da il manifesto del 2 settembre
