L’Italia, come gli altri paesi dell’Eurozona, è tenuta a rispettare gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2030 e del 2050, individuati per avere nel 2050 un’Europa climaticamente neutra e combattere il riscaldamento globale che colpisce il nostro continente più di altri, mettendo a rischio una buona vivibilità se non addirittura la nostra sopravvivenza. L’efficienza energetica garantita dalle rinnovabili, insieme con l’indipendenza dalle importazioni dall’estero di fonti fossili, non è un inutile lusso, ma migliora la qualità dell’ambiente e della vita per tutti e influisce, migliorandole, su politica climatica, salute pubblica, competizione economica, resilienza nazionale.
La Transizione Ecologica dell’Unione Europea viene percepita in Italia come un fardello e una spesa aggiuntiva dalla politica e dalle aziende, ma questa miope lettura, frutto di una visione di breve periodo e della mancanza di una programmazione seria, risulta sempre più penalizzante soprattutto in questi momenti in cui le guerre hanno fatto impennare i prezzi delle materie prime, petrolio in primis, e dell’energia. Secondo il Financial Times, da stime di Oxford Economics, l’Italia è la più esposta, tra le potenze industriali, a uno shock economico severo perché, seconda in Europa dopo la Germania come paese manufatturiero ricco di distretti industriali e piccole e medie imprese, essa dipende in tutto e per tutto dalle importazioni dall’estero di materie prime e di energia, soprattutto gas e, per questo, va incontro a un rischio di inflazione prossima al 3% contro una media dello 0,4% dell’Europa. Eurostat, poi, certifica che nei primi sei mesi del 2025 l’elettricità in Europa è costata in media 28,7 euro contro i 33 euro in Italia, penalizzando così fortemente i bilanci di famiglie e imprese. Considerando che questa guerra scellerata, voluta da USA e Israele, ha fatto impennare i prezzi del petrolio, se le aziende del settore non fossero più ostacolate, si potrebbe centrare l’obiettivo producendo entro il 2030 gli 80 GW mancanti con l’incremento di 1 GW al mese, come nel novembre 2025 e arrivare a ridurre le emissioni del 55%. Tuttavia, ad oggi, più del 70% dei progetti per le rinnovabili è sospeso in attesa del via libera, con più di 100 blocchi su tutto il territorio nazionale. Ad esempio, due campi eolici offshore in Puglia sono in stallo da 15 anni e tale politica fa crollare la richiesta di nuove autorizzazioni.
Per la dipendenza energetica dall’estero, l’Italia ha tagliato in due anni solo 7 punti percentuali passando dal 79% al 72% nel 2024. Troppo poco. La produzione di energia dalle rinnovabili, sempre meno costose, vede la media europea, in costante crescita, al 55% del totale, con la metà proveniente dal solare, contro il 45% dell’Italia. Rispetto a Germania, Francia, Spagna e a tutte le nazioni del Nord Europa, nel nostro paese le politiche per l’utilizzo di energia da fonti rinnovabili sono rallentate da ostacoli burocratici e incertezze. Così è stato raggiunto solo il 29% dell’obiettivo intermedio fissato per il 2030. Finora sono stati installati solo 24 GW di energia rinnovabile (6,4 nel 2025 ) con una crescita lentissima. Quest’anno sono stati prodotti, con nuovi impianti da solare ed eolico installati, 7,5 GW ma ne sarebbero necessari 10 all’anno per conseguire il target di ridurre del 55% i gas clima-alteranti entro il 2030. Purtroppo, mentre la produzione resta ferma, il consumo energetico aumenta: +1,6 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio Mtep all’anno, e anche se, per la crescita delle rinnovabili, la nostra dipendenza dall’import fossile scende ancora attestandosi intorno al 70% (con l’Algeria primo fornitore di gas), per assicurare stabilità e indipendenza alla nostra economia occorre un’ulteriore riduzione delle importazioni di fonti fossili.
Fino ad ora per l’installazione di pannelli fotovoltaici si puntava su grandi impianti a terra, con una riduzione del suolo coltivabile. Per ovviare a questo inconveniente si sta diffondendo l’agrivoltaico, con l’installazione dei pannelli a vari metri dal suolo, che viene ombreggiato con vantaggi per l’agricoltura e l’allevamento; per non consumare suolo agricolo potranno inoltre essere utilizzati i siti contaminati da rifiuti tossici, peraltro ad ora non ancora mappati. L’Unione Europea raccomanda la diffusione capillare sui territori, distribuita su tutte le superfici utilizzabili: tetti di edifici pubblici e privati, capannoni, supermercati, parcheggi coperti. Attualmente gli impianti installati sui tetti delle case per il fotovoltaico residenziale, sono più di un milione e mezzo. Un buon impulso all’utilizzo del fotovoltaico viene dalle CER (Comunità Energetiche Rinnovabili) in cui gruppi di cittadini o enti locali si riuniscono e condividono energia prodotta localmente; più che triplicate negli ultimi anni, hanno ricevuto un ulteriore impulso nel 2026 con finanziamenti a fondo perduto (da 50 a 90%) estesi dai Comuni sotto i 5.000 abitanti anche ai Comuni entro i 50.000 abitanti. La Società Italiana dei Medici Ambientali (SIMA) ha segnalato che il 42% dell’energia totale in Italia è consumata dagli edifici. Se la si abbassasse del 10% si avrebbe una riduzione di 47 miliardi di kilowatt all’anno, con un risparmio di 6,2 miliardi di euro di cui 1,2 nel campo della salute. L’Europa ha aperto una procedura di infrazione contro 19 Stati, tra cui Italia, Francia e Germania, perché non hanno presentato il piano nazionale di ristrutturazione degli edifici entro il 2025.
In generale i nostri consumi di energia riguardano trasporti, edifici, riscaldamento e raffreddamento, famiglie, industria, gestione del verde e centrali a biomassa, commercio. Solo il 2% l’agricoltura. Nel 2023 l’Italia ha speso 78,7 miliardi di euro in sussidi ambientalmente dannosi SAD, per opere e progetti connessi ai combustibili fossili, pari al 3,8% del Pil e negli ultimi 13 anni ben 383,4 miliardi, in aperto contrasto con le Direttive Europee e con i reali interessi del paese. Ciò impatta fortemente sulle bollette dai costi molto elevati che ricadono sulle famiglie e sulla competitività delle aziende. Se solo un quarto degli 84 miliardi elargiti in due anni fosse andato alle rinnovabili, l’Italia si sarebbe definitivamente liberata dalla schiavitù della dipendenza dalle fonti energetiche fossili.
A fine 2025 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha finalmente aggiornato il Catalogo dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), in relazione ai Sussidi Ambientalmente Favorevoli (SAF) e a quelli Ambientalmente Incerti (SAI). Si tratta di uno strumento molto utile, richiesto dall’Europa, per valutare le caratteristiche delle misure incentivanti destinati ad attività, opere, progetti connessi direttamente o indirettamente alle energie fossili. Questo catalogo presenta tuttavia delle criticità poiché non sempre l’effetto dei sussidi viene considerato in un’ottica globale di protezione dell’ambiente. Alcune disposizioni del PNRR impegnano il Governo a tagliare il saldo di almeno due miliardi entro il 2025 e di ulteriori 3,5 entro il 2030. L’impegno sarebbe chiaro ma, dando definizioni ambigue dei Sussidi Ambientalmente Dannosi rispetto ai Sussidi Ambientalmente Favorevoli, il Mase ha finanziato tramite il PNRR trasferimenti diretti e indiretti con finanziamenti agevolati e sgravi fiscali non sempre in linea con una politica di reale difesa dell’ambiente. Tra questi sussidi ricordiamo l’Iva ridotta, le accise sulla benzina, incentivi a nuove costruzioni che aumentano il consumo di suolo anziché promuovere le ristrutturazioni, esenzioni sull’accisa dei carburanti per gli aerei, a svantaggio dei viaggi in treno (che risultano più costosi pur essendo meno inquinanti), la politica penalizzante di Terna che ha favorito nelle aste per l’energia elettrica gli operatori di impianti termoelettrici assegnatari per il 75% contro il 22% alle rinnovabili. I Sussidi Ambientalmente Dannosi ammontano, per il 2024, a ben 25 miliardi di euro, di cui 19,2 relativi alle fonti fossili; si tratta di finanziamenti diretti (leggi di spesa) e indiretti come quelli fiscali. Rispetto al 2022 c’è stata una loro flessione di 760 milioni mentre quelli Ambientalmente Favorevoli sono aumentati di circa 31 miliardi passando da 40,5 a 71,8 miliardi: un passo avanti, ma non sufficiente a raggiungere pienamente gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e neutralità climatica.
Nel 2025 il Governo ha elaborato il programma di transizione 4.0 del 2025-26 prevedendo di investire per l’energia oltre due miliardi di euro, senza escludere però le tecnologie fossili. Per contro, le risorse del Fondo Italiano per il Clima hanno avuto un esito incerto. Il che, ancora una volta, la dice lunga sulla scarsa volontà di questo Governo di abbandonare i combustibili fossili e attuare una reale transizione ecologica, liberandoci dalla dipendenza da gas e petrolio. Ad esempio, gli ultimi ritardi per le aste per FER 2 (Fonti Energetiche Rinnovabili) comportano una perdita di 56 miliardi di mancata produzione, 31 miliardi in valore aggiunto per il solo settore eolico e di 400.000 posti di lavoro, mentre lo Stato perde 13 miliardi di gettito fiscale. Malgrado queste evidenti assurdità, nel 2025 le fonti pulite hanno coperto più del 45% del fabbisogno elettrico nazionale, entrando in una nuova fase dell’approvvigionamento elettrico italiano.
Approvvigionamento e distribuzione richiedono ormai un sistema molto complesso in cui si devono integrare grandi quantità di energia variabile, appoggiandosi a meccanismi di accumulo diffusi. Per questo ora occorre investire per ottimizzare la rete di distribuzione elettrica; Terna prevede di investire 23 miliardi di euro nel piano di sviluppo 2025-2034 per potenziare del 10% la rete elettrica nazionale, il che potrebbe finalmente liberarci dal giogo dei combustibili fossili. Anche in questo caso però vale il discorso che un conto è investire nel potenziamento di batterie di accumulo e della rete elettrica e un altro è finanziare le centrali termoelettriche o potenziare le infrastrutture per l’accumulo o il transito del gas verso paesi terzi. Nel frattempo siamo sempre più esposti alla volubilità del mercato e costretti a comprare gas e petrolio a caro prezzo dagli Stati Uniti.
Ad oggi la presentazione di nuovi progetti per l’energia pulita è crollata poiché il 70% di questi sono bloccati dalla burocrazia. Le ragioni di questo blocco sono da ricercarsi nell’atteggiamento del Governo nei confronti degli USA, totalmente prono ai loro interessi carbo-petroliferi. Si millanta che un’economia basata sulle fonti fossili è decisamente più competitiva e redditizia mentre la Transizione Ecologica è costosa e inutile. Ma in realtà, evitando gli investimenti sullo Sviluppo Sostenibile, all’inizio si ottengono vantaggi a breve termine per chi produce mentre i costi enormi vengono accollati alla collettività, con grandi profitti ai privati e scaricando sul pubblico i costi: per esempio, nella salute in Italia, negli ultimi trent’anni, ci sono stati 80.000 morti per patologie sicuramente causate dall’inquinamento, con costi umani e costi sanitari che gravano su tutta la popolazione (SIMA). Di fatto, poi, le imprese che hanno investito su progetti Green ne hanno tratto vantaggi grazie a risparmio energetico e ritorno di immagine.
Per finire, due parole sul nucleare. Proprio in questi giorni, l’Europa ha aperto alla possibilità di finanziare di nuovo la costruzione di mini reattori nucleari. In realtà, queste tecnologie sono vecchie di trent’anni, obsolete e inefficaci e prevedono tempi lunghissimi di costruzione e messa in funzione, costi altissimi, oltre alla produzione di scorie radioattive letali per noi e l’ambiente. Ma si sa: grandi opere, grandi commesse, grandi possibilità di lucro per i corrotti. Inoltre, fino a che esisteranno gli arsenali di sottomarini e portaerei a propulsione nucleare, per far funzionare questi dispositivi gli Stati che li producono dovranno tenere in vita la filiera nucleare. La politica dipende dai settori oggi dominanti, in Italia oil&gas, in Francia il nucleare. Sono settori che tutto hanno da perdere dalla Transizione e quindi fanno resistenza. Nel frattempo gli impianti di energie rinnovabili sono sempre meno costosi, diventano operativi in tempi molto brevi, si basano su tecnologie più all’avanguardia e con rese sempre più elevate (pannelli in silicio resa 25%, in perovskite 35%, pannelli ibridi che sfruttano il sole e la pioggia, catturandone l’energia cinetica, protetti da una pellicola al plasma con nano generatori molto efficienti, 110 volt a goccia, o addirittura pannelli arricchiti da micro sfere d’oro che catturano tutte le lunghezze d’onda della luce e rendono fino al 95%, cifra finora inimmaginabile). Dunque la ricerca non si ferma e continua a fornirci nuove tecnologie per fonti rinnovabili sempre più performanti. È auspicabile, dunque, che i miglioramenti nelle tecnologie non vengano usati per diffondere guerre per il controllo di energia e materie prime ma per migliorare la qualità della vita degli esseri umani, proteggendo il pianeta.
Per questa ragione è importante mantenere la barra dritta sul Green Deal europeo, fortemente osteggiato dall’Italia. Due nuovi elementi potrebbero indurre un cambiamento di rotta nella politica italiana: l’eventuale sconfitta di Orban nelle imminenti elezioni, che farebbe venir meno l’appoggio dell’Ungheria all’Italia contro la Transizione Ecologica Europea, e l’aumento incontrollato dei prezzi degli idrocarburi, che sta innescando un forte disagio sociale tra la popolazione e una decisa presa di posizione contro l’attuale politica energetica da parte di un gran numero di imprese, svantaggiate per i costi dei loro prodotti rispetto alle imprese dei paesi che hanno investito in energie rinnovabili pulite.
