Riporta Giorgio Agamben che nella settima lettera, Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. E così commenta Agamben: «Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia.[…] La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile». Non mi convince l’appello di Agamben a sostituire la politica (diventata impraticabile) con la filosofia, come se le due cose fossero distinte e anzi antitetiche.
Ma detto questo, ciò che mi appare attuale in questa epoca (e in questo condivido la prima parte del pensiero di Agamben), è la difficoltà per i singoli a contribuire al dibattito politico, costretti, al più, ad assistere passivamente agli insignificanti duelli televisivi tra avversari come unica esperienza politica. Un tempo (l’era del PCI e dei grandi Partiti) si poteva contribuire semplicemente frequentando le sezioni di strada. Certo, non sempre (anzi quasi mai) la voce di un singolo compagno poteva spostare gli equilibri in seno al Partito. Ma la sua partecipazione ai dibattiti non rimaneva solitaria; altri singoli compagni potevano approvare e solidarizzare con lui. Tornato a casa, il singolo compagno aveva la sensazione di aver svolto un suo compito, magari modestamente rispetto alla solennità del Compagno inviato dalla Federazione a illuminare i meno esperti. Così come aveva la certezza di appartenere a un’esperienza che lo sovrastava; un’intelligenza collettiva. C’era rispetto per le singole posizioni e l’Inviato della Federazione doveva saper argomentare le posizioni del Partito senza prevaricazione. La cultura politica si produceva così: ascoltando, intervenendo e cambiando le proprie idee quando si riteneva necessario. A volte nelle discussioni delle sezioni di strada nascevano dei conflitti feroci su quale dovesse essere la linea a proposito di una certa cosa. Ma quei conflitti producevano anch’essi cultura politica e anche quando la linea politica maggioritaria entrava in rotta di collisione con quella del Partito, si producevano sintesi interessanti, non necessariamente al ribasso.
Tutto questo non c’è più ed è inutile rimpiangerlo (ammesso che si debba rimpiangerlo). E allora come si può fare politica oggi quando mancano le sedi e le occasioni di discussione? Si dirà che è sempre possibile partecipare a manifestazioni di dissenso, assemblee locali o nazionali, a episodi sporadici di dibattito in qualche sede. Possibile sì, ma le condizioni di vita attuale difficilmente lo permettono. Ad una certa età, poi, anche le manifestazioni pubbliche e i cortei diventano proibitivi a causa delle proprie condizioni fisiche. E nei dibattiti, nei convegni, al contrario si vedono solo figure di ultrasettantenni; pochissimi giovani e ragazze. Manca un Partito o forse ce ne sono troppi, soprattutto a sinistra. Quello che manca è soprattutto un’elaborazione collettiva, qualcosa che possa impedire che si ricominci da capo ogni volta come fosse la prima.
Perché questo? La società si è parcellizzata, una lotta darwiniana impedisce che le forze si uniscano, prevale l’”io”, la difesa della propria sopravvivenza, la fatica di rielaborare le idee, l’assenza di un orizzonte futuro, l’unico che spingerebbe a compiere anche dei sacrifici in vista di un benessere comune. E allora? In molti sono condannati alla solitudine politica fino a dubitare dell’idea che si possa cambiare qualcosa, come ci avvisa il telegiornale della “Sette” quando, ogni settimana, ci illustra i millesimi di percentuale di elettori in più o in meno che ogni partito ha guadagnato o perduto. E seppure scoppia qualche grande scandalo nazionale, sempre pochi millesimi si sposteranno da un partito all’altro per un breve tempo, per poi tornare alla situazione precedente. Tra non molto i palestinesi diventeranno come gli indiani americani, decimati e chiusi nelle riserve loro dedicate. I morti della guerra russo- ucraina si aggirano intorno ai due milioni in quattro anni, per non parlare degli altri invisibili 60 conflitti armati sparsi nel pianeta. Un futuro distopico ci aspetta: quello di un pianeta governato da poche decine di uomini con una riserva infinita di schiavi al seguito? Quello del film “Fahrenheit 451” dove un manipolo di uomini ribelli impara a memoria i libri classici sottratti al rogo da un governo mondiale tirannico, per preservarne la memoria? O forse bisogna aspettare che il pianeta bruci cancellando ogni forma di vita?
Ci sono molte ragioni per essere pessimisti, tuttavia, come ci è stato insegnato dai nostri Padri, ce ne sono altrettante e più per pensare a un cambiamento. L’irriducibilità della vita, innanzi tutto, le manifestazioni di solidarietà piccole o grandi che siano, la bellezza di un mondo che resiste alla distruzione; c’è anche la Politica (con la P maiuscola) che, contrariamente da quanto affermato da Agamben, sopravvive in molteplici spazi e luoghi. Questa politica non è quella del passato; vive del dissenso dei giovani che non si riconoscono nel vecchio mondo, delle donne che sanno ormai di contare e di saper cambiare, degli atti di resistenza dei singoli, sopiti ma non sopraffatti. Dunque la speranza esige pensieri pessimisti che non necessariamente significano rassegnazione: «La speranza è l’opposto della consolazione, il vivere ipnotizzati nella caverna. Nasce dalla disperazione creata dalla consapevolezza di essere finiti in una prigione e richiede da noi il coraggio di uscire, sempre più numerosi, dalla claustrofilia a dare testimonianza di un amore per la convivialità umana (la culla della ragionevolezza) che tenacemente resiste» (S. Thanopulos, La speranza esige pensieri pessimisti, su il manifesto del 18 maggio 2023). Questa è la contraddizione d’epoca che dobbiamo vivere noi. Al contrario del pensiero di Pavese: noi non scenderemo nel gorgo muti.

“La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili”. Così dice Agamben. Quindi la politica c’è. E’ quella che deve fare a meno dei partiti e della rappresentanza, quella che si muove dal basso, che si autorganizza, che si fa “comunità politica” . Capace di usare le istituzione senza appartenervi.
Un’altra politica dunque, che si deve inventare volta per volta…