Il settore dei farmaci, così importante per la salute umana come per i grandi profitti delle multinazionali del settore, presenta in questo momento importanti mutamenti, indotti, tra l’altro, dall’evoluzione tecnologica, dall’ascesa anche in questo campo della Cina, nonché dalle solite minacce di Trump e dalla collegata crescente debolezza delle imprese europee. Queste note cercano di esplorare soltanto qualche aspetto di tali mutamenti, facendo tra l’altro riferimento ad alcuni articoli apparsi di recente sulla stampa internazionale. Ricordiamo intanto che si stima che nel 2024 l’industria del settore abbia ottenuto profitti per circa 300 miliardi di dollari, con la parte maggioritaria andata ai grandi oligopoli Usa (solamente tra il 2000 e il 2016 i prezzi dei farmaci nel paese sono aumentati del 300%, mentre l’inflazione cresceva del 60%); essi sono cresciuti praticamente senza sosta nel mondo per oltre 50 anni. Le società del settore hanno poi circa 1300 sussidiarie nei paradisi fiscali.
Nel processo di espansione industriale in tutti i settori la Cina non poteva dimenticare quello farmaceutico. Dieci anni fa il paese era in rilevante ritardo. Per la gran parte le case farmaceutiche locali sviluppavano medicine generiche e il quadro mondiale era del tutto dominato dal big pharma occidentale. Oggi la situazione appare grandemente mutata: a partire dal 2015 il Governo locale ha introdotto delle misure volte a aiutare le imprese a trovare dei capitali e a portare avanti i processi di innovazione, tra l’altro finanziando fortemente i processi di ricerca & sviluppo; tali politiche stanno avendo un importante successo e l’industria cinese del settore si va sviluppando fortemente senza dipendere dai brevetti occidentali.
Intanto bisogna ricordare che la gran parte degli ingredienti attivi di base presenti nella composizione dei farmaci in Occidente viene da tempo dalla Cina o dall’India, con quest’ultima che peraltro attinge alla Cina per una parte almeno dei suoi prodotti. Oggi ormai tutte le grandi case farmaceutiche occidentali sono presenti in Cina per partecipare alla ricerca in loco di nuove terapie, mentre il valore delle azioni delle case farmaceutiche cinesi alla Borsa di Hong Kong è aumentato dell’80% nel 2025 (Olcott, 2025); ma un’altra fonte (The Economist, 2025) parla del 110%. Le case occidentali firmano molti accordi di licenza con le case cinesi per vendere i nuovi farmaci del paese asiatico in Occidente, con un settore in forte crescita e con una forte dinamica di innovazione, specialmente in alcuni campi. Così nel 2025 la Cina ha firmato 157 accordi di licenza per un valore di 136 miliardi di dollari con imprese occidentali, contro 94 accordi per 52 miliardi nell’anno precedente. Intanto nel 2024 il fatturato globale delle imprese cinesi nel settore è stato di 1.400 miliardi di dollari, cifra che secondo le previsioni dovrebbe salire a 2.100 miliardi nel 2030 (Ren, 2026). Nel paese poi il processo di test sui nuovi farmaci è molto più veloce che negli Stati Uniti o in Europa, mentre costa molto di meno e così nel paese asiatico nel 2025 si è svolto un terzo dei test clinici del mondo (The Economist, 2025), con una tendenza alla crescita. Così, mentre Trump cerca di ridurre in generale la dipendenza dalla Cina le case farmaceutiche del paese sono più e non meno dipendenti dalle innovazioni del paese asiatico, anche se il mercato Usa è ancora largamente più importante, rappresentando ancora circa il 50% delle vendite mondiali; ma le distanze si vanno rapidamente accorciando. Il basso costo e le crescenti innovazioni dei farmaci cinesi diventano anche un importante atout per i paesi del Sud del mondo.
Di fonte allo sviluppo del quadro, l’amministrazione Trump sta da tempo meditando di imporre severe restrizioni sulle medicine cinesi, viste come una minaccia esistenziale alle biotecnologie Usa; ma questa mossa metterebbe in serie difficoltà l’industria farmaceutica statunitense e frenerebbe la disponibilità nel paese di ogni cosa, dai farmaci generici ai trattamenti avanzati. Così i grandi gruppi del settore, che, come abbiamo visto, stanno portando avanti grandi accordi con le imprese del paese asiatico, si oppongono fermamente a tali eventuali misure, sottolineando che esse porterebbero il caos medico nel paese (Copeland, Robbins, 2025). Si attendono gli eventuali sviluppi della questione.
Nella lista delle prime dieci case farmaceutiche mondiali in ordine di fatturato, almeno per quanto riguarda i dati relativi al 2024, sei sono statunitensi e quattro europee (di cui ben due svizzere e una britannica, quindi all’infuori dell’UE); le case Usa sono poi più redditive di quelle europee, come peraltro in altri settori, da quello bancario a quello degli armamenti. Comunque, si tratta di una delle poche attività in cui le imprese del nostro continente hanno ancora una posizione più che dignitosa. Ma ora la possibile imposizione di dazi da parte di Trump, minacciando la sopravvivenza stessa dell’industria europea del settore, le sta spingendo ad annunciare grandi piani di investimento negli Stati Uniti. In generale, le grandi case Usa realizzavano dal 60% al 75% delle vendite in valore nel paese e i gruppi europei tra il 42% e il 52% (Chaffin, 2025). Da notare che l’industria del nostro continente ha dovuto già registrare parecchi anni fa l’arrivo dei concorrenti asiatici in un campo prima loro riservato (farmaci generici e principi attivi; in quest’ultima attività la quota di mercato dei produttori europei è passata dall’80% della fine degli anni novanta al 30% di oggi: Chaffin, 2025), mentre essa ha con il tempo perso parecchi punti rispetto alle case Usa nei settori più avanzati e redditivi. L’industria europea, presa in mezzo tra i cinesi e gli Usa, rischia di essere travolta.
Intanto il presidente Trump lavora anche su altri fronti per demolire le imprese del nostro continente e favorire quelle di casa. Secondo Trump i cittadini statunitensi pagherebbero troppo per i medicinali (in effetti in media nel paese i farmaci costano da due a tre volte più che in Europa, con casi limite come quello relativo ad una confezione di insulina il cui prezzo è negli Stati Uniti in media di 99 dollari, 84,7 euro, contro 8 euro in Francia, non per ragioni interne al sistema, ma perché altri paesi approfitterebbero dello stesso. E Trump indica come colpevoli non i grandi gruppi farmaceutici locali o i grandi profitti delle assicurazioni private, come è in realtà, ma i governi stranieri. Alcuni paesi in particolare beneficerebbero per il Presidente di prezzi tenuti artificialmente bassi in patria a danno dei pazienti statunitensi (Geiger, Bourgeron, 2026). Quindi, secondo la sua perversa logica, Trump, invece di mettere in causa le imprese farmaceutiche e le assicurazioni Usa, non solo alza le barriere tariffarie per l’ingresso nel paese dei farmaci stranieri, ma ora esige anche che i paesi europei alzino i prezzi dei medicinali in patria e li abbassino negli Stati Uniti. Ma il sistema di sanità pubblica dei paesi europei non riuscirebbe a sopportare un tale sviluppo, stretto come è da grossi vincoli di bilancio. Anzi, l’agenzia per il farmaco tedesca ribatte che i prezzi dei farmaci sono già troppo alti e che bisognerebbe quindi ridurli (Temple-West, 2026). In Gran Bretagna il responsabile dell’agenzia per il farmaco sottolinea come l’aumento del prezzo delle medicine nel paese sarebbe un grave passo indietro e chiede che i prezzi dei farmaci restino stabili per i prossimi anni; di fronte invece ad un governo che sembra più accomodante con gli Stati Uniti, promettendo di alzare i prezzi del 25%, egli si chiede da dove si prenderebbero i soldi per finanziare l’aumento di almeno alcuni medicinali (Smith, Adroye, 2026).
Ma le imprese Usa, spinte anche da Trump, stanno sviluppando una campagna per ottenere prezzi più alti per le loro medicine in Europa, minacciando, almeno in certi casi, di evitare di portare le medicine nuove in Europa o almeno di ritardarne la loro immissione sul mercato locale. Intanto tutte le grandi società europee e statunitensi del farmaco si stanno accordando per ridurre i loro prezzi negli Stati Uniti (Temple-West, 2026); Trump sbandiera la cosa come una grande vittoria, ma gli effetti reali di tale mossa saranno molto modesti per i cittadini del paese.
Un paese come gli Stati Uniti, in così grave crisi, all’interno e sulla scena internazionale, cerca di scaricare nel settore dei farmaci, come in altri casi, le sue contraddizioni sugli altri paesi, in particolare su quelli del nostro continente, mentre le imprese Usa del settore godono di ottima salute. Ma quanto riuscirà Trump realmente a farlo? Mentre le imprese europee sembrano accettare di obbedire al Presidente, i sistemi sanitari europei non sembrano invece potere stare al gioco. Una grande confusione sotto il cielo. Alla fine, anche in questo caso la Cina, aprendo nuove piste, sembra andare avanti tranquilla per la sua strada di grande crescita.
Testi citati nell’articolo
– Chaffin Z., Médicaments: le grand décrochage de l’Europe, Le Monde, 17 dicembre 2025
– Copeland R., Robbins R., U.S. drugmakers warn White House of chaos as Trump weights curbs on China, www.nytimes.com, 12 settembre 2025
– Geiger S., Bourgeron T., Les Ètats Unis remettent en cause l’ordre pharmaceutique mondial qu’ils ont largement contribué à mettre en place, Le Monde, 9 gennaio 2026
– Olcott E. ed altri, The rentless rise of China’s biotechs. www.ft.com, 27 ottobre 2025
– Ren D., China’s drug and medical device sector emerges as new engine of economic growth, www.scmp.com, 19 gennaio 2026
– Smith C., Adroye A., Trump demand for higher NHS drug costs…, www.ft.com, 16 gennaio 2026
– Temple-West P., Us drugmakers threaten to withhold products from Europe over prices, www.ft.com, 18 gennaio 2026
– The Economist, Chinese pharma’s big glow-up, 29 novembre 2025
