C’era una volta il Leoncavallo

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Da tempo il Leoncavallo aveva smesso di essere un avamposto di antagonismo sociale, com’era stato nella Milano di fine Novecento, ma il suo sgombero, avvenuto giovedì scorso, ha chiuso un’epoca. Senza retorica. Sotto diversi profili che è utile segnalare, non senza una premessa di contestualizzazione.

Il Leoncavallo era il più risalente tra i centri sociali occupati nel nostro paese. Sorto nel 1975, attraversato nel tempo da decine di migliaia di giovani e meno giovani in concerti e iniziative politiche e culturali di grande rilievo, è stato per anni l’emblema di una realtà – quella appunto dei centri sociali – radicata in stabili dismessi, animata volta a volta da autonomi, anarchici o squatters, in dura polemica con le istituzioni, tesa a realizzare aggregazioni libere e incontrollate, talora privilegiando la controinformazione e l’iniziativa politica su temi caldi (dalla casa all’immigrazione), talaltra muovendosi prevalentemente sul piano dell’animazione musicale. I centri sociali sono stati – e sono tuttora – l’ossessione di conservatori e benpensanti (di destra e di sinistra) che li considerano un “brodo di coltura” di violenza politica e finanche di terrorismo, quando non addirittura sue appendici (esemplari i casi torinesi di Askatasuna [vll.staging.19.coop/societa/2025/03/11/conflitto-sociale-repressione-media-ancora-il-caso-askatasuna/] e, prima ancora, dell’Asilo di via Alessandria [https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2019/03/04/lo-sgombero-dellasilo-occupato-e-le-confessioni-di-una-cittadina-perbene/]). Ossessione infondata e smentita dalla storia e finanche dagli esiti di numerose indagini giudiziarie (come, da ultimo, per Askatasuna: vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/04/16/15-giorni-dopo-lassoluzione-di-askatasuna-un-silenzio-istruttivo/) che rivela una totale miopia in un’ottica di governo del territorio, ché i centri sociali sono stati – e sono – luoghi di incontro e di azione politica anche di aree altrimenti a rischio di derive pericolose sia sul piano esistenziale che su quello politico (come sottolineato da Rossana Rossanda, che – in un forum, pubblicato nel n. 1/2000 di Questione giustiziali definì addirittura un antidoto contro il degrado e la violenza endemica, da incoraggiare anziché criminalizzare). Ma tant’è. E il Leoncavallo non ha fatto eccezione. Non c’è stata, a Milano, elezione comunale (almeno a partire da quella del 1993, che incoronò sindaco l’allora leghista Marco Formentini) nella quale il suo sgombero non sia stato tra i punti fondamentali dei programmi della destra: fino a ieri senza successo anche se Formentini, pur non riuscendo a realizzarne la chiusura per il consenso e la mobilitazione che lo circondavano, ne ottenne il trasloco dalla via che gli aveva dato il nome a via Watteau. Oggi, dopo campagne di stampa, interpellanze in Comune e in Parlamento, azioni giudiziarie, sfratti tentati e rinviati, lo sgombero è, infine, avvenuto: in una Milano chiusa per ferie, nel pieno di una trattativa tra attivisti e Comune per l’individuazione di una nuova sede e con uno studiato colpo di mano (dato che lo sfratto era già fissato al 9 settembre), con un grande schieramento di forze e senza alcuna opposizione, essendo il centro, all’atto dell’irruzione della polizia, vuoto (a dimostrazione del suo ridimensionamento rispetto ai fasti di qualche decennio prima). La storia del Leoncavallo si chiude così: è possibile che si riapra, come promettono gli ex occupanti e come anticipa, non è dato sapere con quanta convinzione, il sindaco Sala. Ma se anche ciò avverrà (e non è affatto sicuro), passeranno dei mesi, forse di più e, comunque, sarà un’altra storia.

Oggi – anche per non perdere il senso e la memoria di una vicenda di grande importanza politica, sociale e culturaleoccorre mettere in campo alcune riflessioni non solo celebrative e/o consolatorie.

Primo. Che sia stata scelta oculata o scherzo del destino, la chiusura del Leoncavallo è avvenuta nel bel mezzo di un’indagine giudiziaria che investe le trasformazioni di una Milano che per usare parole di Enzo Scandurra – «si è ubriacata di liberismo» e, lungi dall’essere diventata più moderna e accogliente, sta vivendo «un’enorme speculazione edilizia sotto la maschera di una rigenerazione urbana realizzata attraverso architetture in vetro o, come il famoso Bosco verticale, che confliggono con il cambiamento climatico in corso», secondo un «modello sostenibile solo per i ricchi che qui continuano ad acquistare case, magari nell’affascinante (si fa per dire) centro di City Life, un vero non-luogo, dove il crollo parziale della gigantesca insegna “Generali” posta su uno dei tre grattacieli (il Dritto, lo Storto e il Curvo) ha simboleggiato per molti l’inizio di una catastrofe» (vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/07/22/la-milano-da-bere-si-e-ubriacata-di-liberismo/). Questo è oggi Milano, dopo essere stata, negli anni ruggenti del Leoncavallo, anche un luogo di elaborazione culturale e artistica e di grande fermento politico, animato da politici, artisti, musicisti di prim’ordine, molti dei quali passati, anche, attraverso il centro sociale. Quella stagione è finita: non solo a Milano, ma soprattutto a Milano. Lo dimostrano, dopo lo sgombero, le dichiarazioni di molti artisti che nel deprecare, giustamente, l’operazione di polizia – non parlano dell’oggi, ma si esibiscono in una sorta di nostalgico amarcord condito di esperienze di decenni fa. E lo dimostra anche la risposta della opinione pubblica “di sinistra”, non certo, almeno finora, all’altezza della situazione. In questo senso lo sgombero del Leoncavallo è un segno dei tempi: avrebbe potuto e dovuto essere contrastato ed evitato ma, in qualche modo, era nelle cose. Di questo, del suo perché, di come riprendere le fila di un discorso interrotto, occorre oggi parlare.

Secondo. Non è certo – quello del Leoncavallo – il primo sgombero di un centro sociale. Altri (molti) ce ne sono stati e altrettanti ce ne saranno. Ma quello del Leoncavallo è particolarmente significativo, oltre che per la storia del centro sociale, per il momento e il modo in cui è intervenuto: all’apice del governo della destra e come prova – esibita – della sua forza, all’indomani della provocatoria approvazione del “decreto sicurezza” (vll.staging.19.coop/controcanto/2025/05/26/il-decreto-sicurezza-una-visione-autoritaria-che-mira-a-farsi-sistema/), in un contesto internazionale in cui la logica vincente è solo quella dell’affermazione del più forte, con l’esplicita rivendicazione del Governo e della maggioranza di aver agito in esecuzione di un disegno che si intende proseguire e intensificare, a dispetto delle reazioni emerse, da ultimo, nella società. Non c’entra nulla – ma proprio nulla – l’intento (ipocritamente dichiarato) di “ripristinare la legalità”: non tanto per la differenza di trattamento rispetto ad altre occupazioni di segno politico diverso, ma perché il perseguimento della legalità (anche a prescindere dalla frequente ambiguità della sua evocazione) non è un percorso automatico e prestabilito. Viviamo in un Paese in cui le leggi sono tanto numerose quanto violate. Perseguire la legalità significa dunque, inevitabilmente, definire gerarchie di valori e priorità di interventi. Non tutto si può fare contemporaneamente e con lo stesso impegno di risorse e di intelligenza. Occorre scegliere. E la definizione del calendario degli impegni (con connessa mobilitazione dell’opinione pubblica) è una scelta politica e non un vincolo giuridico. Ma c’è di più. Anche le modalità dell’intervento teso a ripristinare una legalità che si assume violata non sono automatiche: lo sgombero di un centro sociale (e più in generale, di una realtà occupata), in particolare, si può fare con la forza pubblica o trovando delle alternative e concordando una diversa collocazione. La legalità può essere vissuta e gestita come muro che separa gli “inclusi” dagli “esclusi” o come veicolo di inclusione di questi ultimi. Su questo è necessaria – da parte della sinistra – un’offensiva colturale che la faccia uscire dall’attuale subalternità alla destra e dalla adesione acritica a parole d’ordine sicuritarie (vll.staging.19.coop/commenti/2025/08/18/sicurezza-gli-ultimi-danni-di-veltroni/).

Terzo. Lo sgombero dei giorni scorsi è stato voluto e attuato direttamente dall’esecutivo, ma a tale esito hanno concorso le incertezze, le contraddizioni, le indecisioni e i ritardi della giunta milanese che, al contrario, avrebbe dovuto assumere il ruolo di protagonista nella gestione della vicenda, strettamente legata al territorio e al suo governo. Oggi il sindaco Sala lamenta di non essere stato preavvisato dell’operazione di polizia e promette sistemazioni future del Leoncavallo ma, sino a ieri, la trattativa con gli occupanti per soluzioni alternative è stata inadeguata, condotta a rilento e con totale mancanza di convinzione. Un atteggiamento diverso avrebbe potuto scongiurare lo sgombero, come accaduto da ultimo, per esempio, a Torino nella vicenda, in parte analoga, del centro sociale Askatasuna. In essa, la Giunta torinese – pur nell’attuale clima politico plumbeo e mentre Procura e Questura stavano da tempo muovendosi per alzare il livello dello scontro e arrivare allo sgombero e alla cancellazione dell’esperienza di Askatasuna – ha approvato una delibera con la quale lo stabile occupato dal centro sociale è stato individuato come “bene comune” da assoggettare a un “governo condiviso” con un gruppo informale di cittadini e cittadine rappresentativo anche degli attuali occupanti e si è dato il via a una fase di “co-progettazione” finalizzata a mettere l’edificio in condizioni di sicurezza e di maggior agibilità per attività sociali, culturali e ricreative utili al territorio. Fuori dal burocratese, si è avviato un processo di legalizzazione del centro sociale (https://vll.staging.19.coop/politica/2024/02/02/ce-qualcosa-di-nuovo-sotto-il-sole-askatasuna-e-il-futuro-dei-centri-sociali/). Una scelta lungimirante perché «nelle società complesse il conflitto, anche se disturba e infastidisce l’ordine costituito, è non solo inevitabile, ma anche auspicabile essendo, da sempre, il motore di ogni cambiamento sociale e politico […] e sulla capacità di tenere insieme conflitto e status quo si gioca la partita dello Stato contemporaneo, il cui livello di democrazia si misura con la capacità di incorporare il dissenso e la protesta, anche la più radicale, […] di dare un posto al disordine e di consentire spazio e agibilità anche a chi si propone di sovvertirne l’assetto attraverso un antagonismo accentuato e permanente» (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2024/01/25/una-diversa-idea-di-ordine-pubblico/). Nulla di simile è accaduto a Milano. Forse, seppur tardivamente, qualcosa cambierà. In ogni caso è una lezione da apprendere e metabolizzare nell’esperienza di governo del territorio, unica alternativa istituzionale– almeno nei tempi brevi – allo strapotere di un potere centrale autoritario e illiberale.

Quarto. La vicenda interpella anche i movimenti, quel che resta della sinistra antagonista e il loro stato di salute, non particolarmente buono (vll.staging.19.coop/politica/2025/07/08/proteste-deboli-in-movimento/). Intervistato da il manifesto, il giorno dopo lo sgombero, sul permanere di senso dei centri sociali, lo scrittore Sandrone Dazieri, che dell’esperienza del Leoncavallo è stato per molti anni partecipe, risponde: «Sì, sì. Ma non bisogna più ragionare con le categorie del Novecento. La categoria del Novecento prevedeva che tu eri un antagonista all’interno di un conflitto sociale e che però avevi dei punti di riferimento istituzionali con cui andare a trattare a un certo punto. Ora non ci sono più interlocutori della politica per queste cose, è impossibile che ci siano, proprio per come funziona il mondo oggi». E prosegue: «Probabilmente si possono ancora occupare degli spazi, ma in questo momento probabilmente non hai la forza per tenerli». Non è detto che Dazieri abbia ragione, ma i temi che pone sono oggi ineludibili, anche se gran parte della sinistra antagonista li ha elusi, accantonando, per esempio, in modo infastidito e liquidatorio come “tradimento” la virata trattativista di Askatasuna di cui si è detto. È stata una liquidazione affrettata, anche se le difficoltà che sta incontrando il processo di “legalizzazione” del centro sociale torinese dimostrano che non ci sono percorsi semplici e già tracciati. Una cosa è – almeno per me – certa. In società complesse e conflittuali come la nostra non è pensabile che le realtà aggregative si riducano alle parrocchie e ai circoli Arci… Le realtà borderline come i centri sociali non sono un lusso ma una necessità. Oggi più di ieri. Ma la loro realizzazione richiede, probabilmente, nuove modalità, nuove strade, nuove alleanze. Bisognerà pensarci, anche in preparazione della manifestazione nazionale di protesta del 6 settembre, nella quale si preannuncia una partecipazione vasta ed eterogenea.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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