Askatasuna come metafora: i movimenti, la repressione, le città

Torino è stata, negli ultimi anni, un laboratorio per il ruolo dei centri sociali, il loro agire politico, l’attività repressiva delle istituzioni centrali e della magistratura inquirente, il protagonismo del Comuni nel governo delle città. Esemplare, in particolare, è stata la vicenda del centro sociale Askatasuna che Volere la Luna ha seguito nel tempo con numerosi articoli che vengono ora riproposti unitariamente in un’apposita TALPA.

Askatasuna: uno sgombero contro la città

Lo sgombero avvenuto a Torino del centro sociale Astakasuna non è solo un’evidente forzatura diretta a ridurre gli spazi di dissenso e di antagonismo sociale. È anche un pesante attacco alla politica del Comune, che aveva avviato un percorso condiviso per trasformare Askatasuna in un bene comune a disposizione della città. Per questo sconcerta e preoccupa la copertura, da parte del sindaco, dell’operazione di polizia.

C’era una volta il Leoncavallo

Da tempo il Leoncavallo aveva smesso si essere un avamposto di antagonismo sociale, com’era stato nella Milano di fine Novecento, ma il suo sgombero, avvenuto giovedì scorso, ha chiuso un’epoca. Oggi più di ieri le realtà borderline come i centri sociali non sono un lusso ma una necessità. Ma la loro realizzazione richiede, probabilmente, nuove modalità, nuove strade, nuove alleanze.

Proteste deboli in movimento

Il Novecento è stato fecondo di soggetti molteplici che si sono posti il tema della trasformazione con una carica e una speranza utopica elevata. Sconfitti, hanno lasciato un’eredità pesante di interrogativi e un bisogno di trovare nuovi soggetti per soddisfare desideri politici e/o utopici. Questo complesso e articolato percorso è l’oggetto di un libro di Alessandro Barile dal significativo titolo “La protesta debole”.

Torino e il “caso Askatasuna”: due modelli di città

La scelta del centro sociale Askatasuna e del Comune di Torino di sperimentare percorsi nuovi di gestione di spazi urbani occupati, valorizzando il confronto e un accesso diffuso ai beni comuni, infrange il modello “Torino laboratorio di repressione”. È una diversa visione di città, il cui governo si misura con l’antagonismo sociale e la partecipazione dal basso. Un percorso difficile ma ricco di potenzialità.