Marche o Italia?

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Io non lo so se le Marche siano davvero l’Ohio d’Italia, anche se a questo punto spero proprio di no. Ma di sicuro, per configurazione sociale e per contesto economico, il recente risultato delle elezioni regionali può essere un indicatore – forse un sintomo – di un’opacità e un malessere strutturale che attraversa tutta la riorganizzazione del sistema politico italiano. Che, come vedremo, appare ormai chiaramente tripolare.

C’è innanzitutto un centro destra, a cui a quanto pare viene perdonato tutto. La mia esperienza – nelle Marche ci trascorro non poca vita – è di una depredazione del territorio e di una ossessiva coazione alla distruzione del pubblico a tutto vantaggio della privatizzazione del mondo che negli ultimi cinque anni è stata non dissimulata, ma esibita con fierezza e volgarità. Ciò nonostante, il centro destra perde qualche voto in termini assoluti, ma non abbastanza da pensare di doversi mettere in discussione. Per usare il gergo ippico di Allegri: aveva vinto di larghissimo muso, adesso ha vinto di largo muso. Basta e avanza per terminare il lavoro che in dieci anni trasformerà le Marche in profondità. In fondo i suoi risultati li ha già ottenuti: il razzismo compiaciuto di certi suoi territori – penso in particolare al fermano e al maceratese, dove come è noto la caccia al negro non è solo una metafora –, ma anche alla fierezza neo-fascista di certi territori terremotati, dove la ricostruzione è diventata merce di scambio che ha ridestato l’entusiasmo e alla nostalgia per regimi antichi. C’è poi un centro sinistra più o meno unito e i suoi elettori lo votano con lo stesso entusiasmo di una persona costretta a un matrimonio forzato. Lo fanno perché si deve, ma la notte preferiscono affidarsi agli psicofarmaci per provare a dimenticarlo. Scherzo amaramente, ma c’è qui un motivo politico che non va sottovalutato: mentre il centro destra mobilita passioni negative (anche questo lo spiegherò meglio), il centro sinistra è ancora un esperimento freddo. Contrappone a una pulsione distruttiva del pubblico una razionalizzazione che non incanta né fa innamorare. Lo votiamo ancora perché gli altri ci impauriscono, perché lo dobbiamo fare. Nessuno più lo vota perché ama farlo. Ci lascia diffidenti e, probabilmente, con delle buone ragioni. Tutte le analisi che si fermano al bipolarismo che verrà rappresentato nell’Assemblea regionale scelgono di rimuovere il terzo polo, che guarda caso chi perde evoca e chi vince dimentica. Mi riferisco ovviamente all’astensionismo. Che in questo caso ha raggiunto una cifra che è anche simbolica: quel cinquanta e qualche spicciolo di votanti mi ricorda l’illusione pubblicitaria di tutti quei prezzi che giungono sempre a un centesimo dalla cifra tonda: 49.99 invece che 50 e così via. Possiamo illuderci di non pagare 50 euro, ma in realtà stiamo pagando 50 euro. Così vale per l’astensionismo, ormai. Possiamo illuderci non riguardi un elettore su due, ma in realtà riguarda proprio la metà degli elettori. E però non possiamo fare i conti così solo se perdiamo le elezioni. Il primo dato fondamentale è questo: se uno dei compiti fondamentali della ricostruzione del centro sinistra è quello di conquistare gli astensionisti, molto più che di erodere voti al centro destra, questo compito sta decisamente fallendo. Mi permetto qui un giudizio che andrebbe motivato di più: costruire il campo largo non vuol dire mettere insieme più partiti, ma mettere insieme più persone. Mi pare fosse questa la spinta propulsiva originaria del M5S, che invece è diventato un partito come gli altri. Non è più in grado di allargare il campo o, probabilmente, il suo unico obiettivo è che il campo sia allargato solo a se stesso.

In questo contesto tripolare, ci sono alcune considerazioni che le Marche segnalano come questioni nazionali.

1. Qualcuno ha criticato la campagna elettorale del centro sinistra perché troppo centrata su Gaza. È una parte di verità detta in malafede. Perché è vero – dobbiamo prenderne atto – che Gaza non fa vincere le elezioni. Pochi votano per i bambini di Gaza, molti decidono di votare coloro che gli danno in cambio qualcosa di personale. Ma allo stesso modo Gaza non fa perdere le elezioni, perché prendere posizione per Gaza è ormai un gesto pre-politico, ha a che fare con un residuo di umanità, non con altro. Per questo dubito che lo sciopero del 22 settembre o la straordinaria solidarietà alla Flottilla possano facilmente tradursi in crediti politici. Ho visto in piazza persone impolitiche, mosse da un’indignazione umana che non possiamo strumentalizzare a fini elettorali. E va bene così, vista la gravità della faccenda. Dunque non si può non prendere posizione per Gaza, ma non si può pensare di usare Gaza come colpo di teatro per non parlare più di una crisi sociale che i governi di centro sinistra hanno apparecchiato sul territorio negli ultimi decenni. Per non fare parola degli ospedali chiusi dalle stesse persone che oggi urlano contro la privatizzazione della Sanità e che dieci anni fa, al governo, hanno posto le basi per l’estremizzazione politica di una tendenza culturale che hanno fino in fondo condiviso e contribuito a creare.

2. C’è poi un’altra lettura, probabilmente più convincente, che è quella “territorialista”. Le Marche sono un territorio operoso e non troppo urbanizzato: pieno di piccoli centri, ma senza grandi città (gli amici anconetani mi perdoneranno se anniento la loro grandeur). Come se gli Stati uniti fossero solo Ohio e non ci fosse più New York. La sua ricchezza ormai sfiorita era dovuta a un modello di capitalismo senza troppa urbanizzazione: legata ai piccoli imprenditori, ai legami familiari, alle amicizie dirette. È una delle contraddizioni insolute che dà luogo alla crisi mondiale della democrazia: mentre i processi di urbanizzazione sono travolgenti e mettono in discussione la stessa sopravvivenza del mondo (qualcuno parla di “urbanocene”), il consenso si decide soprattutto negli sterminati territori in cui prevalgono istinti pre-moderni, comunitaristi, familisti, individualisti, tradizionalisti e così via. Le città, politicamente, resistono. Ma difficilmente, quando qualcuno ricorda questa tendenza, c’è poi una discussione seria sulla domanda fondamentale che dovremmo porci: perché le città resistono? La risposta è, per me, molto semplice. Resistono perché c’è più scambio culturale e perché c’è un tessuto associativo molto più vivo e funzionante. C’è cultura e ci sono ancora corpi intermedi. Ecco, mi si permetta di dire che in questi decenni è proprio il Pd che ha abbandonato la cultura a se stessa – portando a compimento riforme che hanno aziendalizzato la scuola e l’Università salvo poi, quando si sta all’opposizione, sostenere che si deve fare il contrario – e trasformato i corpi intermedi in meccanismi organizzativi in cui l’unica cosa che conta è il carisma del capo. Da questo punto di vista non se ne può più di una discussione politica che anche a sinistra si concentra esclusivamente su chi sarà il candidato. La riduzione della questione politica al carisma del capo è il decreto di morte per ogni sinistra: perché riproduce una torsione anti-democratica che annienta le mediazioni, riduce la complessità culturale del governo di un territorio alla semplice questione della potenza, individualizza le relazioni politiche. Lasciatemelo dire: la riforma del premierato non è affatto la “madre” di tutte le riforme. Tutt’al più è la “figlia”. Figlia delle scellerate leggi elettorali che permettono di avere sindaci che sono padri padroni delle loro città e che hanno ridotto il regionalismo a spazi feudali, senza più alcuna consistenza politica e culturale se non l’arbitrio illimitato di uno. Non mi pare che il centro sinistra le stia mettendo in discussione, forse perché – a parte Schlein – buona parte della sua classe dirigente deve la propria legittimazione proprio a quel modello post-democratico di selezione delle classi dirigenti (compreso il candidato governatore delle Marche, che adesso a quanto pare tornerà in Europa). Ecco, forse io ricomincerò a fidarmi davvero quando il centro sinistra non farà solo la battaglia contro il premierato (quello di Meloni, quello di Renzi andava bene), ma si mobiliterà per riformare quelle clamorose leggi anti-democratiche con cui scegliamo i sindaci e i governatori regionali e che hanno rovinato la classe dirigente di questo paese da almeno trent’anni.

3. Fatta fuori ogni mediazione culturale e ogni corpo intermedio, il consenso non è che la somma dei voti di scambio. Non è un’accusa, è una legge scientifica della politica. Dove scompare la capacità di restituire complessità alla realtà e di sentirsi parte di qualcosa che ecceda il proprio orticello, non resta che il legame individualistico. Del resto se questo individualismo è ormai l’unico motivo che muove le classi dirigenti, perché non dovrebbe muovere anche i poveri cristi che sono costretti a votarli? Certo, le Marche da questo punto di vista sono decisamente all’avanguardia, lo sono sempre state. Fino a dieci anni fa il governatore regionale lo decideva direttamente la famiglia Merloni, che contemporaneamente dava da mangiare a un’intera città (Fabriano) e non solo. Da un certo punto di vista le Marche non sono mai uscite dall’impronta pontificia della sottomissione a un signore a cui si deve la vita e la morte. Lavoratori indefessi e soprattutto obbedienti, diffidenti nei confronti dell’estraneo (io stesso, nonostante una consuetudine ormai trentennale, mi sento percepito ancora come un estraneo) ma non nei confronti di chi li sottomette. Non si può adesso osservare con stupore il fatto che le Marche siano diventate una regione nera mentre prima erano rosse. Quel rosso era piuttosto sbiadito e la crisi della globalizzazione ha spazzato via quei potenti – li ha mandati via ricchi e contenti, mentre i sudditi prima adoranti hanno dovuto vedersela con multinazionali selvagge e indifferenti – ma ha accentuato la crisi sociale, che è attesa disperata di qualcuno che dia qualcosa: che sia cibo, lavoro, riconoscimento umano, sociale e politico. Qualunque cosa, basta che sia per me. I voti di Acquaroli sono costruiti con questo meccanismo che amplifica e sfrutta l’incapacità generale di pensare un bene pubblico, condiviso, comune.
Mi si permetta anche qui una divagazione: uno dei momenti decisivi per la supremazia di questa privatizzazione della politica è stata l’evocazione grillina dei cittadini. Chi sono infatti i cittadini? Sono gli individui singoli, i consumatori che possono reclamare servizi e diritti solo per sé. La retorica della cittadinanza è stato il cavallo di Troia che ha trasformato in dispositivi neoliberisti persino i rari esperimenti locali di governo della sinistra. A parte poche eccezioni, gli amministratori locali di sinistra non sono che noiosi maschi narcisisti e accentratori che sostengono che la nuova politica consiste nel ricevere i cittadini e ascoltare i loro bisogni. Uno vale uno, salvo poi accorgersi che è piuttosto difficile mantenere le promesse se il bene comune non è che la somma di bisogni individuali. Che cosa sono i Comuni, adesso? Nel migliore dei casi sono dei customer office, dei call center al servizio degli interessi atomizzati di cittadini che rivendicano la fermata dell’autobus sotto casa propria, senza interessarsi di ciò che accadrà agli altri. Anche gli amministratori del centro sinistra non credono più nel pubblico e insistono sulla privatizzazione dei legami politici, grazie alla quale del resto prendono voti, ricevono i cuoricini sui social, vengono ringraziati personalmente e gratificano il loro narcisismo. La retorica del primato dei cittadini ha letteralmente demolito il primato del pubblico, con buona pace della distinzione tra destra e sinistra. La questione decisiva è proprio questa e non è questione locale o nazionale, ma addirittura antropologica. Che forma deve avere oggi la sinistra? Deve contendere il potere senza mettere in discussione questa atomizzazione che definisce la forma della nostra vita e dei rapporti politici oppure deve contestarlo radicalmente? Può davvero vincere, senza mettere in discussione l’egemonia culturale della destra? La differenza tra destra e sinistra può essere semplicemente tracciata a partire dall’alternativa dei prodotti politici che si offrono ai consumatori-cittadini, oppure è necessaria una radicale e serrata trasformazione culturale e antropologica, per poter davvero fare la differenza? Sarà per questo che trovo francamente noioso il teatrino della politica ridotta a talk-show, ma anche i prevedibili commenti postelettorali che si limitano a discutere se bisogna o meno cambiare l’allenatore (Schlein) oppure se il giocatore di punta fosse o meno sbagliato (Ricci). Mi sembra una discussione tra classi dirigenti autoreferenziali che giocano anche loro al fantacalcio: chi gioca titolare? Chi va in panchina? Solo che tra la politica fatta così e la politica come azione concreta che decide della vita delle persone c’è la stessa differenza che c’è tra il fantacalcio e il calcio vero. Uno può essere bravissimo nel decidere la formazione, ma non vuol dire affatto che sappia come devono davvero giocare i giocatori che ha scelto.

4. Infine, un punto che è un corollario di quest’ultimo. Io penso davvero che il compito della Schlein sia immane. Non si trattava infatti semplicemente di dare qualche vitamina a un corpo un poco malandato, ma di rianimarne uno quasi morto. Ci sta provando, non sono certo che ce la faccia (e forse neanche che non sia accanimento terapeutico). Ma di certo le accuse che le vengono fatte sono pretestuose: la crisi del centro sinistra non dipende da Schlein, ma dalla storia più che decennale che l’ha preceduta. Dipende semplicemente dal fatto che tutto quello che adesso rimproveriamo alla destra è stato già fatto dal centro sinistra. E dunque accusare la Schlein di essere troppo a sinistra è semplicemente un errore prospettico in malafede: abbiamo già abbondantemente avuto le prove che, tra un centro sinistra che fa la destra e una destra che fa la destra, le persone preferiscono sempre l’originale. Però due consigli non richiesti li darei. Il primo è che bisogna essere ancora più radicali mettendo al centro le questioni sociali, che invece vengono tenute un po’ in disparte perché è proprio su lavoro e welfare che si è consumato il grande freddo tra il centro sinistra e i suoi elettori. Il secondo è che anche quando in campagna elettorale difendiamo la sanità pubblica, è difficile risultare credibili se a farlo sono gli stessi politici che l’hanno dismessa. Lo scrivo da tempo, c’è in Italia un problema enorme che si chiama “selezione della classe dirigente” (e che vale, per la verità, non solo nella sfera politica: in Università è la stessa storia). Si può sintetizzare questo problema così: il centro sinistra rivendica una discontinuità rispetto a ciò che è stato, ma questa discontinuità è ancora in mano alle persone che hanno portato avanti ciò da cui dobbiamo prendere distanza. Non solo nel senso che quelle persone occupano ancora la scena primaria (Ricci ha attraversato da “governista” tutte le stagioni e il suo renzismo della prima ora non credo sia stato dimenticato da molti elettori che si sono astenuti), ma soprattutto nel senso che a queste persone è affidata anche la responsabilità di scegliere i loro eredi. Che però non vengono valutati e scelti per la capacità critica rispetto al passato, ma per l’obbedienza. Ecco il corto circuito che fa comodo non vedere: dovrebbero essere scelti perché la pensano diversamente da quelli che li hanno preceduti, vengono invece scelti da quelli che li hanno preceduti perché ne rappresentano una copia perfetta (solo un poco più sbiadita). Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione frequentando i territori è che la nuova classe dirigente che avanza non brilli né per intelligenza né per capacità critica, ma solo per narcisismo e volontà di fare il capo. O di compiacere i veri capi, che sui territori rimangono sempre gli stessi e sono responsabili delle politiche da cui dovrebbero aiutarci a prendere distanza.

In questo contesto così drammatico, l’unica buona notizia è proprio l’astensionismo. Che è composto certamente di persone disilluse, frustrate, incapaci di cogliere l’urgenza dell’esercizio della responsabilità politica. Ma forse anche da persone che preferiscono non votare, piuttosto che votare solo sulla base di moventi individuali. O che sono legittimamente accorti e diffidenti nei confronti di classi politiche che reclamano discontinuità, ma da cosa se non da se stesse?, con una faccia tosta che le rende tranquille e incapaci di pensarsi finalmente come un problema e non più come una soluzione (un’ottima definizione del politico narcisista: colui che pensa sempre a se stesso come parte della soluzione e mai come parte del problema). In un mondo che abbiamo lasciato andare e dentro una crisi antropologica e sociale ormai più chiara del cielo in una giornata di sole, sinceramente mi stupisco che ci siano ancora persone che non votino a destra. Forse qualcuno di loro è ancora in attesa di un mondo migliore, che le nostre razionalizzazioni non riescono più a immaginare. Però non vedo all’orizzonte classi dirigenti che rivendichino passioni nuove, parole nuove, forme di vita capaci di rompere l’incantesimo dentro cui le classi dirigenti che le stanno scegliendo ci costringono a vivere ormai da anni.

Post scriptum. Io voterò in Toscana e, probabilmente e mio malgrado, voterò Giani. Credo e spero che il risultato sia diverso da quello marchigiano. Non cambia nulla di ciò che ho scritto in queste righe: l’eventuale vittoria di Giani o l’avvenuta sconfitta di Ricci non cambierebbero una virgola. Sia l’uno che l’altro – sia l’una che l’altra – rappresentano alla perfezione l’immagine di una crisi del centro sinistra che riguarda la cultura politica e non le elezioni politiche.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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4 Comments on “Marche o Italia?”

  1. Come sempre analisi lucidissima.
    Tante verità, conosciute dai molti astensionisti , non dai cosiddetti rappresentanti della sinistra (?) .
    Quest’ultimi per 5 anni non capiscono, non vedono , non sentono e parlano solo nel periodo preelettorale (non diverso da una campagna pubblicitaria ).

  2. “Accusare la Schlein di essere troppo a sinistra”… è un modo diverso di dire “sono di destra”.
    Se la sinistra vuole veramente essere di sinistra non deve far altro che fare suo il primo dei due “consigli non richiesti”, e cioè che “bisogna essere ancora più radicali mettendo al centro le questioni sociali”. Se non si parte seriamente da qui la sinistra resterà per decenni la brutta copia della destra. Mi permetto di consigliare questo articolo, che io trovo bellissimo e indicatore della strada da intraprendere
    https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-solo_il_popolo_organizzato_nel_suo_territorio_pu_combattere_la_crisi_climatica/5496_62848/

  3. Grazie a Sergio Labate, soprattutto – secondo me – per quanto segue e che ho estrapolato dall’intervento:
    “… sinceramente mi stupisco che ci siano ancora persone che non votino a destra. Forse qualcuno di loro è ancora in attesa di un mondo migliore, che le nostre razionalizzazioni non riescono più a immaginare. Però non vedo all’orizzonte classi dirigenti che rivendichino passioni nuove, parole nuove, forme di vita capaci di rompere l’incantesimo dentro cui le classi dirigenti che le stanno scegliendo ci costringono a vivere ormai da anni.”

  4. Che cosa vogliono gli Elettori/Elettrici di Sinistra x andare a votare :
    Programmi chiari e condivisi su :
    Politiche sociali attente al Lavoro ed agli Stipendi x una vita dignitosa di tutti , Rispetto e Salvaguardia dei Beni Comuni , Tutela della Salute e di Natura ed Ambiente , Politici non indagati, dalla condotta Onesta. Tutto qui
    Lo dice persino l’ ONU negli Obiettivi dell’ Agenda 2030 per la salvaguardia del Pianeta e non mi sembra che l’ ONU sia un covo di pericolosi sovversivi.
    NB la profusione di maiuscole è per tutti i politici di pseudo sinistra che fanno gli gnorri sui problemi del paese, pensano solo alle poltrone e poi si lamentano dell’ astensionismo .

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