Nei giorni scorsi l’Italia è stata scossa da molti fatti eterogenei.
Primo. È stato convertito in legge il cosiddetto decreto sicurezza. Lo abbiamo detto e scritto più volte (e lo hanno fatto, finalmente, un’opposizione in precedenza afona e tutte – proprio tutte – le associazioni di giuristi e operatori del diritto: https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/04/14/tutti-i-rischi-del-decreto-sicurezza/ e https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/05/02/237-professori-di-diritto-pubblico-il-decreto-sicurezza-viola-la-costituzione/). Difficile dire se sia stato peggio il metodo o il merito. Quanto al metodo, lo sfregio alla Costituzione non potrebbe essere maggiore. Non solo il decreto è stato adottato senza che ne esistessero i presupposti (cosa a cui siamo purtroppo abituati da decenni) ma anche esautorando da un giorno all’altro un Parlamento che stava discutendo da mesi un disegno di legge dello stesso contenuto. E non diverso è stato l’iter della conversione in legge, avvenuta con l’imposizione del voto di fiducia sia alla Camera che al Senato. Si aggiunga che questo iter, del tutto improprio, è stato adottato con riferimento a norme penali, cioè a disposizioni per le quali da più parti si propone una procedura particolarmente rigorosa per evitare che le libertà e i diritti dei cittadini restino in balia di maggioranze contingenti e dei loro umori e calcoli elettorali (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/04/07/sicurezza-un-decreto-legge-eversivo/). È la dimostrazione del disprezzo della destra per le istituzioni e per il Parlamento, che si vuole ridotto, come un secolo fa, ad “aula sorda e muta”. Il tutto, va pur detto, con una resistenza del capo dello Stato flebile e inconsistente. Non diverso il discorso sul contenuto del decreto (e della conseguente legge di conversione), il cui obiettivo è esplicito: aggiungere alla disuguaglianza sociale lo stigma della colpa e stroncare, con la repressione, ogni forma, anche minima, di conflitto sociale. Impietoso addirittura il confronto con il fascismo ché le attuali norme in punto aggravamenti di pena e criminalizzazione delle manifestazioni e della stessa resistenza passiva non hanno uguali neppure nel codice Rocco, specchio dell’autoritarismo del regime (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2025/05/26/il-decreto-sicurezza-una-visione-autoritaria-che-mira-a-farsi-sistema/). Il programma di questa destra – il suo “grido di battaglia” è il caso di dire – è chiaro: “guai ai poveri, ai diversi, ai ribelli”.
Secondo. Di fronte al genocidio sempre più efferato in atto a Gaza e alla complicità del Governo italiano, che continua a fornire a Israele sostegno e armi, la protesta è cresciuta nel Paese in modo significativo, superando i confini dei movimenti da sempre sensibili e attivi. Le manifestazioni, i cortei, le campagne di denuncia e di solidarietà al popolo palestinese si sono moltiplicate e hanno prodotto effetti anche a livello istituzionale e negli atteggiamenti delle forze politiche. La contestazione ha, finalmente, attraversato le aule parlamentari e i partiti di opposizione sono stati costretti a scendere in piazza. Lo hanno fatto il 7 giugno ottenendo una partecipazione di dimensioni inattese che ha di gran lunga superato quella della piazza di Michele Serra e di Repubblica in favore di un’Europa purchessia. La manifestazione (come, del resto, gli argomenti portati nel dibattito parlamentare) aveva rilevanti ambiguità, a cominciare dalla timidezza di alcune “parole d’ordine” e dall’organizzazione separata rispetto ai movimenti più impegnati nel sostegno alla causa palestinese. Ma l’entità della partecipazione ha fatto saltare i calcoli e gli equilibri della vigilia e indicato una strada chiara ed esplicita. Non faccio previsioni per il futuro e non ho alcun interesse per campi più o meno larghi, ma sono certo che la questione palestinese diventerà sempre più un discrimine: probabilmente dividerà (e non sarà un male), ma certo non potrà essere elusa e costituirà un banco di prova per tutti.
Terzo. I referendum sul lavoro e sulla cittadinanza non hanno raggiunto il quorum richiesto per la loro validità, avendo votato solo poco più del 30 per cento degli aventi diritto. Il mancato raggiungimento del quorum è, all’evidenza, una sconfitta, sul punto specifico, per chi ha promosso i referendum e per chi li ha sostenuti. La condizione dei lavoratori subordinati resta quella imposta dal liberismo e dai suoi alfieri (a cominciare da Matteo Renzi) e quella dei migranti resta caratterizzata da una capitis deminutio protratta per anni e tendenzialmente insanabile. Una vittoria referendaria non avrebbe ribaltato la situazione ma le avrebbe assestato una spallata salutare (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/06/06/al-voto-per-il-lavoro-e-la-cittadinanza-contro-la-russa-e-la-deriva-autoritaria/). Così non è stato e occorre prenderne atto. Ora cominciano le analisi e le recriminazioni e, mentre la destra esulta, prevalgono, a sinistra, il pessimismo e le critiche alla scelta di questi referendum e all’istituto referendario come tale.
In attesa di aprire, su queste pagine, un confronto sul punto e sulle prospettive politiche che si aprono (o si chiudono) mi limito qui a dire che, pur comprendendo la delusione, considero infondato il pessimismo cosmico che ci circonda. Anzitutto questo esito era nelle cose, nonostante l’impegno (anche nostro) per propiziare un miracolo. Era nelle cose perché l’astensionismo è, ormai, una costante del nostro sistema e non è pensabile che operi a compartimenti stagni, solo per le elezioni politiche o amministrative. Lo dicono i dati: i referendum abrogativi successivi al 2000 hanno visto la partecipazione, rispettivamente, del 25,73% degli aventi diritto nel 2003 (con un quesito, anche allora, sul reintegro dei lavoratori illegittimamente licenziati), del 25,66% nel 2005, del 23,52 nel 2009, del 54,82 nel 2011 (quando si votò su acqua pubblica e nucleare), del 31,19% nel 2016 e del 20,48% nel 2022 (con diversi quesiti sulla “giustizia giusta”). Dunque, gli attuali referendum non hanno sfondato ma hanno richiamato alle urne un numero di elettori superiore alla media di quelli presentatisi ai seggi nei referendum degli ultimi due decenni. Non solo, ma, se si guarda al voto delle elezioni più prossime (quelle regionali, intervenute nel 2024) è agevole constatare che la partecipazione era stata del 45,97% in Liguria e del 46,4% in Emilia Romagna (mentre nelle stesse regioni era stata rispettivamente del 92,96% e del 96,62% nelle elezioni del 1975, le più prossime al referendum sul divorzio del 1974, che vide la partecipazione dell’87,72% degli aventi diritto). Evidente la corrispondenza dell’entità del voto politico-amministrativo con quello referendario, considerando che, nell’ultima consultazione, la somma di quest’ultimo e del presumibile numero degli elettori che hanno disertato il voto in maniera contingente (a seguito di specifica indicazione delle forze di governo) supera abbondantemente i risultati delle elezioni regionali più prossime. Gli automatismi in materia elettorale sono impropri e vanno presi con le molle, ma la linea di tendenza è chiara. Si aggiunga che – come ampiamente segnalato prima del voto (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/06/06/al-voto-per-il-lavoro-e-la-cittadinanza-contro-la-russa-e-la-deriva-autoritaria/) – la difficoltà di raggiungere il quorum era acuita, nel caso specifico, dallo scippo della consultazione sull’autonomia differenziata operato dalla Corte costituzionale (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2025/01/22/lautonomia-differenziata-e-il-referendum-negato/), che ha fatto venir meno l’afflusso alle urne di molti elettori soprattutto, ma non solo, delle regioni del Sud, dal mancato accorpamento del voto referendario con quello amministrativo, dal protratto silenzio istituzionale e mediatico sui referendum (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/05/07/il-silenzio-sui-referendum-un-attacco-alla-democrazia/) e dalla “campagna” per l’astensione attivata dalle più alte carche dello Stato (fatta eccezione per il presidente della Repubblica).
In questo contesto due effetti positivi, seppur parziali e limitati, i referendum li hanno comunque prodotti. Anzitutto, i sì depositati nelle urne sono stati oltre 12milioni e 200mila, sostanzialmente pari ai voti riportati dai partiti della coalizione di governo nelle elezioni del 2022: anche qui, nessun automatismo, ma certo il dubbio sulla coincidenza tra la maggioranza del Parlamento e quella del Paese è più che mai legittimo. In secondo luogo, i referendum hanno imposto all’attenzione dell’opinione pubblica due temi, quelli delle tutele del lavoro e della società multietnica, fondamentali ma da tempo non all’ordine del giorno, e hanno costretto le forze di opposizione a schierarsi e a fare i conti con sbandate, errori e ambiguità di un passato anche recente. Difficile dire se si tratta di un posizionamento contingente o dell’avvio di una nuova fase caratterizzata dalla revisione di scelte politiche assunte in ossequio al liberismo imperante e a un nazionalismo miope e fuori dalla storia. In ogni caso è un percorso in fieri, pieno di timidezze e contraddizioni, ma la sua esistenza è un fatto non trascurabile che sarebbe sbagliato sottovalutare.
Una settimana difficile si è chiusa. Restano sollecitazioni e input che devono essere raccolti.

Non ho votato alle ultime due elezioni (amministrative e politiche) per esercitare la critica alla deriva autoritaria della democrazia, rifiutando il “menopeggismo”. Ho votato ai referendum nonostante non credessi affatto che da qui avesse inizio la “rivolta sociale”. Nemmeno mi ero illuso che avremmo superato il quorum.
Ci sono battaglie che si debbono fare indipendentemente dal raggiungimento dell’obbiettivo, perché servono a dare un segnale politico, introdurre nuove contraddizioni e, nel medio e lungo periodo, a ricostruire dei processi politici, dei possibili movimenti, Queste si fanno, si fanno comunque.
Oggi, non si può coltivare l’illusione che ci sia una relazione stretta e lineare tra l’azione politica è il risultato, ancor meno il conseguimento dell’obbiettivo. E’ tutto più complesso! Bisogna saperlo, anche per evitare analisi sbagliate e correzioni improprie