Una settimana particolare (tra Gaza, referendum e decreto sicurezza)

Una settimana così intensa sul piano politico non la si vedeva da tempo. La scena è stata occupata dalla protesta contro il genocidio di Gaza e la complicità del Governo italiano, dalla conversione in legge del decreto sicurezza, dal mancato raggiungimento del quorum nei referendum su lavoro e cittadinanza: fatti eterogenei e, in alcuni casi, negativi, che possono, peraltro, contribuire ad aprire una nuova fase politica.

Al voto! Per il lavoro e la cittadinanza; contro La Russa e la deriva autoritaria

Domenica e lunedì si vota per i referendum. Raggiungere il quorum è difficile ma non impossibile. In ogni caso, una valanga di voti aprirebbe dei varchi nelle politiche del lavoro e dell’immigrazione, darebbe una spallata imponente al Governo e indicherebbe all’opposizione la strada della radicalità e della riapertura del conflitto politico e sociale.

Il silenzio sui referendum: un attacco alla democrazia

C’è la rimozione della destra, da sempre subalterna ai poteri forti e ai loro privilegi. E c’è l’ipocrisia di partiti e intellettuali “progressisti” che continuano a subordinare i diritti alle esigenze del mercato. Il risultato è un silenzio tombale sui referendum dell’8 e 9 giugno. Ciò rende doppiamente importante il raggiungimento del quorum: per ripristinare alcuni dei diritti violati e per dare un segnale politico in controtendenza.

Dopo i referendum

Ha votato, per i referendum sulla giustizia, un elettore ogni cinque, il minimo storico. Il quorum non è stato raggiunto e la competizione referendaria si è chiusa, per i proponenti, in modo inglorioso. Dato il tenore dei quesiti è meglio così, ma la fretta di voltar pagina senza coglierne la lezione non può che produrre danni ancora maggiori: per la politica, per la giurisdizione, per tutti noi.

Referendum abrogativo: a che punto è la notte?

Il referendum abrogativo non gode di buona salute. Lo dimostrano la sua torsione in senso manipolativo e il mancato raggiungimento del quorum in tutte le consultazioni degli ultimi 25 anni, salvo quelle del 2011. Per invertire la tendenza occorrono, insieme, “aggiustamenti” normativi e un rafforzamento del Parlamento che eviti di scaricare sul referendum questioni non risolte nella sede naturale.