L’elezione del nuovo giovane sindaco di New York, che si dichiara socialista (oltre che musulmano), ha fatto giustamente scalpore perché rappresenta, a suo modo, un elemento di controtendenza significativo all’interno degli Stati Uniti a guida trumpiana. Non è oggi possibile capire se Mamdani sarà in grado di mantenere fede al suo programma elettorale: quello che è certo, però, è che il suo esperimento dà ben poche indicazioni per la timida sinistra istituzionale europea e italiana in particolare.
Una domanda, quindi, viene spontanea: perché negli USA sono ormai in molti a definirsi socialisti e in Europa, invece, nell’ambiente politico e intellettuale nessuno più ricorre a questa identità ideologica e politica? Mamdani non è, infatti, il primo a dichiararsi socialista negli USA in questi tempi di larga egemonia liberista. Alcuni intellettuali americani molto significativi hanno scritto della necessità di costruire una società socialista come risposta alla crisi del capitalismo e alle catastrofi che si stanno determinando in campo ambientale, sociale e geopolitico: basti pensare a Nancy Fraser o al sociologo Erik Olin Wright o ancora ai collaboratori della rivista Jacobin. In campo politico Bernie Sanders, Alexandria Ocasio Cortez e altri/e hanno animato una grande componente socialista all’interno delle conventions democratiche.
Credo che la risposta a questa domanda imbarazzante stia nel fatto che in Europa e in Italia, dove esisteva il più grande partito comunista dell’occidente, non si può parlare di socialismo senza fare i conti col fallimento dell’esperienza sovietica e della socialdemocrazia europea: è proprio ciò che la classe politica istituzionale della sinistra italiana ed europea non ha voluto e saputo fare. Eppure, è solo a partire da questo bilancio storico, culturale e politico che può riprendere anche qui da noi un’elaborazione strategica che superi la limitatezza del dibattito attuale e dia una prospettiva alle lotte e ai movimenti che, nonostante tutto, continuano a esprimersi nella nostra società europea.
Sul sito di Volere la luna sono comparsi recentemente alcuni interventi importanti su questo tema. A settembre Gaetano Lamanna (https://vll.staging.19.coop/che-fare/2025/10/16/contrasto-del-capitalismo-tecnica-conflitto-sociale/) ha individuato l’ideologia come punto debole della sinistra attuale e ha ricordato come anche i dirigenti dei partiti della sinistra parlamentare siano stati ammaliati dall’ideologia neoliberale, pur in presenza di una radicale crisi del sistema capitalistico a livello internazionale che sta ridimensionando gli spazi democratici e imboccando una via autoritaria, nazionalista e bellicista. Per questo ha sostenuto che occorre impugnare l’arma della critica per mettere in evidenza le cause profonde della crisi e del caos globale in cui siamo precipitati e che è tempo di uscire dal perimetro dell’ideologia “liberaldemocratica” e riscoprire l’importanza della lotta ideologica. A novembre Piero Bevilacqua (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/11/04/le-condizioni-per-tornare-a-parlare-di-socialismo/) ha denunciato come da qualche decennio la dimensione intellettuale, culturale, morale, escatologica che accompagnava l’agire politico dei partiti della sinistra del secolo scorso è stata abbandonata pressoché da tutti i partiti. Il patrimonio teorico che dava profondità all’agire pratico è stato dismesso come un ferro vecchio. Ha messo in evidenza la subalternità del ceto politico della sinistra all’ideologia neoliberista che ha reso anche schematica la lettura del crollo dell’esperienza sovietica come se la storia della prima rivoluzione proletaria fosse stata un unico grande errore. Nel sottolineare l’importanza di tornare ad analizzare criticamente il tentativo di costruzione del socialismo in Unione Sovietica ha indicato la pretesa di un’economia interamente amministrata dall’alto e l’abolizione totalitaria del mercato, come alcuni degli errori principali compiuti.
Condividendo queste affermazioni presenti nei due interventi citati, credo che sia importante anche mettere in risalto come il crollo dell’URSS abbia portato in tempi abbastanza rapidi a un forte ridimensionamento della socialdemocrazia europea, in particolare tedesca e scandinava e poi di riflesso di tutto il continente. Una prima spiegazione abbastanza evidente è quella che mette in relazione i due esperimenti – quello sovietico e quello dei “trent’anni gloriosi” in Europa occidentale – secondo cui il secondo è stato possibile nei paesi capitalisti proprio a causa dell’esistenza del primo. Il capitalismo, cioè, sarebbe stato costretto a concedere quegli spazi di democrazia sociale ed economica, per impedire il diffondersi del comunismo. A questo proposito è nota la storiella, non so quanto attendibile, che narra di un Willy Brandt fortemente urtato dalla incapacità di Gorbachev di mantenere il potere, al punto da non aprire la porta al leader russo, ormai deposto, che si era recato a fargli visita a Berlino. Questa tesi appare oggi ancora più attendibile nel momento in cui vediamo un costante e progressivo ridimensionamento dello Stato sociale in Europa ad opera dei governi di destra o di centro destra: infatti oggi il capitalismo, almeno nel cosiddetto occidente, non deve confrontarsi con nessun modello alternativo.
È opportuno, però, anche ricordare che socialdemocrazia e comunismo hanno radici comuni e, in particolare, che la SPD tedesca di fine Ottocento era la forza egemone non solo dal punto di vista organizzativo, ma anche da quello politico e ideologico nel movimento internazionale socialista. In particolare, la visione centralistica sia dell’organizzazione sia della costruzione della società socialista, che i bolscevichi resero pienamente operativa nella loro esperienza rivoluzionaria, proviene proprio dal programma di Erfurt della SPD. Non è qui il caso di approfondire ora questo aspetto, ma certamente la centralità della classe operaia, come soggetto rivoluzionario, che diviene centralità del partito e centralità dello Stato, che connota l’esperienza sovietica, ha una matrice socialdemocratica tedesca. In quell’ottica il partito centralistico ha il compito principale di impossessarsi del potere: in modo rivoluzionario nella Russia del 1917, in forme progressivamente sempre più compromissorie nei paesi dell’Europa occidentale nel dopoguerra, fino alle forme ancora più languide del governismo senza progetto del centro sinistra italiano dopo il 1989.
Non c’è solo un interesse storico nel rianalizzare queste esperienze del passato: oggi, infatti, dobbiamo fare i conti con movimenti di lotta e di protesta, nei quali convergono e si intersecano apporti sociali e culturali diversi, ma anche con tante esperienze disperse di mutualismo e di cooperazione sociale la cui ricchezza è difficilmente comprimibile in un’ottica puramente centralistica. In sostanza riprendere la discussione su cosa possa essere una società che ci permetta di uscire dalla crisi catastrofica del capitalismo finanziario e globalizzato che ha dominato il mondo fino al primo decennio di questo nuovo secolo, vuol dire anche incominciare a individuare i primi elementi di una modalità politica e organizzativa che permetta di perseguire quell’obiettivo strategico come elemento unificante di un ampio schieramento sociale.
Riprendendo schematicamente le posizioni espresse da Erik Olin Wright, per combattere un capitalismo che riconosce al sistema economico il potere di utilizzare lo Stato per governare e controllare la società, per andare oltre l’esperienza del socialismo statalista del secolo scorso che accentrava nello Stato il potere di gestire il sistema economico per controllare e governare la società, occorre immaginare una società che, pur nella sua complessità, sia capace di utilizzare le istituzioni per controllare e governare il sistema economico. Probabilmente un modello necessariamente schematico di questo tipo delinea solo le condizioni di esistenza di una società di transizione che fuoriuscendo dal capitalismo possa progressivamente confrontarsi sulle caratteristiche di una futura costruibile società socialista.
Si tratta, come evidente, di spunti schematici, ma sarebbe importante che Volere la luna riuscisse a promuovere un confronto ampio con tutti i soggetti associativi e sociali interessati a questo tema, che i contributi di Lamanna e Bevilacqua hanno lanciato nella discussione.

E la Cina? E Cuba? Tutto da buttare via?
Non mi sembra che quanto ho scritto significhi buttar via esperienze come quella cubana e ancor meno quella cinese. Il Partito comunista cinese non ha mai proposto la sua strada verso il socialismo come un modello per gli altri. Allo stesso modo, pero’, non credo che si possa importare tout court in Europa e in Italia il loro modo di pensare la transizione verso il socialismo se non altro perché la loro è un’economia in ascesa e la nostra in declino; perché in Cina la classe operaia è una componente importante della società, mentre da noi è stata quantitativamente ridotta dalle nuove tecnologie e ancor più’ dal processo di deindustrializzazione.
Quanto ai comunisti cubani la loro esperienza è in gravi difficoltà soprattutto a causa del blocco americano, ma anche per il venir meno delle prospettive sulle quali era stata impostata a metà del secolo scorso. C’è molto da capire e da discutere: due sole posizioni mi sembrano inutili. Quella di liquidare il tutto oppure all’opposto quella di arroccarsi sui miti del passato.