Contrasto del capitalismo, tecnica, conflitto sociale

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Alcuni anni fa il filosofo Emanuele Severino, riflettendo sulla nostra epoca e sul ruolo preminente assunto dalla tecnica, evocava il tramonto” del capitalismo. «Il capitalismo – scriveva – va verso il tramonto non per le contraddizioni che il marxismo ha creduto di trovarvi, ma perché l’economia tecnologica va emarginando l’economia capitalistica» (E. Severino, Capitalismo senza futuro, Milano, 2013, p. 23). E aggiungeva: «il mondo sta andando verso un tempo in cui l’Apparato supremo che subordina a sé tutti gli altri è la Tecnica, l’Apparato scientifico-tecnologico […]: da mezzo per soddisfare i bisogni, la Tecnica diventa lo scopo dell’uomo, e il soddisfacimento dei bisogni umani diventa un mezzo – una parte del mezzo – con cui viene realizzato il potenziamento della Tecnica» (Ivi, p. 81). Il declino del capitalismo, in ultima analisi, si compie nel momento in cui la tecnica da mezzo diventa scopo, quando, appunto, il capitalismo cede il passo alla tecnica. Le riflessioni di Severino meritano certamente attenzione e stimolano la discussione. Non è condivisibile, a mio avviso, il finalismo che pervade un ragionamento secondo cui al termine della sequenza concettuale si trova l’“Apparato tecnico-scientifico”. La realtà, fin dal principio della storia umana, avrebbe, insomma, una destinazione chiara e ben definita, immodificabile nel suo farsi. Lo “sviluppo” ci ha condotto, egli chiosa, «dal tempo del mito al tempo della dominazione della tecnica». (Ivi, p.8). La Tecnoscienza, il nuovo Leviatano, non ha come fine il benessere dell’umanità, bensì l’aumento indefinito della potenza; e non domina solo l’economia, ma anche la società, la politica, la morale. La tesi del filosofo è che, con il dominio della scienza e della tecnica sul mondo, non tramonta solo il capitalismo, ma l’intera tradizione dell’Occidente (la cultura cristiana e la politica nelle sue diverse accezioni: la teocrazia, l’assolutismo, il liberalismo, la democrazia, il socialismo). L’uomo, in questa prospettiva, non è che la rotella di un grande e imponente ingranaggio, è un mero strumento dell’incremento della potenza della Tecnica. Una visione pessimistica, disperante, che non vede altra via di salvezza se non nella ricerca della “verità”, della fede in Dio.

Le cose non stanno esattamente come le descrive Severino. Intanto, non stiamo vedendo ancora la fine del capitalismo, piuttosto quella della democrazia. La democrazia muore perché il capitalismo si serve delle nuove tecnologie per tenere le posizioni e consolidare lo status quo. Sono i manager e gli imprenditori a utilizzare la tecnica per automatizzare il lavoro e poter meglio controllare i lavoratori, per incrementare la produttività guardandosi bene dal condividere gli utili con i loro dipendenti. I nuovi padroni si avvalgono, in modo cinico e spregiudicato, delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale per entrare nella mente delle persone e condizionarle, per cambiarne la vita, le abitudini, le emozioni, i modi di pensare, i tempi di reazione. Sono gli algoritmi delle piattaforme tarati per manipolare e incitare all’odio. Sono i governi – sia autoritari sia liberaldemocratici – letteralmente ossessionati dalla volontà di sorvegliare e reprimere qualsiasi fenomeno di disturbo dell’ordine costituito. È l’uso che si fa delle nuove tecnologie ad alimentare le disuguaglianze, a diminuire il potere di contrattazione sui salari e sulle condizioni di lavoro, a emarginare e a discriminare intere categorie e gruppi sociali, a dissimulare abusi, crimini e soprusi di ogni tipo, a scoraggiare o soffocare, in ultima analisi, la volontà di partecipazione sociale e politica. L’informazione si traduce in disinformazione sistematica. Se è vero che il mondo è dominato dalla tecnica, è pur vero che è sempre il capitalismo a comandare sulla tecnica. E se è vero, come sostiene Severino, che la presenza della tecnica nella vita economica e sociale è diventata preponderante, la battaglia per sottrarre le piattaforme digitali e l’IA al controllo esclusivo (e al guadagno strabiliante) di pochi signori, è oggettivamente il terreno più avanzato da cui far ripartire l’azione collettiva anticapitalistica. In un mondo in cui alcune multinazionali sono diventate le istituzioni più potenti della terra e pochi ultramiliardari tengono sotto scacco la maggioranza dei popoli, la democrazia ritrova senso e vigore solo rilanciando, a tutti i livelli, il conflitto sociale e politico.

Viviamo una stagione assai critica e complicata. Il tecno-capitalismo cavalca i movimenti neofascisti, lavora alacremente per aiutare in ogni paese le destre a conquistare il potere e a smantellare lo stato di diritto e il bilanciamento dei poteri. In poche parole, ritiene l’ordinamento democratico-liberale un impaccio e sembra avere scelto l’autocrazia come forma di governo privilegiata. In ogni caso tende a fare a meno della democrazia. Possiamo senz’altro affermare che, con la presidenza Trump, l’Occidente liberale, nella configurazione assunta nel secondo dopoguerra, non esiste più. Gli Stati Uniti hanno virato verso uno splendido isolamento (America First, MAGA), benché si sentano ancora depositari del “diritto” di scaricare sul resto del mondo le proprie contraddizioni, a partire da un debito pubblico fuori controllo. L’Europa, da parte sua, non svolge un ruolo politico adeguato ai tempi e alla complessità dei problemi. L’idea unitaria e federale, da cui è nata l’Ue, ha perso la spinta propulsiva e, di converso, movimenti centrifughi di stampo nazionalista e populista acquistano consistenza e pericolosità. Nel suo insieme, la “liberale” élite europea sembra colpita da un potente virus di stupidità e, comunque, è in preda a un grave stato confusionale e a una furia bellicista che non promettono niente di buono. La sinistra tradizionale e i partiti democratici, dal canto loro, pressoché in solitudine, si ergono a paladini di un ordinamento democratico sempre più fragile. Si esce dall’impasse solo se la sinistra trova la forza di promuovere una discussione, ampia e coraggiosa, su un progetto di società che vada oltre l’ancoraggio “ideologico” al liberalismo. Senza questo passaggio politico sarà difficile bloccare il declino della democrazia e scongiurare il successo delle spinte autoritarie e militariste. Andare in questa direzione implica l’intensificazione dell’azione collettiva per il controllo democratico delle nuove tecnologie e per contrastarne un uso distorto tendente a silenziare le contraddizioni sociali, a reprimere il dissenso, a risolvere manu militari i contrasti e le controversie tra i paesi. L’alternativa è tra una visione tecnocratica del potere (il capitalismo delle piattaforme e della finanza) e una prospettiva democratica, che poggi sulla volontà e sulla determinazione di avviare, una trasformazione strutturale dei rapporti sociali ed economici.

La costruzione della controffensiva alla destra neofascista può e deve partire dalle difficoltà e dalle sofferenze, dall’ansia e dalle preoccupazioni di estesi gruppi sociali, i quali comprendono, sempre di più, come la loro esistenza non corrisponda alle possibilità della nostra epoca. Un numero sempre maggiore di persone non è disposto ad accettare che il destino del mondo dipenda da pochi oligarchi, i quali, anziché consentire che i progressi della scienza e della tecnica siano sfruttati per un avanzamento generale della società e per superare ingiustizie vecchie e nuove, non esitano a sacrificarli alla legge del profitto privato. Questa è la contraddizione su cui agire, facendo valere le ragioni di un cambiamento radicale dell’assetto economico e sociale.

La rivolta popolare e le imponenti manifestazioni in Italia, e non solo, contro il genocidio in atto a Gaza, non sono altra cosa rispetto alla ripresa del dibattito su un progetto alternativo di società e alla costruzione di una controffensiva sociale e politica. Le immagini di Gaza sulla mattanza quotidiana di donne bambini, su palestinesi considerati alla stregua di animali, uccisi mentre cercavano una scodella di cibo o, anche, mentre filmavano i massacri e le distruzioni, hanno determinato il sussulto delle coscienze e un moto di orrore e di indignazione. E l’iniziativa della Flottilla ha contribuito a mettere a nudo l’immobilismo e la sostanziale complicità del governo italiano e dell’Ue di fronte alla condotta criminale dei governanti israeliani. La potenza della realtà, questa volta, ha avuto la meglio su quella degli algoritmi. Le piattaforme digitali non sono state in grado di nascondere o dissimulare la tragedia del popolo palestinese.

La lezione da trarne è che l’intelligenza artificiale non può sradicare i sentimenti di solidarietà e di fratellanza. Non è affatto scontato che a prevalere sia l’apatia e l’indifferenza ma, a certe condizioni, le masse lavoratrici e le giovani generazioni possono diventare protagoniste del cambiamento. Tutto dipende, naturalmente, se a prevalere è la legge del profitto o quella del bene comune; se, in particolare, i tratti peculiari e i valori di riferimento che hanno accompagnato la vicenda del capitalismo – una formazione economico-sociale storicamente determinata (Marx) – siano ancora considerati naturali ed eterni dalla maggioranza del popolo. Il senso comune è plasmato dai valori dominanti che, a loro volta, come ci ha insegnato Marx, sono l’espressione di rapporti sociali definiti e sono garanzia di stabilità. La maggioranza del popolo, sua sponte, è portata a credere alla normalità e all’immutabilità della realtà che ci circonda. Si tratta quindi di cambiare la narrazione, di parlare alla mente e al cuore delle persone, soprattutto dei ceti emarginati e indifesi. Gli straordinari progressi della scienza e della tecnica possono essere messi al servizio delle persone e dei popoli o consegnati all’uso privato di pochi ultramiliardari perché ne traggano lauti profitti, aggravando le disuguaglianze, depredando le terre altrui e continuando a distruggere l’ambiente.

Per costruire un progetto alternativo di società sarebbe il caso di riprendere in mano la cassetta degli attrezzi e tirare fuori gli strumenti del pensiero critico, che una certa sinistra riformista e subalterna ha abbandonato irresponsabilmente alla stregua di una moneta fuori corso. Viviamo in una fase storica in cui il passaggio rivoluzionario dalla formazione economico-sociale capitalistica a un’altra più avanzata ed evoluta non è all’ordine del giorno per la semplice ragione che l’ideologia liberale, nonostante i disastri di cui siamo testimoni, è viva e vegeta, mentre tarda ad affermarsi una diversa visione del mondo. Spetta alla sinistra dare continuità ai movimenti e riscoprire il valore del socialismo. Hic Rhodus, hic salta.

Gli autori

Gaetano Lamanna

Gaetano Lamanna è uno studioso di filosofia ed economia. Ha lavorato nella Cgil regionale della Calabria e nella Cgil nazionale occupandosi di scuola e università, economia e fisco, ambiente e territorio. Ha collaborato con riviste e quotidiani, tra cui "Rinascita", "l’Unità", "il manifesto", "il Quotidiano del Sud". Attualmente scrive su "Left" e "Volere la luna". Ha pubblicato "Ricchezza privata e miseria pubblica" (Castelvecchi, 2025), "La casa negata" (Ediesse, 2014), "Malapolitica" (Ediesse, 2009).

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3 Comments on “Contrasto del capitalismo, tecnica, conflitto sociale”

  1. Ottimo articolo che mette in luce l’abbraccio mortale fra tecnologia e capitalismo.

  2. Neanch’io sono d’accordo con Severino sul fatto che non vi sia altra “via di salvezza se non nella ricerca della “verità”, della fede in Dio”. Ciò non toglie però che lo sviluppo/innovazione tecnologico/a sia divenuto un qualcosa di fine a sè stesso, teso solo a dimostrare di essere più bravi degli altri (la “competitività”) e privo di ogni influsso sul modello di vita dei cittadini. Influsso che ebbe invece potentemente il tecno-capitalismo dell’automobile, della lavatrice, della lavastoviglie, ecc, che cambiò abitudini, struttura familiare, costumi, cultura. e la società nel suo insieme. Mi sembra quindi fuorviante auspicare una “azione collettiva per il controllo democratico delle nuove tecnologie e per contrastarne un uso distorto …”. Dato che esse alla vita quotidiana ed al “benessere” delle persone non servono, credo che più che “controllarle” sia importante imparare a farne a meno.

  3. Che il capitalismo è nemico della democrazia lo penso da più di 40 anni. Non è certo l’arrivo di Trump che ha cambiato la situazione. Trump ne è solo un capitalista antidemocratico che continua l’azione antidemocratica iniziata quando si è riusciti ad introdurre il concetto di privatizzazione o liberalizzazione a livello culturale all’inizio degli anni 80 del secolo scorso. E non mi sembra vero che calvalche i movimenti neo-fascisti. I grandi capitalisti cavlcano tutta la classe politica con la solita arma di sempre: la corruzione. Tanto è vero che le politiche capitaliste si sono rafforzate indipendentemente da chi era al potere, per lo meno nei paesi occidentali. Per rimanere in Itali anon mi sembra che il precedente governo Draghi abbia dato fastidio al capitalismo. Almeno ditemi come e quando è successo.

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