Confesso di non avere mai amato Habermas. Non solo perché molte sue pagine le ho lette malgrado la noia e non contro di essa (che è poi il motivo biografico per cui ho scelto di lavorare con la filosofia), ma perché la sua diagnosi critica della società è diventata col tempo sempre più funzionale proprio alla società che criticava. A questo punto i lettori – almeno quelli normali – saranno già in preda a un doppio fastidio. Si chiederanno perché cominciare un articolo in morte di un grande intellettuale parlandone subito male e per quale motivo invece di raccontare di lui mi metto a raccontare di me. Hanno perfettamente ragione. Infatti, in queste poche righe non voglio scrivere un coccodrillo (se ne trovano tantissimi in queste ore, di persone molto più competenti di me), ma riflettere sul modo in cui tante persone di sinistra hanno reagito alla notizia della morte di Habermas.
Intanto cedendo per l’ennesima volta alla vetrinizzazione della morte, per cui ormai sembra che di fronte alla morte di un personaggio pubblico il silenzio non sia un’opzione da prendere in considerazione. Così tutte le nostre pagine social diventano un accumulo ipertrofico di parole in cui con la scusa della morte di qualcuno conosciuto da tutti finiamo per parlare di noi: di quello che crediamo noi e non credeva lui e del fatto che il suo pensiero non è il nostro. Di fatto mi pare che la grande colpa di Habermas, almeno per come la vetrinizzazione ce lo presenta, è di non essere come noi. Un’ennesima follia di una società di narcisisti. Perché, come ho scritto provocatoriamente all’inizio, Habermas era Habermas e io sono io. Ma ho un sufficiente senso del (mio) limite per pensare che sono io che non la penso come lui, non che fosse lui a non pensarla come me. Io sono io e Habermas, benché criticabilissimo, è stato l’ultimo grande intellettuale del Novecento, capace di influenzare e condizionare il discorso pubblico in profondità e per lungo tempo, anche se è stato infine confutato praticamente e persino strumentalizzato.
Ora, tornando per un istante seri, mi pare proprio questo il vero punto fondamentale: che la sua morte è – dal punto di vista filosofico, culturale, politico – l’ultimo definitivo congedo da un secolo intero, costellato di grandi speranze emancipative, di grandi pensieri e di grandi narrazioni (e il suo è stato un grande pensiero più che una grande narrazione). E anche quel che resta della sinistra – marginale nella società ma virale sulle nostre bolle social – invece di non concedere ad Habermas nemmeno il rispetto in morte, dovrebbe interrogarsi precisamente sul suo rapporto con quel secolo di cui la morte di Habermas rappresenta la pietra tombale.
Le critiche da sinistra a Habermas si possono sintetizzare così: il filosofo tedesco sarebbe stato un grande filosofo che nel corso della sua lunga vita intellettuale ha celebrato tante cose che l’hanno tradito: l’opinione pubblica, la razionalità illuminista, l’agire comunicativo, la democrazia deliberativa, il progetto politico dell’Europa contro i nazionalismi, la forza intrinseca del diritto; tutto ciò che con una parola abbiamo definito social-democrazia. Il suo pensiero è stato letteralmente tradito dalla storia, nella misura in cui la storia ha tradito il Novecento. Come ho scritto all’inizio – seppur con tutt’altro intento – personalmente condivido queste critiche. Che si sostanziano, di fatto, nella sensazione che Habermas abbia fatto svanire il nocciolo duro sia del marxismo sia della prima scuola di Francoforte, che era il conflitto materiale dentro la società. Ha trasformato l’azione politica e sociale in una forma intrinsecamente e fin da subito pacificata dalla razionalità e, in questo modo, ha smesso di fare teoria critica e ha semplicemente riportato ogni pretesa di emancipazione all’interno della trappola moderna e dell’illuminismo. Tutto verissimo, però… mi pare un mondo sottosopra quello in cui intellettuali di sinistra si dedicano a denigrare Habermas quando gli intellettuali di riferimento che sono rimasti in quell’area non sono più intellettuali, ma influencer. Personalmente, preferisco un mondo in cui essere in disaccordo con Habermas che uno in cui essere in accordo con Selvaggia Lucarelli (per dirne solo una, per carità: ciascuno ci metta il nome che vuole). E qui veniamo ad alcune considerazioni sparse, che riguardano precisamente il rapporto problematico tra la sinistra che critica Habermas e la funzione e il ruolo dell’intellettuale.
Cominciamo con una battuta. Quelle stesse persone che stanno massacrando Habermas sui social non perdono occasione di dire, sorridendo, che non si sarebbero mai immaginati di dove rimpiangere la DC. Ecco, è un poco strano questo riflesso condizionato – tipico del secolo che è finito, appunto – per cui siamo disponibili a morire democristiani ma, per carità, socialdemocratici mai. Quando poi le poche lotte che ci rimangono e per cui ci impegniamo sono ormai tutte – e non è affatto detto che non sia proprio questo il motivo della crisi irreversibile della sinistra politica, ovviamente – votate a difendere precisamente ciò per cui condanniamo Habermas: difendere la democrazia dagli autoritarismi e dai nazionalismi; difendere quel che resta di una sfera pubblica violentata dalla monopolizzazione della cultura e dalla privatizzazione del mondo; far valere il diritto contro la legge del più forte; rivendicare la filosofia contro la sofistica (non è precisamente questo il punto, nel momento in cui ci indigniamo perché Meloni dice che “se vince il no ci saranno stupratori e pedofili in libertà”?).
Tutte queste cose non sono altro che i ferri vecchi della socialdemocrazia e del Novecento. E qui il discorso si fa un poco più complesso. Perché la vera questione non è il nostro astio nei confronti di Habermas, ma i nostri conti ancora inevasi con il Novecento. Che è stato un secolo fallito, precisamente perché le sue istanze di emancipazione sono state strumentalizzate dal capitalismo e, infine, da esso dismesse brutalmente e velocemente. Non possiamo non riconoscere che nella filosofia di Habermas c’era un eccesso di fiducia che era dettato dalla convinzione che l’illuminismo e la modernità portassero con sé un innato impulso emancipatorio. Questo è stato il Novecento, un secolo di grandi conflitti sociali e di grandi pensatori che si occupavano di come migliorare il mondo, non di come peggiorarlo. L’esito finale è quel che abbiamo conosciuto e, da un certo punto di vista, se mi immedesimo in Habermas penso quanto possa aver provato disagio nel dover esser testimone del tradimento del suo secolo avvenuto in così pochi anni (o quanto abbia cercato in tutti i modi di non vedere ciò che appariva evidente di fronte ai suoi e ai nostri occhi, per non sprofondare dentro un fallimento con cui sarebbe stato difficile fare i conti).
Col senno di poi (che certo ci appartiene ma non è merito nostro: non è che siamo più intelligenti di Habermas, è semplicemente che la storia si è incaricata di scoprire le carte che per lui erano coperte. E dunque noi vediamo le cose come stanno perché possiamo giocare a carte scoperte, troppo facile per rivendicarlo come un merito), la socialdemocrazia è stato un progetto ingenuo e fallimentare. Ma anche qui, stiamo attenti a non far pagare al Novecento le colpe di coloro che il Novecento l’hanno giustiziato. Perché il nostro (legittimo) astio nei confronti della socialdemocrazia mi pare che sia legato a una falsa identificazione. Per dirla semplicemente: facciamo pagare ad Habermas le colpe che sono di Blair, Clinton, Mitterand, Veltroni, Prodi, e così via (ma anche di tutti quegli intellettuali che la terza via l’hanno teorizzata e accolta con entusiasmo). Ma c’è un salto logico e cronologico in questa falsa identificazione. La socialdemocrazia di Habermas non aveva nulla a che vedere con l’adesione quasi religiosa di una certa sinistra politica al neoliberismo. La cosiddetta sinistra neoliberista è quella che si è piuttosto incaricata di mettere fuori gioco ogni idea di emancipazione che non fosse l’effetto immanente dei meccanismi autoregolatori dei mercati. Le colpe di Habermas – e di tutta la riflessione socialdemocratica – sono quelle di esser stati così ingenui da non accorgersi che, in questa immanentizzazione del movimento emancipatorio, l’emancipazione diventava conformismo e, alla fine dei conti, niente di altro che una forma più subdola dell’alienazione (basti pensare alla neoliberalizzazione delle istanze femministe). È precisamente questo che non riusciamo a perdonargli: di aver fatto fuori anche quella pretesa così pallida e irenica di emancipazione. Ma non confondiamo i livelli e le responsabilità: Veltroni non è Habermas, anche se ha approfittato della sua debolezza.
E qui vengo all’ultima considerazione. Il vero motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo (come ho detto sopra, sono un uomo all’antica: penso ancora che in morte di qualcuno il silenzio sia un’opzione nobilissima, a meno di non avere qualcosa di davvero importante da dire) è un ennesimo post di un compagno di sinistra, il cui titolo era: “niente lacrime per Habermas”. Manco fosse Hitler, o Netanyahu. Un titolo che, per cominciare, non mi pare segua una logica molto diversa dal famoso “teorema Calogero”, per cui dovremmo odiare Habermas perché i suoi libri sono responsabili del neoliberismo esattamente con lo stesso rapporto di causalità per cui Toni Negri era il mandante del terrorismo rosso. Anche questa è barbarie: odiare tutti per il solo fatto che non la pensano come noi, non saper più fare differenza tra Trump e Habermas. Non provare nemmeno pietà per uno che ha passato la vita semplicemente a pensare, magari sbagliando. Un piccolo segno di un declino inarrestabile per cui la sinistra che non perdona ad Habermas di aver contribuito alla normalizzazione neoliberista del pensiero di sinistra è diventata antropologicamente neoliberista e non prova più un senso del limite nemmeno di fronte alla morte.
Ora, io che non sono d’accordo con Habermas rivendico non solo il diritto ma anche il dovere di essere dispiaciuto. Perché è stato un pensatore e io ho nostalgia per gli intellettuali che pensavano e che adesso sono stati sostituiti – e noi siamo uguali agli altri, ormai – da intellettuali che odiano, gridano, comunicano, provocano e non pensano. Ecco, Habermas non possedeva certamente il gusto della provocazione. Era profondamente noioso, erudito, accademicamente conformista. E tutto quello che credeva avrebbe migliorato il mondo ha finito col peggiorarlo. Io rivendico il diritto di dispiacermi per un intellettuale con cui non ero in accordo ma che non confondeva il compito del pensiero con quello della provocazione. La dignità del pensare contro la barbarie del provocare. La nobiltà della ragione contro la barbarie dell’odio.
In questi giorni c’è in libreria un libro postumo di Michela Murgia in difesa dell’odio. Grande successo di pubblico tra compagne e compagni. Chissà che penserebbe tra l’altro Murgia di questa sua beatificazione post mortem. Ecco, io dell’odio penso che sia un sentimento politicamente funzionale al mondo contro cui ci opponiamo. Forse è per questo che finiamo col beatificare Murgia (contro se stessa, probabilmente) e demonizzare Habermas. Perché l’odio porta alla guerra e non al conflitto, mentre altre passioni (ancorché negative) come l’indignazione o la rabbia spingono a esercitare un conflitto, costruire una strategia, articolare e costruire una giustificazione teorica per le azioni che seguono. Un mondo pieno di guerra e privo di conflitti ci vuole esattamente così: pieni di odio e incapaci di pensiero conflittuale. Così impietosi da non concedere a un intellettuale come Habermas nemmeno la pietà di una lacrima o, semplicemente, il silenzio. Parlare, discutere, deliberare, pensare. Anche sbagliando. Ridatemi indietro Habermas e prendetevi tutti questi personaggi pubblici che hanno sostituito gli intellettuali. Anche se con il primo ero in disaccordo e con questi altri magari concordo. Ridatemi indietro il Novecento e i suoi fallimenti e riprendetevi indietro questo secolo di feudalesimo di ritorno. Ridatemi una sinistra che pensa e tenetemi alla larga da una sinistra che non sa più versare una lacrima.
