Non estradate Assange!

Julian Assange sta per essere estradato negli Stati Uniti dove rischia una condanna a 175 anni di carcere per aver documentato i crimini Usa in Iraq e in Afghanistan. Pessimo segnale in giorni in cui, nel mondo, ci sarebbe bisogno di altri Assange, perché l’informazione è sempre più omologata, i corrispondenti stranieri vengono allontanati dalle zone di guerra, in Russia cresce la censura.

Stalin e Ivan il terribile: le bugie della guerra

A fronte della scellerata invasione dell’Ucraina, i media occidentali continuano a presentare Putin come un figlioccio di Stalin e dell’Urss. Non è così: i riferimenti del presidente russo stanno, a ben guardare, nella cultura imperiale zarista. La guerra è, in ogni caso un crimine, ma l’alterazione della verità e le bugie interessate viziano le analisi e l’individuazione delle prospettive.

Ucraina: una pace ragionevole e il futuro dell’Europa

L’invasione dell’Ucraina è a un punto di svolta. La strategia europea – sostenere la resistenza della popolazione ucraina con l’invio di armi in attesa che le sanzioni sortiscano effetti tangibili – è destinata al fallimento. Con conseguenze tragiche per la popolazione civile. L’unica via d’uscita è una pace ragionevole all’esito di un negoziato dallo sguardo lungo.

Ucraina: che fare?

La guerra in Ucraina si aggrava e le trattative tra le parti non producono risultati. Solo l’intervento di un mediatore autorevole può, forse, aprire qualche spiraglio di speranza. Ma intanto è necessario contrastare il bellicismo diffuso operando contro la produzione di armi e riaprendo la discussione sulla NATO e il suo ruolo.

Il Partito della sinistra svedese: ambizioni di governo e movimenti sociali. Intervista a Kjell Östberg

Il recente congresso del Partito della sinistra svedese ha avuto profili interessanti. In particolare esso ha segnato il contenimento del progetto del gruppo dirigente di andare al governo ad ogni costo e l’inserimento nel programma di temi identitari e divisivi come l’effettivo impegno contro i cambiamenti climatici, il diritto di asilo e altri temi cari ai movimenti.

Russia e Ucraina: le parole e la realtà

Le parole (qui proposte con una premessa di Tomaso Montanari e una nota di Giulia Marcucci) sono di un coraggioso cittadino russo, un poeta: «Quella guerra che si sta svolgendo in Ucraina, sotto gli occhi del mondo, non viene nemmeno chiamata guerra. La chiamano “operazione militare”. Ma è una vera e autentica guerra. E deve essere fermata. Come? In qualche modo, ma è necessario. Tutti noi, insieme e individualmente, dobbiamo pensarci».

Il Brasile in clima preelettorale

In Brasile mancano otto mesi alle elezioni. Bolsonaro, travolto dal suo malgoverno, è, nei sondaggi, in caduta libera (20-25%) mentre il suo avversario, Lula, è al 40-45% e sta tessendo alleanze per vincere al primo turno. Il clima politico si sta scaldando e Bolsonaro mostra di non voler accettare un’eventuale sconfitta. Tempi difficili aspettano il Paese.

La detenzione di Öcalan e le responsabilità dell’Italia

La detenzione di Öcalan è iniziata 23 anni fa, il 15 febbraio 1999, con la sua cattura a Nairobi da parte dei Servizi segreti turchi. Su quell’arresto pesa l’inerzia del Governo italiano, allora retto da Massimo D’Alema, che evitò di impegnarsi per concedere asilo al leader kurdo, che pure ne aveva diritto (come poi riconosciuto dal Tribunale di Roma), e lo indusse a lasciare il Paese.

Imrali. L’isola carcere di Öcalan

Öcalan, leader del PKK, è detenuto da 23 anni a Imrali, piccola isola del mar di Marmara, in cui c’è solo il carcere. Un penitenziario isolato dalla terraferma, giunto a contenere 240 prigionieri ma oggi riservato a lui (e da qualche anno ad altri tre detenuti), senza contatti con avvocati e familiari. È la più clamorosa violazione dello stato di diritto a cavallo tra Asia ed Europa.

La crisi ucraina e il «signorsì!» dell’Italia

Di fronte alla crisi ucraina e alla prospettiva del ritorno della guerra in Europa, l’Italia è rimasta dapprima totalmente afona. Poi i ministri della difesa e degli esteri, Guerini e Di Maio, intervenendo in Commissione alla Camera e al Senato, hanno premesso che «siamo i più fedeli alleati della NATO» e concluso con un solenne «signorsì!» alle scelte e agli interessi degli Stati Uniti.