Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici
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La missione della Global Sumud Flotilla ha un precedente drammatico: quello della Freedom Flotilla del 2010, allorché le navi con aiuti per Gaza vennero bloccate dalle forze armare israeliane con il seguito di ben 10 morti. Quella storia non deve ripetersi! Per evidenti ragioni umanitarie e politiche, ma anche giuridiche.
Le risoluzioni dell’Onu e i provvedimenti delle Corti internazionali sulla Palestina sono totalmente disattesi. Il diritto internazionale offre, in realtà, gli strumenti per affrontare i conflitti. Ma gli Stati li eludono. Senza una forte iniziativa politica dell’Onu, la morte del diritto internazionale e dei suoi organismi è alle porte.
Danilo Dolci è ricordato, soprattutto, per la guida dello “sciopero al contrario” dei braccianti disoccupati di Trappeto e per la resistenza passiva all’ordine di interromperlo. Sono passati, da allora, 70 anni ma l’attualità della sua idea di nonviolenza come noncollaborazione resta più che mai attuale. Non sappiamo come l’avrebbe coniugata oggi, ma sappiamo quanto ci manca la sua presenza!
Secondo la Corte Internazionale di Giustizia l’occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele è illegale e il Governo di Tel Aviv deve porvi fine, risarcire coloro che sono stati danneggiati e restituire le terre sequestrate dal 1967. Ma, data la debolezza delle Nazioni Unite, senza una mobilitazione degli Stati, l’indicazione resterà inattuata.
A fronte della richiesta di emissione di mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant formulata dal Procuratore della Corte Penale Internazionale, Israele ha reagito non già difendendosi nel merito ma contestando in radice ogni giurisdizione internazionale nei propri confronti. Se passasse una simile posizione sarebbe la fine della giustizia internazionale e della stessa Onu.
Voci filtrate dalla Corte Penale Internazionale parlano di una possibile prossima emissione di mandati di cattura nei confronti di Netanyahu da un lato e dei dirigenti di Hamas dall’altro. Ciò avverrebbe in forza di un’interpretazione estensiva della giurisdizione della Corte. Se così sarà, è auspicabile che la decisione contribuisca a un immediato cessate il fuoco e impedisca la commissione di ulteriori crimini.
Il 28 marzo la Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito l’esistenza di un «rischio genocidio» a Gaza e ha ordinato a Israele di cessare il fuoco e di prendere tutte le «misure necessarie ad assicurare alla popolazione civile la fornitura di cibo, acqua, elettricità, combustibile, riparo, abbigliamento, igiene». Ma Israele continua a ignorarlo.
Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sullo stato dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, afferma che la strage di Hamas del 7 ottobre è stata determinata non da motivi religiosi ma dall’oppressione di Israele. Il governo di Tel Aviv, sotto processo per genocidio, non solo le vieta l’ingresso nel Paese ma chiede al segretario dell’Onu di rimuoverla dall’incarico. L’Italia e l’Occidente tacciono.
Se si è pervenuti alla dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale nota come Italicum, il merito principale è stato dell’avvocato Felice Besostri, morto il giorno dell’Epifania. Purtroppo quella vittoria non è stata sufficiente ché la politica ha partorito un altro “mostro” come il Rosatellum. L’impegno per una legge elettorale coerente con la Costituzione deve, dunque, continuare nel solco tracciato da Felice.
La nomina di Nordio a Ministro della Giustizia ha riportato alla ribalta la distinzione tra “garantismo” e “giustizialismo”. Ma proprio le sue posizioni oscillanti a seconda delle situazioni esaminate fanno ritenere che i due termini abbiano in buona parte perso significato e che si debba piuttosto guardare all’impostazione costituzionale che richiede regole uguali per tutti e, insieme, rispetto dei valori umani e sociali.