Né moderati, né estremisti, ma rivoluzionari

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Mentre la moderazione è consigliabile in un’ampia gamma di situazioni (e soprattutto di consumi!), il moderatismo in politica produce confusione, incoerenza e conservazione. Anche quando affermano principi e obiettivi condivisibili, le moderate e i moderati si fermano alle dichiarazioni superficiali, senza andare a fondo dei problemi, senza contrastarne le cause e senza proporre soluzioni credibili. Nel secolo scorso il moderatismo ha caratterizzato principalmente le formazioni socialdemocratiche, ma anche quelle che si dicevano riformiste o socialiste: aggettivi utilizzati con un’ampia gamma di significati e che, prestandosi a equivoci, vanno collocati storicamente. Oggi il nostro centrosinistra può essere definito moderato o riformista soltanto con un sostanzioso ottimismo, nella generale decadenza della rappresentanza politica e per la banalizzazione del dibattito gestito da queste cosiddette opposizioni, con la loro implicita accettazione del Mercato come supremo regolatore e della Crescita come necessità ineludibile.

Ma non sono immuni dal moderatismo anche persone e gruppi che ritengono di far parte della sinistra “di alternativa”. Ribadire ripetutamente la propria aspirazione alla pace, all’uguaglianza, alla giustizia universale, ai servizi pubblici per tutti, senza individuare con chiarezza gli avversari (non solo persone, ma meccanismi di potere) e senza spiegare come si vorrebbero gestire l’economia e i rapporti sociali, espone soltanto a facili svalutazioni e porta alla marginalità ininfluente. Si predica la liberazione dal lavoro, mentre altri, più concretamente, parlano del lavoro e del conseguente ruolo sociale come un diritto/dovere. Si vuole la scomparsa di ogni forma di violenza, ma non si spiega come controllare quella purtroppo diffusa. Se le espressioni di speranza prevalgono sulla progettazione del cambiamento concreto e sull’azione conseguente, si può essere nel campo della filosofia, ma non in quello della politica. In sostanza, questo moderatismo “di sinistra” si collega a una sorta di infantilismo politico, certo non favorevole a ottenere consensi né, tanto meno, a preparare la rivoluzione.

Ma, con una non rara coincidenza, si parla di infantilismo politico anche per una tendenza che può apparire opposta: quella dell’estremismo. Il riferimento più illustre è al saggio di Lenin del 1920, noto come L’estremismo, malattia infantile del comunismo (anche se la traduzione corretta è “Il sinistrismo …”). I temi toccati e le forti critiche lì esposte vanno interpretati sulla base delle forze in campo e delle tensioni di quel complesso periodo rivoluzionario. Ma decisamente più accessibili sono i ricordi di quelli tra noi un po’ più anziani, riferiti al vivace periodo del Sessantotto e agli anni Settanta del secolo scorso. La rincorsa di alcuni con ambizioni di leader a dimostrarsi più a sinistra di tutti gli altri produsse allora risultati piuttosto ridicoli, con gruppuscoli che si dichiaravano più operaisti degli operai, più internazionalisti di Trockij, più maoisti di Mao Tse-tung… e naturalmente più marxisti di Karl Marx, il quale, da uomo intelligente, diceva di sé stesso: «Io non sono marxista!». Decisamente meno ridicole furono le micro-organizzazioni che, in risposta alla strategia della tensione, si impegnarono nella lotta armata. Una reazione isolata e perdente che, anche per la scelta dissennata delle vittime da colpire, non era nemmeno chiaro contro chi fosse armata. Il risultato fu quello di dare utile materia alla stampa di regime, che adottò la formula degli “opposti estremismi” come strumento per giustificare interventi repressivi e, in sostanza, ostacolare le più che legittime lotte di lavoratori e sfruttati.

L’estremismo di sinistra dei giorni nostri è molto più innocuo, perché caratterizza ideologicamente piccole formazioni che sono conosciute soltanto in un ambito ristretto e appare soprattutto come il legame, attraverso simboli e riferimenti superati, con un passato ormai lontano. Ciò non toglie che questo costituisca un ennesimo e dannoso fattore di dispersione, per la Sinistra già in difficoltà, limitando l’efficacia del confronto, che è indispensabile per acquisire nuovamente un ruolo di riferimento.

Dunque, oggi moderatismo ed estremismo vanno riesaminati alla luce delle nuove drammatiche realtà e minacce incombenti che, fino a pochi anni fa, stentavamo a focalizzare perché, seppure a livelli diversi, restava diffusa la fiducia in un futuro migliore. Una fiducia ormai sostituita in massima parte dallo sgomento e da sensazioni di impotenza di fronte a fenomeni difficili da analizzare e che portano all’isolamento individuale o, quanto meno, alla frammentazione delle reazioni. Se un tempo certe schematizzazioni dei contrasti tra due opposti, come liberismo / comunismo, oppure lavoratori / padroni, avevano una discreta efficacia, oggi abbiamo di fronte nuovi mostri, apparentemente fuori controllo, che si chiamano: finanziarizzazione, sfruttamento esasperato delle risorse naturali, una globalizzazione che si traduce in guerra tra i poveri, un’immensa rete telematica che, invece di favorire la comunicazione tra le persone, produce spazzatura e controllo pervasivo… E come trascurare la tanto osannata innovazione scientifico/tecnologica che, seguendo gli interessi del capitale, ci trascina senza freni su terreni inesplorabili, come quello dell’intelligenza artificiale?

Sospesi tra le diagnosi di idiozia e di ignoranza che caratterizzano, insieme a un’ipocrisia senza limiti, gran parte dei poteri mondiali, rinunciamo a trovare un filo logico, che invece è ben presente. È quello del capitalismo, che fa della ricchezza uno strumento per acquisire potere e del potere uno strumento per concentrare la ricchezza, infischiandosene di ogni modello economico e della gestione democratica. La concorrenza predicata dal liberismo viene scavalcata abbandonando del tutto le vecchie norme anticoncentrazioni, mentre il rapporto pubblico-privato è ridotto a una semplice pratica: il pubblico paga, con gli investimenti e facendosi carico delle perdite, mentre i privati (quelli potenti) incassano ogni volta che c’è da guadagnare. Il concetto stesso di speculazione è stato riabilitato, diventando lo strumento più efficace a disposizione dei furbi. La proprietà (quella che dovrebbe comportare anche qualche responsabilità) è spersonalizzata, rimandando, anche per molte medie imprese, a sconosciute entità finanziarie. La stessa grande ricchezza è un concetto vago, essendo misurata non più con elementi concreti, ma con i presunti valori delle proprietà azionarie, che si traducono in teorici, ma immensi, poteri d’acquisto, che a loro volta esistono soltanto se garantiti dai poteri centrali.

Ma come possiamo resistere a tutto ciò, se ogni giorno usiamo con grande soddisfazione, considerandoli gratuiti, i servizi di comunicazione che ci mettono a disposizione i maggiori capitalisti o corriamo ad approfittare degli sconti proposti dai padroni del commercio online e della grande distribuzione? Questa situazione è stata sintetizzata dicendo che siamo ridotti semplici consumatori, ma forse siamo già oltre. Il procedere incontrastato del capitalismo verso guerre, genocidi, epidemie e disastri ambientali fa supporre che si stia manifestando una brutale reazione al sovrappopolamento, con l’idea che vadano tutelate soltanto le vite dei “migliori”, cioè di coloro che hanno il potere per definirsi tali. L’urgenza di una rivoluzione è assoluta, se vogliamo tentare di salvare l’umanità, sia nel senso della popolazione mondiale, sia nel senso di quel poco di decenza che ci lega gli uni agli altri.

L’espandersi improvviso delle lotte popolari e di forme estese di resistenza, capaci di travolgere i poteri che si sono insediati anche grazie alle elezioni, va considerato piuttosto improbabile. Dobbiamo tenere conto, oltre che dello sgretolamento della classe operaia e del complessivo indebolimento delle organizzazioni dei lavoratori, anche dei sistemi di controllo individuale che (alla faccia della privacy!) sono penetrati in profondità. Dunque, nella prima fase di costruzione delle potenzialità rivoluzionarie, occorre restare all’interno dei binari della partecipazione democratica, come evidenziato dai continui richiami, da sinistra, alla nostra Costituzione. La riconquista di una reale influenza passa attraverso qualche vittoria parziale, capace di contrastare la sfiducia diffusa, alimentata da ripetute sconfitte. Ben vengano allora le battaglie a livello territoriale su obiettivi specifici, insieme a quelle che riescono a portare in piazza molte persone che convergono, pur da retroterra politici diversi, su temi universali come la pace. Ma, senza una strategia complessiva e scelte tattiche efficaci, i momentanei successi finirebbero per disperdersi. Occorre una precisa assunzione di responsabilità, capace di dimostrare che la Sinistra è in grado di governare il cambiamento verso l’utilità comune.

Per scrollarci di dosso le accuse di essere sognatori o piuttosto fautori di sistemi di controllo burocratico centralizzato, dobbiamo distinguere, alla luce di una corretta analisi storica, tra ciò che funziona e, al contrario, le teorie inconsistenti. Si tratta di assumere, nella continua ricerca della verità, un atteggiamento scientifico, che avanza per ipotesi e verifiche, senza dare nulla per definitivamente acquisito: niente di nuovo, se ricordiamo l’accostamento tra l’aggettivo scientifico e il socialismo di Marx ed Engels, con la loro concezione materialistica della storia, che pone al centro i fattori economici. Ma la produzione di pensiero costruttivo, verso obiettivi rigorosamente definiti, deve essere accompagnata da una capacità di comunicare decisamente rinnovata. Se la banalizzazione imperante porta a contrapposizioni nette, che sembrano obbligarci a negare alla radice ogni affermazione dei nostri avversari, dobbiamo accettare il fatto che anche i peggiori hanno bisogno, ogni tanto, di dire qualcosa che appare ragionevole ai più. Come si spiegherebbe altrimenti un sostegno popolare alle destre, relativamente diffuso non solo in Italia? Propongo, a semplice titolo di esempio, l’espressione liberismo che, da sinistra viene usata affermando la nostra avversione al neoliberismo e alle sue varianti: iperliberismo, turboliberismo, ordoliberismo… Se si tralascia ogni approfondimento e si banalizza per contrapposizione netta, ne risulta che ci opponiamo drasticamente a tutte le pratiche associabili al liberismo come l’iniziativa individuale, la proprietà, la concorrenza, la libertà d’impresa e, dunque, persino molti lavoratori, diventati autonomi per scelta o per necessità, ci possono vedere come nemici. Davvero un grosso favore alle destre, che fanno continuo uso strumentale degli equivoci! Tra di noi non abbiamo bisogno di particolari chiarimenti, conoscendo la profondità e la portata di concetti come socialismo, transizione verso il comunismo e proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Ma il livello di conoscenza diffuso ne è ormai ben lontano, precipitato nel condizionamento incontrollato da parte dei media, non solo professionali e monodirezionali, ma anche confusamente interattivi.

Collegata alla capacità di comunicare con efficacia, si pone la scelta di partecipare o meno alle competizioni elettorali. È ormai dimostrato che la partecipazione con alleanze improvvisate porta a una successione di sconfitte distruttive per le nostre organizzazioni e per la nostra immagine pubblica. Invece, una presenza preparata in tempi adeguati e con l’adesione non momentanea di numerose formazioni della Sinistra di alternativa potrebbe dimostrare che siamo in grado di superare la ben nota e deleteria frammentazione ed evitare così la dispersione dei voti, conseguente al mancato superamento degli sbarramenti imposti dalle pessime regole elettorali.

Il lavoro da fare è molto, ma non impossibile. Bisogna evitare, tra l’altro, di identificarsi con programmi tanto dettagliati, quanto semplicistici, che possono sembrare il menù della trattoria “Le Belle Speranze”, anziché la visione di interventi realmente trasformativi e possibili. La rivoluzione verrà dopo, ma almeno possiamo cercare di imboccare la strada giusta.

Gli autori

Franco Guaschino

Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

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One Comment on “Né moderati, né estremisti, ma rivoluzionari”

  1. Impossibile non essere d’accordo. Il moderatismo in politica altro non serve che a mantenere lo status quo (un mondo al collasso)… e la poltrona di chi lo pratica. A mio avviso qui le parole chiave sono due, o meglio, tre: capitalismo, consumismo e rivoluzione. Il capitalismo è un mostro che, letteralmente, divora tutto (ipersfruttamento delle risorse della terra) e tutti (ipersfruttamento del lavoro fino alla totale eliminazione dell'”uomo scarto”, quando serve, spesso a quanto pare, anche con la guerra). Il consumismo (non fa rima con ignoranza ma non può farne a meno) alimenta e tiene in vita il capitalismo. Resta la rivoluzione, e la tentazione di pensare a quella violenta è grande e, di fronte a certe nefandezze, oserei dire, giustificata.
    Rifuggendo tale tentazione penso invece ad una rivoluzione culturale che abbia come bersaglio/avversario il consumismo. Come ogni essere vivente muore se non si alimenta, così credo possa valere anche per il capitalismo. Ribalterei perciò l’ordine delle tre parole chiave di cui sopra: rivoluzione, consumismo, capitalismo. Di primo acchito sembrerebbe una rivoluzione utopica perchè, rubando le parole a Pepe Mujica, “siamo troppo concentrati sulla ricchezza e non sulla felicità”. Siamo troppo concentrati sui dettagli della “nostra” vita e perdiamo la visione d’insieme della Vita (guardiamo il quadro troppo da vicino). Non mi viene in mente altro.

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