Uso il termine “speranzismo” tra virgolette, perché se lo cercate sul vocabolario non lo trovate. Tuttavia, dato che ogni anno vengono adottati dai vocabolari svariati neologismi, mi pare che lo “speranzismo” meriti un riconoscimento, segnalando così che il ripetuto richiamo alla speranza ormai fa parte di un sistema di pensiero e di una tendenza diffusa.
Anche la parola politica ha bisogno, nella confusione imperante, di un chiarimento. In mezzo secolo siamo passati dal dire che “tutto è politica” (un’affermazione suggestiva ma, all’atto pratico, poco efficace) fino alla percezione condivisa dai più secondo cui la politica è soltanto l’attività dei partiti, particolarmente concentrata sulle competizioni elettorali, con promesse sempre meno credibili. Mi pare dunque opportuno aggiungere l’aggettivo “buona”, per chiarire che quella a cui mi riferisco è l’attività volta alla ricerca e all’attuazione del bene comune, attraverso la gestione del potere pubblico con modalità partecipate e democratiche.
Ripartiamo dalla speranza, che risuona ormai in un gran numero di interventi, perlomeno nella loro parte conclusiva. Dopo aver elencato ingiustizie, minacce e disastri dei nostri tempi, molti opinionisti si sentono in dovere di non peggiorare lo stato di depressione di lettori o ascoltatori, inserendo in extremis un consolatorio messaggio di speranza. Questa tendenza, già presente da tempo, è letteralmente esplosa nelle ultime settimane in riferimento alla grande e vivace partecipazione, soprattutto giovanile, alle manifestazioni per la Palestina e per la pace.
Mi sembra utile confrontare il concetto di speranza con quello di fiducia, attraverso due esempi/metafore. Se una persona, per imprudenza, per incidente o perché sospinto con intento criminale, precipita in un profondo pozzo dal quale non ha alcuna possibilità di tirarsi fuori, non può far altro che gridare aiuto, con la speranza che qualcun altro lo senta e lo tiri fuori. Immaginiamo invece un alpinista che si trova in difficoltà durante una scalata: la sua possibilità di non far degenerare il rischio, di cui è sempre consapevole, in un pericolo anche mortale è data dalla fiducia nelle proprie capacità e in quelle dei propri compagni di cordata, che presumibilmente ha scelto con cura, proprio in base alla loro affidabilità. In questo modo, l’alpinista evita il panico e, con buone probabilità, riprende a salire fino alla cima. In sintesi, gli speranzosi contano sull’intervento di qualcun altro (o qualcosa d’altro) che permetta di superare l’emergenza, mentre i fiduciosi si danno da fare, insieme a chi condivide il loro stesso obiettivo. Il vecchio detto secondo cui “chi fa da sé fa per tre” si incrocia così con “l’unione fa la forza” e favorisce il conseguimento di qualche buon risultato.
Come accennato sopra, il risveglio delle speranze, proclamato quotidianamente, si basa soprattutto sull’ampia e animata partecipazione giovanile alle recenti manifestazioni, in tante città. In sostanza, numerose voci dell’area progressista stanno dicendo: “Cari giovani, visto che noi, che credevamo di poter cambiare il mondo, non abbiamo combinato un bel niente, ma anzi abbiamo assistito impotenti alla deriva distruttiva e antidemocratica, adesso vi affidiamo il compito di rimettere le cose a posto”. Davvero una bella fregatura per i giovani, già oberati da problemi molto diffusi a livello individuale (come carenze nei rapporti familiari e formativi, scarsezza e precarietà del lavoro, difficoltà a trovare casa …) e da minacce incombenti a livello mondiale, come la distruzione ambientale, le diseguaglianze senza freno, gli autoritarismi e la repressione del dissenso. Proprio noi, cresciuti in tempi che favorivano la fiducia nel futuro e permettevano di collegare vari gruppi sociali nelle battaglie per il progresso sociale ed economico, ora diciamo a loro che devono spiccare il salto, pur non avendo una base solida dalla quale slanciarsi.
Qualcuno può affermare che proprio dalle fasi di crisi più profonde emergono le potenzialità della rivolta. In un certo senso è vero, ma una rivolta disarmata (in senso anche culturale) e disorganizzata si trova esposta a gravi insuccessi e alla peggiore repressione, soprattutto ora, quando i meccanismi del potere capitalistico sono diventati tanto pervasivi, quanto sfuggenti. Sappiamo anche, per lunga esperienza, che mentre l’opposizione a evidenti ingiustizie e inaccettabili crimini diventa facilmente elemento di coesione, quando si tratta di costruire l’alternativa la frammentazione emerge e rallenta la corrente del fiume, generando tanti rivoli. Quando noi, ragazze e ragazzi, ci agitavamo nei movimenti studenteschi, e poi in una decina di micro-organizzazioni politiche da quelli scaturite, avevamo comunque dei riferimenti importanti: si leggevano Marcuse e Adorno (o almeno si faceva finta di conoscerne il pensiero), si esibivano sotto il braccio il manifesto e i Quaderni Piacentini. Dunque, i giovani di allora affluivano nei cortei con relativa leggerezza, ma c’era un pensiero maturo e profondo che, in qualche modo, li guidava.
Come si può fare oggi a coniugare l’esperienza di chi giovane non è più con la forza e l’entusiasmo di chi lo è ancora? Basta non stare in cattedra e mettere invece a disposizione l’analisi dei tanti errori compiuti, a livello individuale e collettivo; basta ripercorrere le idee che sembravano buone sul piano teorico, ma si sono dimostrate inefficaci o fallimentari nell’applicazione pratica; vanno affrontati e superati gli ostacoli alla partecipazione democratica, tanto necessaria quanto difficile e spesso dispersiva. Insomma, si tratta di individuare insieme, per il conseguimento degli obiettivi condivisi, cosa ha buone probabilità di funzionare e cosa invece non ce l’ha. Se sapessimo davvero renderci utili, senza atteggiamenti di superiorità, probabilmente scopriremmo che la maggior parte dei giovani è disponibile ad alzare lo sguardo dallo schermo dello smartphone e ad affrontare una realtà che, a dispetto di alcuni profeti del secolo digitale, rimane analogica, con le sue sfumature, emozioni e svolte impreviste. Con una buona dose di realismo, potremmo lavorare fianco a fianco e trovare insieme i modi per far sbocciare la partecipazione improvvisa ed emotiva in una forza trasformatrice efficace e durevole, facendo dialogare gli svariati movimenti d’opinione con chi è in grado di apportare capacità organizzative e competenze specifiche.
Sul ruolo del partito come avanguardia rivoluzionaria sono state scritte centinaia di pagine, ma forse oggi, dopo parecchi decenni di sforzi infruttuosi per superare le frammentazioni a sinistra, conviene tenere conto della realtà (quella vera e quella percepita) e sondare nuove strade. È inutile continuare a sbattere la testa contro il muro che nemmeno i più recenti tentativi di unificazione, conclusi in breve tempo, sono riusciti a incrinare. Ciò non significa che non servano forme di organizzazione, ma queste devono nascere da un progetto convincente e maturato nel confronto, all’interno di binari ben definiti da alcuni principi fondanti.
Come potremmo chiamare allora questo movimento strutturato (un partito/non partito), aperto e dinamico? E, prima ancora, possiamo individuare un nome da dare al progetto, antico e nuovo al tempo stesso, di un sistema sociale ed economico alternativo? Nel suo bestseller Il capitale nell’antropocene il giovane filosofo giapponese Kōhei Saitō ci guida a scoprire un Marx inedito, ben conscio dei limiti della crescita senza freni. Dopo aver smontato gli inganni dell’ecologismo di facciata e del tecno-utopismo nel solco del capitalismo mondiale, ma anche criticando il marxismo tradizionale intrappolato nella logica della crescita, Saitō indica nell’ecosocialismo, o comunismo della decrescita, la strada da seguire. Quella dell’ecosocialismo mi pare una bandiera che potrebbe essere sventolata con convinzione anche da Greta Thunberg, attivista di riferimento per moltissimi giovani, la quale ha sviluppato il suo ambientalismo in maniera profonda, collegandolo in modo indissolubile alla lotta contro il genocidio e contro la follia del riarmo generalizzato e che ha individuato nel capitalismo la causa fondamentale dei disastri incombenti.
Credo che anche l’idea di comunitarismo, una volta che sia aggiornato e precisato il suo significato, potrebbe coinvolgere tanti giovani e contribuire a far convergere energie positive. Del comunitarismo sono state date tante interpretazioni, anche lontane dalla visione di sinistra, ma la comunità come area entro la quale si determina in gran parte la qualità della vita delle persone risulta anche al centro delle riflessioni di Saitō. Riuscendo a riportare la disciplina economica fuori dalle nebbie dei finanzcapitalismo (così ben denunciate da Luciano Gallino) e tornando a parlare del soddisfacimento dei bisogni delle persone, ecco che comunità e territorio riacquistano il valore di fattori fondamentali.
È sul territorio che bisogna muoversi e parlare con le persone, ribaltando la perversa idea di proprietà della terra di nascita nel concetto inverso di appartenenza al territorio, che determina il dovere di ciascuno di tutelare i luoghi i cui si vive, per sviluppare le capacità di cooperazione e il benessere, che è reale e durevole soltanto se condiviso. È ascoltando quali sono i problemi quotidiani delle persone che si individuano con chiarezza tante disfunzioni derivanti anche dalla mancanza di buon senso, di impegno e di correttezza da parte di chi dovrebbe governare. È sul territorio che si percepisce quanto la mancanza di fiducia sia reciproca tra la cittadinanza e le istituzioni, che emettono molte regole con intento punitivo, ma senza alcuna capacità di affrontare e risolvere i problemi reali.
Sono in totale disaccordo con chi tenta di annullare le distanze tra destra e sinistra politiche, ma è pur vero che frequentemente le persone restano disorientate di fronte a quella che si manifesta soprattutto come stupidità, malafede, incompetenza e interessi corporativi. Mettere comunità e territorio al centro del progetto significa anche individuare grandissime possibilità di impegno e lavoro per i giovani, capaci di apportare una concretezza libera da pregiudizi o da interessi precostituiti e operare per risolvere i problemi, anziché soltanto enunciarli. Probabilmente sono proprio i “nativi digitali” quelli più capaci, dietro amichevole sollecitazione, a riconoscere e contrastare i rischi della decisa spersonalizzazione delle relazioni, sostituite da app, algoritmi e navigazione in rete. Mentre la diffusione sconsiderata della digitalizzazione fa si che chi non ha gli strumenti idonei si trovi isolato e non sappia nemmeno più con chi parlare per affrontare un qualsiasi problema, l’esigenza di guardarsi in faccia, parlarsi e camminare affiancati rimane più viva che mai. Però tocca soprattutto a noi, adulti e anziani, porgere la mano e sorridere a ragazze e ragazzi, che un giorno vengono accusati di indolenza e irresponsabilità, mentre il giorno dopo vengono caricati del pesantissimo fardello di rimettere a posto un mondo in rovina.
