Il titolo dell’ultima opera di Mario Martone, Fuori, non si può certo dire originalissimo, visto che questo avverbio ritorna in vari altri film di argomento carcerario, da Ragazzi fuori (1990) di Marco Risi, ambientato a Palermo, alla più recente fiction Rai Mare fuori, ispirata al carcere minorile di Nisida. In questi due titoli, però, il “fuori” rappresenta una speranza di reinserimento nella società e la difficoltà, spesso drammatica, della sua vera realtà, con uno sguardo che aspira ad essere sociologico, ovviamente più o meno pesantemente romanzato. Nel film di Martone il carcere è quello di Rebibbia, ma la detenuta è del tutto atipica, trattandosi della scrittrice Goliarda Sapienza, che su questa esperienza scrisse due libri (L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio), dai quali è tratto il film.
Nel 1980 Goliarda viene arrestata perché ha rubato dei gioielli a un’amica. Per quanto la sua situazione economica sia precaria, i motivi del gesto sembrano però vaghi e sfuggenti anche a lei stessa, tra il mettere alla prova l’amicizia e il punire chi, sebbene ricca e generosa per altri versi, non le aveva offerto aiuto per pubblicare il suo romanzo L’arte della gioia, rifiutato da tutti gli editori e che per Goliarda era diventato il simbolo del rifiuto di lei stessa come scrittrice da parte della società letteraria.
Anche l’esperienza carceraria, quindi, viene interpretata da Goliarda Sapienza in un modo del tutto personale e, fondamentalmente, come un’esperienza intellettuale, rivestendola di un potere rigenerante. Martone lo mostra molto bene fin dalla prima scena, quando Goliarda (Valeria Golino) entra a Rebibbia, viene fatta spogliare e obbligata a piegare le gambe per un’ispezione intima. La vediamo così di spalle e in quest’interno semibuio la sua nudità non esprime come sarebbe ovvio umiliazione, ma nel gioco del chiaroscuro richiama piuttosto una statua classica. Lo spogliarsi degli abiti e quindi della propria identità sociale provoca infatti in lei l’emergere di qualcosa di antico e profondo, che si esprimerà poi nei legami che instaurerà con alcune detenute, sentimenti elementari e anche violenti, non mediati da filtri. Allo stesso modo, Goliarda sosterrà che la sua stessa scrittura è stata depurata, grazie a questa esperienza, dai rammollimenti salottieri che l’avevano corrotta.
Il film procede poi passando continuamente dai ricordi del “dentro” il carcere al “fuori” dell’estate successiva alla scarcerazione, tempo per eccellenza spoglio, sia di persone in una Roma semideserta, sia di relazioni con il mondo al quale Goliarda appartiene, quello degli intellettuali. Quest’ultimo infatti è totalmente assente e lo si vede solo nel flash-back brevissimo di una festa, durante la quale la scrittrice ruba i gioielli alla padrona di casa, con un gesto che sembra essere più che altro un dispetto infantile in un contesto nel quale si trova a disagio. Le è complice il marito Angelo Pellegrino (Corrado Fortuna) che accetta di fare da palo senza chiedere spiegazioni e senza scandalizzarsi. Sembra essere l’unico in grado di comprenderla, ma anche lui è soprattutto un’assenza; infatti è un attore, sta girando un film fuori città e durante l’estate tornerà a casa solo una volta: un’apparizione gentile più che una solida presenza accanto a questa donna così solitaria.
Il girovagare per Roma della protagonista, le ore perse nei caffè o in casa, gli inutili tentativi di trovare lavoro danno al film un andamento lento e trasognato, assecondato da una certa passività sorniona e quasi animale che è la cifra di Valeria Golino e che pare richiamare, anche nei suoi inconcludenti vagabondaggi, la Stefania Sandrelli di Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli.
Ci sono poi ogni tanto dei gorghi di vitalità portati dal personaggio di Roberta (Matilda De Angelis), ex detenuta, delinquente abituale, tossica e vicina ad ambienti brigatisti (ma quest’ultimo è un aspetto che Martone lascia del tutto marginale). Una ragazza che porta nel rapporto con Goliarda tutte le sue ferite, esprimendo un bisogno d’amore che è al tempo stesso anche bisogno di distruggere la persona che ama, così come distrugge sé stessa. Tutta la felicità che le due donne riescono a creare una volta fuori, non è altro che la ri-creazione della complicità vissuta in carcere. Che tra dentro e fuori non ci sia differenza è dimostrato in particolare da una scena, ambientata nel retrobottega del negozietto di profumeria aperto da una terza ex-detenuta, Barbara (Elodie). Lì le vediamo finalmente felici di parlare, litigare, fare la doccia insieme (di nuovo il simbolo della nudità!), condividere del cibo in una piccola stanza che – significativamente – ha solo una finestra con le sbarre, esattamente come facevano prima.
Martone sembra condividere completamente il punto di vista della sua protagonista, mentre allo sguardo dello spettatore questa mitizzazione dell’esperienza carceraria rischia di ricordare il barone di Munchausen che si tira su dalla palude afferrandosi per i capelli: soprattutto un gioco intellettuale, escogitato con la forza della disperazione. Quella che sembra mancare è insomma la giusta distanza tra il regista e la storia che racconta. Ma se i peccati di troppo amore sono quelli che si perdonano più volentieri, spesso sono anche i più rovinosi.
